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Ranking 2021 / Mondo: tra le donne la regina e' Anita

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Giovedì 28 Ottobre 2021


anita w 

Con le “magnifiche sette” iniziamo la pubblicazione del nostro Ranking a quattro mani per l’anno olimpico 2021, per il Mondo e per l’Italia. Non tanto come rifiuto delle astruse classifiche della WA, quanto per l’esaltazione di parametri diversi, non solo numerici, scegliendo di proposito di estendere l'analisi fino al 7, il magico numero della conoscenza.

Giorgio Cimbrico

1. – Anita WLODARCZYK (POL)
Da esclusa dalle dieci dai “Saggi” al servizio della federazione internazionale al piccolo Oscar attribuitole da SportOlimpico. In sigle, da un SOS, in fatto di scelte discutibili, all’SO pieno di affetto e di stima per la ragazza della Slesia che, con un ginocchio nuovo di secca, ha tracciato la sua lenta e inesorabile escalation: dai primi timidi 70 metri di inizio stagione ai quasi 79 di Tokyo.

La 36enne polacca con i capelli color della stoppa, che ama ricordare con commozione Kamila Skolimowska, gioca con il 3-4-4: tre titoli olimpici di fila (prima e unica donna nella storia dell’atletica), quattro titoli mondiali, quattro europei, il 75% di possesso, 37, nelle prime 50 prestazioni All time. Con il martello esiliato dalla Diamond League, dissemina di buche i prati di casa e quelli dei grandi eventi. Sei record del mondo, sette se avessero omologato quello con cui aveva scavalcato il fiume Oder. Padrona assoluta, a parte un’irruzione di DeAnna Price, della dimensione degli 80 metri.  

2. – Elaine THOMPSON (JAM)
Disegnata da Hugo Pratt, zigomi alti e sguardo ironico, a volte divertito: una delle indovine caribiche che praticano la magia bianca, predicono il futuro. Per il suo prevede di scavalcare Florence Griffith: sui 100 il vantaggio della scomparsa donna bionica è ridotto a cinque centesimi dopo il 10”54 di Eugene. Sui 200 rimane più consistente: da 21”34 a 21”53. Quanto al presente, la vede come una regina trionfante: doppia doppietta 100-200 a Rio prima e a Tokyo dopo, e unica a uscire dai Giochi ritardati, grazie alla staffetta, con tre ori! Margini ampi nelle due gare individuali: 13 centesimi sull’eterna Shelly Ann Fraser, e 28 sull’iperandrogina namibiana Christine Mboma che nei 200 ha trovato un eccellente rifugio andando non lontana, a 19 anni, dalle prime dieci di sempre.

3. – Sifan HASSAN (NED)
Proteiforme, buona per tutte le distanze, dagli 800 alla mezza maratona: quella intera se la riserverà per il futuro e per arricchire il conto in banca. Instancabile e prosciugata: la braccia sono grissini; le gambe, matite. Geneticamente etiope, atleticamente olandese, ha provato un’avventura, per impegni ravvicinati, accostabile solo ad antiche e mitizzate imprese di Nurmi. E dopo la singolare doppietta mondiale 1500-10.000, ne è uscita con i successi su 5000 e 10.000 e il bronzo nei 1500. Non è ancora noto se a Parigi inseguirà Zatopek e la triplice corona. Potrebbe provarci, potrebbe riuscirci.

4. – Faith KIPYEGON (KEN)
Chiamavano baby killer Tirunesh Dibaba, un’etichetta che si adatta anche alla piccola mamma di Alyn, alla moglie di Timothy Kitum, bronzo olimpico, uno di quelli che videro da lontano la nobile galoppata di David Rudisha a Londra 2012. La moglie ha fatto di meglio: campionessa dei 1500 a Rio, campionessa a Tokyo, eguagliando, con questo bis, Tatiana Kazankina. La trama che propone è spesso una costante: accelerazione prima della campana e tenuta su ritmi furibondi e crudeli per chi prova a tenere il passo. A Montecarlo era andata a un secondo dal record del mondo dell’altra Dibaba, Genzebe, lasciando a due secondi molto abbondanti Sifan Hassan e se a Tokyo il vantaggio è stato più ridotto, si deve solo al coraggio e alla determinazione della scozzese Laura Muir.

5. – Ating MU (USA)
E' nata nel New Jersey, si allena in Texas ma rappresenta l’assoluto naturale della corsa che solo un’africana può esprimere. La profonda radice sudanese si legge nel volto, nella struttura, nell’azione coraggiosa che non ha bisogno di scanditrici di ritmo. A 19 anni, dopo in trionfi NCAA, due titoli olimpici, il primo accompagnato dalla sensazione che il più vecchio record mondiale, avviato ai 39 anni di età e in mano a un’atleta assai diversa, Jarmila Kratochvilova, potrebbe non raggiungere quell’ennesimo giro di boa.

6. – Sydney McLAUGHLIN (USA) 
Da stella nascente, rising star, a stella splendente. La storia è corsa veloce per l’altro talento messo in vetrina dal New Jersey, frutto di una famiglia con il giro di pista nel destino e nelle fibre: il padre Willie 45”30 sul piano, il fratello Taylor 48”85 con gli ostacoli. Un inverno con uscite su 60hs, un inizio di stagione sempre in cerca di velocità e di affinamento della tecnica. Due olimpici e due record del mondo, prima ai Trials, poi a Tokyo nella più grande gara della storia: lei sotto i 51”50, Dalialh Muhammad appena sopra, cedendo la corona a testa molto alta e, non lontana l’orange Feme Bol, una delle piacevoli novità fornite dall’Europa.

7. – Yulimar ROJAS (VEN)
Fine del lungo regno, superiore al quarto di secolo, dell’ucraina Inessa Kravets, con la forte sensazione che si tratti soltanto di una prima tappa sul cammino che porta ai 16 metri. “Con quella bocca può dire ciò che vuole” recitava un vecchio slogan che usava il bel volto di Virna Lisi. Con quelle gambe la venezuelana trapiantata in Spagna (la maglia è quella “azulgrana” del Barcelona), ma rimasta fedele al paese bolivariano, può rimbalzare dove vuole, fuori dalla portata di una concorrenza molto lontana. Ivan Pedroso deve soltanto riuscire a farle entrare in zucca che lo step non è un semplice passo. Coco Chanel, dall’aldilà, rimpiange di non averla incontrata: ne avrebbe fatto la regina delle mannequin.

 

 

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