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I sentieri di Cimbricus / "Cassius, il mio nome da schiavo"

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Martedì 9 Novembre 2021

 

cassius 

 

Meraviglioso e umano nei momenti della vittoria difficile, della sconfitta, della punizione, della presa di coscienza: anche lui non avrebbe potuto aspirare all’assoluto per sempre.

Giorgio Cimbrico

Un pomeriggio ben speso: due documentari sui tempi buoni e sui tempi grami di Muhammad Alì, con la sua voce recitante e quelle di chi gli è stato vicino e intorno, amici, allenatori, avversari, medici, giornalisti, mogli, biografi. Una montagna e una galleria di parole, volti, sensazioni, commozione anche “Certo che ho scommesso. Ho scommesso su di lui perché è l’uomo che mi ha dato la dignità”, dice un anonimo prima del combattimento contro Larry Holmes. Alì non aveva speranze ma chi era in debito non poteva abbandonarlo. La resa era vicina. Quella finale venne poco più di cinque anni fa.

Alì era bellissimo, sfrontato, abile, pazzo se era il caso, un grande attore. Raccontava chi lo accompagnò, in un interminabile viaggio in macchina da Louisville, Kentucky, a Miami, attraverso gli stati del Sud, che lui sparava la testa fuori dal finestrino e urlava “io sono il più grande” e chi era al volante pensava “qui ci linciano tutti”. Era la prima metà degli anni Sessanta e gli incidenti di Selma e di Montgomery erano ancora freschi e l’integrazione era lontana e basta andare nella prima chiesa battista di Atlanta, quella di Martin Luther King senior e junior, per sentirsi raccontare che quelli con la bandiera di Dixie sulla targa passavano e tiravano bombe a mano, molotov, merda, teste di porco.

Alì non si chiamava Alì, non era ancora un devoto servo di Allah, era Cassius Marcellus Clay e suo fratello era stato battezzato Settimius Severus (ora è Rahman), la prova che anche in Kentucky, linea di confine tra gli abolizionisti e gli antiabolizionisti, la terra di Lincoln, i modelli culturali fossero ancora quelli di un tempo che appare lontano ed è vicino: Alì era nato 80 anni dopo lo scoppio della guerra civile. Nell’enormità del tempo, un battito di ciglia. “Cassius, il mio nome da schiavo”.

Un’immagine, come il miliziano morente di Robert Capa, i marines che alzano la bandiera sul monte Suribashi, Einstein che fa le beffe, Satchmo che soffia nella sua tromba, Marilyn con la gonna alzata da un soffio d’aria, il Che vivo e il Che morto, il Maggio, gli americani impantanati in Vietnam, Tommie Smith e John Carlos che alzano il pugno sul podio di Messico ’68. E Clay con gli occhi spiritati o un sorriso accattivante che tira un pugno al mondo, che butta nel fiume la medaglia d’oro di Roma ’60 perché non gli va di esser discriminato, che diventa Muhammad Alì, che dice no alla guerra e all’arruolamento (“Perché dovrei sparare addosso ai vietcong? Cos’hanno loro contro di me?”), che perde la corona e anni importanti, che non è mai acceso, estremo come Malcolm X. Più come Gandhi: aspettare senza smettere di parlare è la tattica che diventa strategia.

Norman Mailer, che lo seguì a lungo, che fu con lui nell’interminabile cuore di tenebra di Kinshasa, raccontava che Alì compose una delle più grandi e alte poesie della letteratura americana: capitò quando andò a parlare agli studenti di Harvard e quando il brusio si smorzò e giunse il silenzio, lui disse: “Io, noi” e in quelle poche lettere c’era la speranza di qualcosa di diverso, di un paese che non interpretasse solo il ruolo di gendarme del mondo, di complice di regimi orribili, che la nuova frontiera fosse sistemata sulla linea della dignità per tutti, della tolleranza. L’avevano detto e scritto i Padri Fondatori che vollero Washington come una novella Atene. Perché qualcuno aveva tradito?

Alì è stato dentro la nostra vita, con il suo volto, con quello di Will Smith, ancora con il suo in un altro documentario “I am Alì” che suona come elogio funebre. Provocatore, intuitivo, sempre capace di portare dalla sua parte le passioni, le simpatie, gli amori. Quando doveva incontrare Sonny Liston disse che non aveva paura perché quello era solo un grosso e goffo orso: quando la sua strada incrociò quella di Frazier, Joe diventò un gorilla senza stile. Cos’aveva a che fare con lui, ape e farfalla? E quando toccò a George Foreman, Alì si esibì per le telecamere, per i fotografi. “Guardate, lui va avanti così, uno zombie, un morto che cammina, una mummia. E io l’altro giorno ho disfatto una pietra, ho fatto piangere un mattone”. Ma intanto si allenava a sopportare il dolore perché sapeva che quello George gli avrebbe dato, il dolore, ed era necessario allontanare la soglia.

