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Osservatorio / Milano-Cortina, un film gia' visto

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Giovedì 18 Novembre 2021

 

milano-neve 2

Le grida di allarme sui ritardi (inevitabili?) nell’organizzazione dei Giochi del 2026, se sottolineano un innegabile problema di procedure “politiche”, evidenziano anche una visione un po’ limitata sulle esperienze passate. A cominciare da Torino 2006 (non proprio un secolo fa).


Luciano Barra

Quanto sta accadendo in questi giorni sulla organizzazione dei Giochi Olimpici 2026 di Milano/Cortina, è un film già visto e tipico della burocrazia e della politica italiana. Non va mai dimenticato che la vittoria di Milano/Cortina è tutta da attribuire alla capacità italiana (leggi Malagò/Pescante/Carraro/Ricci Bitti e Ferriani) di gestire le relazioni internazionali. Una vittoria importante per lo sport italiano.

Vittoria nonostante la candidatura presentata, e quella di Stoccolma, sua rivale, fossero fra le peggiori candidature mai viste al CIO. Forse alla stregua di quelle di Torino e Sion. Non dimenticando mai che Monaco di Baviera, con Garmisch, e Salisburgo in precedenza, con delle candidature ben superiori, persero malamente da Pyeongchang e Sochi.

Conscio di tutto ciò mi permisi di scrivere al management allora insediato, dicendo che non sarebbe stato male, visto che tra l’altro vivevano a Milano, consultare due persone che, indipendentemente dai ruoli più politici di Pescante e Castellani, avevano fatto sì che nonostante le difficoltà, Torino 2006 avvenisse. Mi riferivo a Cesare Vaciago, Direttore Generale di Torino 2006 e City Manager della Città di Torino, e Paolo Bellino di fatto COO dell’organizzazione, allora Dirigente del Comune di Torino ed ora Amministratore Delegato di RCS Sport. Credo che ciò non sia mai avvenuto. Lo ritengo una forte atto di presunzione.


Loro sarebbero stati in grado di allertare gli organizzatori di Milano/Cortina sull’importanza che la struttura che si doveva occupare di realizzare le diverse opere pubbliche, ed anche qualcuna sportiva, finanziate dallo Stato, venisse realizzata immediatamente e come fatto prioritario. Una delle grandi difficoltà patite da Torino era stata proprio il ritardo con cui l’Agenzia Pubblica fu costituita. Fu sicuramente una delle maggiori difficoltà che ebbe Torino con strutture ed impianti terminate all’ultimo minuto, senza possibilità di avere il minimo di tempo di provarle. Tutto ciò fu aggravato dal fatto –, che si potrebbe ripetere con Milano/Cortina –, che gli anni a disposizione per i lavori vanno considerati dimezzati dal fatto che molte delle opere dovranno essere realizzate in montagna ed i sei mesi invernali spesso non sono utilizzabili.

Ma come è accaduto a Torino il fatto di terminare le opere all’ultimo minuto ha significato altri due importanti handicap. Lavori terminati in fretta sono minati nella qualità e non permettono di essere provati nella loro gestione. In più anche allora, ed i danni si vedono oggi, l’obbiettivo di terminare i lavori uccise l’altro obbiettivo forse più importante della legacy, soprattutto per gli impianti in montagna.

Ad onore del vero devo ripetere quanto già scritto tempo fa e cioè che Torino 2006 fece, dopo i Giochi, un tentativo importante. Presentò al CONI ed alla due Federazioni interessate un progetto, appoggiato dalla Regione e soprattutto della Provincia, che metteva a disposizione migliaia di soggiorni annui, in cambio della costituzione per la pista di Bob, per i trampolini del salto, per le piste di fondo e di biathlon, di specifici centri di Preparazione Olimpica per atleti italiani e stranieri. Neanche a dirlo la proposta venne “snobbata” dal CONI di allora e soprattutto rigettata dalle due Federazioni, la cui base elettorale era tutta poggiata sulle Alpi Orientali e uno spostamento nelle Alpi Occidentali avrebbe rotto l’equilibrio politico. Ed ora quell’errore lo paghiamo continuamente nel ricordare lo stato di quegli impianti.

Ora la storia si ripete. Leggiamo degli allarmi lanciati da Malagò sul fatto che la burocrazia italiana non ha ancora permesso la costituzione dell’entità che dovrà provvedere ai lavori di strutture pubbliche, soprattutto quelle viarie ed altro. Qui c’è il rischio che operativamente si perda ancora un anno. Di certo, causa gli atti amministrativi e le procedure di appalto, i lavori non inizieranno prima di questa estate e quindi si perderà un anno buono.

L’altra querelle è legata al “risveglio” di Torino, per ottenere ora, dopo aver erroneamente snobbato la possibilità di legarsi a Milano e Cortina, alcune gare del programma olimpico. Ciò ha causato lo scetticismo del presidente Malagò. Scetticismo sicuramente influenzato dalla posizione che i Cinque Stelle hanno avuto nei confronti delle candidature olimpiche italiane e del fatto che un cambiamento nella collocazione delle diverse discipline necessità l’approvazione unanime del composito Comitato Organizzatore, dove le diverse entità pubbliche coinvolte nella candidatura sono tutte rappresentate.

Torino ha anche ragione nel voler sbandierare il fatto che l’utilizzo di alcuni loro impianti farebbe risparmiare, si dice, oltre 300 milioni. Ma la loro proposta è molto debole in quanto propongono l’utilizzo di impianti sulla montagna senza che per gli stessi ci sia un progetto di legacy post Giochi, con il rischio quindi di un ripetersi di quanto avvenuto dopo il 2006. Mentre l’attuale set up di Milano/Cortina, contro una situazione logistica sicuramente difficile, può vantare l’utilizzo di impianti ed aree già collaudate, votate agli sport invernali e con attività che si ripetono ogni anno.

Forse la sola eccezione potrebbe essere fatta per il Pattinaggio su Pista lunga. Il Lingotto di Torino sicuramente offre delle garanzie tecniche ed economiche notevoli. Mentre quanto sul piatto a Baselga di Pinè ha solo di positivo la tradizione locale in questa disciplina, ma i costi di realizzazione sono molto alti.

Ma al di là degli aspetti tecnici credo che il Comitato Organizzatore debba trovare un compromesso perché allargarsi a Torino ha un indubbio vantaggio, non solo politico. Quanto sta organizzando ora Torino con le ATP Finals, poi con la Coppa Davis e con l’Eurovision Song Contest, dimostra che la città apporterebbe ai Giochi un qualcosa di positivo. Perché rinunciarci?

 

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