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I sentieri di Cimbricus / La demenza, ultima meta del rugby

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Venerdì 12 Novembre 2021

 

rugby-generica 2


Lear: “Chi mi conosce di voi? Questo qui non è Lear. Vi pare che Lear cammini così, parli così? Dove ha gli occhi? Forse è rimbecillito e i suoi sensi sono in letargo? Ah, è sveglio? Non è vero. Chi sa dirmi chi sono?” Matto: “L’ombra di Lear”. [William Shakespeare, Re Lear, atto I].  

Giorgio Cimbrico

Alla schiera si è unito Carl Hayman, 41 anni, pilone, 46 test nella prima linea degli All Blacks. Soffre di demenza, di memoria sempre più annebbiata. E’ finito nella spirale della violenza domestica, dell’alcolismo. E’ uno dei tanti (oggi, intorno ai 150) che denunciano i vertici mondiali, i padroni del gioco, dello sport. Una class action promossa da una categoria che ritiene di esser stata colpita, danneggiata nei diritti, sul posto di lavoro, nell’integrità, nella salute.

Molti di coloro che sono decisi a volere chiarezza hanno vissuto un’età dell’indifferenza, della superficialità e oggi ne pagano le conseguenze? O hanno approfittato di favorevoli occasioni economiche per non dar troppo peso a quel che stava accadendo ai loro riflessi, a non mettere in conto il logoramento di un’attività sempre più esigente?

I danni cerebrali, l’encefalopatia traumatica cronica, la demenza: in Gran Bretagna il rugby e il calcio sono alle prese con vecchi e nuovi spettri e l’istruzione di una causa contro le autorità sportive sta prendendo corpo sull’esempio di quanto capitò nel football americano: la NFL sborsò 765 milioni di dollari a chi subì lesioni irreversibili e alle famiglie degli scomparsi, spesso suicidi. C’è un bel film con Will Smith nei panni del medico (nigeriano) in cerca di verità scomode, drammatiche, in una dimensione troppo grassa di interessi per non essere omertosa: “Zona d’ombra”, titolo originale, “Concussion”, una parola diventata abituale. Una volta si diceva “ha preso una testata, non sa neppure più dove si trova”, e non si dava troppa importanza. Uno spruzzo d’acqua in faccia e via.

Erano affetti da demenza due dei Ramsey’s Boys campioni del mondo nel ’66 morti in questi ultimi mesi, Jackie Charlton e Nobby Stiles, e nel paese delle ombre – lo ha confessato la moglie – è finito Bobby Charlton. Sir Bobby ha 84 anni, Steve Thompson, tallonatore dell’Inghilterra campione del mondo nel 2003, ne ha la metà e dice che non ricorda nulla del viaggio verso l’Australia e di non riconoscersi nelle foto del trionfo scandito dal drop di Jonny Wilkinson. “Non voglio che i miei figli giochino a rugby”: l’espressione offerta dalle foto è di chi brancola su un confine lattiginoso.

Altri lo hanno raggiunto per denunciare anni di collisioni dure, di perdite di coscienza, di superficialità nel trattare gli incidenti: i gallesi Alix Popham e Adam Hughes (30 anni e fuori dalla mischia già a 28), gli inglesi Michael Lipman e Neil Spence. C’è anche chi, per il momento, è rimasto anonimo. E nuovi casi vengono segnalati nel calcio, nella Rugby League, il gioco a XIII che non è mai stato tenero. Le istituzioni sportive chiamate in ballo – una selva di sigle: WR, FA, RFU, WRU – hanno dato risposte formali: “Il nostro massimo impegno è sempre per la salvaguardia fisica dei giocatori”.

“Sono i giocatori a scegliere: nessuno li obbliga”: distillando l’intervento di Eddie Jones, CT dell’Inghilterra, rimangono parole che possono apparire crudamente realistiche e che riportano ad altre parole, pronunciate da un allenatore giunto al confine tra storia e leggenda, Vince Lombardi: “Il football non è uno sport di contatto, è uno sport di collisione. La danza è uno sport di contatto”. Lo spazio con una massima di Mao – “la rivoluzione non è un pranzo di gala, la rivoluzione è una cosa violenta” – può apparire anche più stretto.

Nel venticinquesimo anno di professionismo, il rugby è entrato in quel lato oscuro della luna che suggerisce interventi radicali. Se, dopo drammatici esiti, il pugilato ha attraversato campagne proibizioniste, oggi può toccare a uno sport cui è bastato soltanto un quarto di secolo per giungere a una mutazione profonda, a fatti drammatici, a un futuro di notti e nebbie. Più di un fisiologo è intervenuto sottolineando che i giocatori sono diventati troppo grossi. Gli archivi filmati sono eloquenti: il gioco degli anni Ottanta, dell’inizio degli anni Novanta, aveva qualcosa di più arioso. Per la velocità dei centri? Per la maggior lentezza degli avanti? I rilevamenti antropometrici forniscono altri elementi: dal battesimo dell’età professionistica la statura si è innalzata di almeno 10 centimetri, il peso medio si è attestato su una crescita attorno ai 15 chili. Citius, altius, fortius era il motto coniato da Pierre de’ Coubertin, rinnovatore dell’Olimpiade. Il barone era un grande appassionato di rugby: che la citazione latina fosse una visione di quel che preparava il futuro? In questo caso il vecchio Pierre non ne sarebbe stato felice: prediligeva la condizione umana, lui.

Ora esiste il protocollo per sospetta commozione cerebrale: comincia negli spogliatoi – dopo una sostituzione che può essere temporanea o definitiva (come nel calcio, che individua le cause, oltre che negli incidenti fortuiti, nella ripetitività del colpo di testa) – e può proseguire, subito dopo, con esami più approfonditi: TAC, esame del sangue per scoprire le tossine liberate dall’impatto e per imporre tre settimane di sosta prudenziale.

E così Jones il pragmatico può dire che oggi “il rugby è sicuro e che sulla strada della prevenzione è avanti agli altri”. Ma sa bene, e lo dice, che è uno sport che esige moltissimo, e così lo scenario passa dalla partita all’allenamento quando le collisioni si trasformano in serie ripetute, come certe distanze per lo sprinter.

C’è una via d’uscita? O è necessario prender atto del destino che uno sceglie per ambizione, per desiderio di denaro, per pura pulsione agonistica? C’è chi suggerisce di vietare il placcaggio nel rugby giovanile, di limitarlo, a livello assoluto, a una zona non più alta del petto, di rendere sempre più punitivo il compito dell’arbitro in casi di tackle a rovesciare o non chiusi, di spallate, di interventi tra collo e testa, di “tagliare” il tempo degli scontri in allenamento.

Possono essere suggerimenti pratici, così come quello di dare più respiro al gioco aprendo a spazi occupati da un minor numero di giocatori, dodici o tredici, o di ridurre il numero delle sostituzioni: i giocatori più stanchi si scontreranno con meno furore. Ma se invece proprio il progressivo esaurimento fisico rendesse più vulnerabili? Un interrogativo dopo l’altro, mentre sta nascendo un nuovo movimento d’opinione: si chiamerà Players Lives Matter?

 

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