E quando il momento si avvicinò e lui capì sino in fondo quel che lo aspettava, si rese conto di quel che gli serviva, il doping ambientale, e così, quando dei ragazzini lo incontrarono in una di quelle albe africane che regalano un piccolo refrigerio prima che l’umidità avvolga e abbatta, e gli dissero “Alì, booma ye, Alì uccidilo”, lui rispose sì, lui avrebbe ucciso quel grosso leone che aveva tradito la negritude (così l’aveva battezzata Leopold Sedar Senghor: a volte anche la poesia riesce ad andare al potere), che era nero ma era come fosse bianco, che non era più un fratello e in Zaire era arrivato con un cane lupo, come i vecchi e spietati padroni belgi..

La notte di Kinshasa nacque in quell’alba livida: lui aveva la gente che ruggiva. Rumble in the jungle. E chi c’era, i morti e i vivi, raccontano che fu quanto di meglio si possa chiedere alla boxe, allo sport, alla vita, la volontà che diventa energia, come in Omero, in Shakespeare, in Cervantes. I più grandi per Il Più Grande, quello che andò a sfidare Antonio Inoki, il vero Uomo Tigre, che regalò al mondo la sfida senza pietà con Joe Frazier nella calura insopportabile di Manila, “un assassinio organizzato”, nella scossa continua di un’emozione che non scema.

Cassius, il labbro di Louisville, che diventa Alì, la voce di Allah. Meraviglioso e umano nei momenti della vittoria difficile, della sconfitta, della punizione, della presa di coscienza: anche lui non avrebbe potuto aspirare all’assoluto per sempre. E una di queste linee di confine e d’ombra venne raggiunta quando non era lontano dai 40 anni e i pugni terribili di Earnie Shavers lo scossero e Angelo Dundee, che era stato al suo angolo nel bene e nel male, capi che qualcosa si era rotto e un neurologo saprebbe spiegare meglio, individuare versamenti, ematomi, misurare le scosse telluriche subite dalla massa cerebrale. Fu da allora, e passarono più di trent’anni, che Alì diventò sempre più lento, silenzioso, chiuso nel bozzolo di una malattia dal nome – Parkinson - che è diventato simbolo di tremore, senza che la coscienza interiore ne sia intaccata.

E così, quando decisero che sarebbe toccato a lui accendere il braciere olimpico di Atlanta, chi era là, o chi vide in televisione, fu preso da uno di quegli attacchi di panico che punteggiano la nostra vita e che tentiamo di mimetizzare, di nascondere, e che può essere una vertigine, un senso di vuoto, una stretta alla bocca dello stomaco. Ce l’avrebbe fatta? La torcia sarebbe caduta? Lui, il vecchio figlio degli dei, sarebbe diventato il peggior aruspice per quella strana Olimpiade scippata a Atene? Ce la fece con una smorfia che voleva essere un sorriso, il fuoco divampò e lo stadio emise un silenzioso respiro di sollievo, anche se nessuno, dopo, avrebbe ammesso di aver dubitato di lui: Alì, tremante, gonfio, invecchiato, non poteva fallire.

Quanto sia stato grande lo dicono i fatti e i morti lasciati alle spalle in questo infinito interludio fatto di un silenzio che, con lui di mezzo, era innaturale, una punizione scagliata addosso a chi aveva sempre tante cose da dire. Era sufficiente che scomparisse un suo vecchio avversario, che chiudessero i battenti di una palestra che aveva ospitato il suo passo fatato e i suoi proclami, che si celebrasse l’anniversario di uno dei suoi momenti magici, che la bella figlia salisse sul ring, che lui apparisse per una buona causa perché giornali e tv concedessero spazi. Su di lui – e con lui – sono stati girati brani di vita: in “Quando eravamo re” Miriam Makeba era una maga che annunciava il fato, la colonna era un jazz che scorticava, la notte era un sortilegio.

Il re è morto, è morto da tempo, ma è ancora in giro e ieri sono stato due ore in sua compagnia.

 

 

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