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I sentieri di Cimbricus / La breve storia di Edith e Marcel

Martedì 19 Ottobre 2021

 

piaf

 
Per ricordalo, Edith creò l’Hymne à l’amour. Prima, la colonna sonora della loro breve felicità era stata La Vie en rose, macchiata dai petali che lei gli aveva fatto trovare nella stanza d’albergo dopo che lui aveva domato Tony Zale.

Giorgio Cimbrico

I documentari, quelli buoni, sono una fonte di ispirazione o invitano a dare un’occhiata, a rileggere, a provare a migliorare quel che un tempo aveva generato passione, coinvolgimento, commozione. Soprattutto commozione. Ieri mi sono bastati due fotogrammi, tutti e due in bianco e nero: lui sul ring, le braccia basse dopo la fatica; lei con la voce straziante come il clarinetto di Mozart e quegli occhi disperati.

Su quel loro amore sono stati girati due film – il primo è di Claude Lelouch, “Marcel e Edith”, l’altro è del 2007, “La Vie en rose” (Marion Cotillard realizzò il miracolo della metamorfosi e prese l’Oscar) e a ogni anniversario – fra poco, il 28 ottobre, sarà il 72° – c’è chi ricorda lo schianto del Constellation dell’Air France sul Monte Redondo mentre si preparava all’atterraggio per scalo alle Azzorre. A bordo, 48 passeggeri partiti da Orly, diretti nella notte verso New York: una era Ginette Neveu, giovane violinista che aveva un appuntamento con la Carnegie Hall, un altro era Marcel Cerdan che andava in America per la rivincita con Jake La Motta e provare a riprendersi la corona mondiale dei pesi medi.

Tutti hanno la loro Superga, la Francia la ebbe in quel momento, sei mesi dopo quella del Grande Torino. E quando lo dissero ad Edith che lo aspettava, lei rispose che sarebbe andata in scena: al “Versailles” sempre tutto esaurito quando c’era lei dietro il microfono. Cantò e si afflosciò in un mucchietto nero: Piaf in argot vuol dire passerotto. Negli stessi momenti la folla del Madison Square Garden – il pugilato, a quel tempo, era un’abitudine giornaliera – cantò la Marsigliese: sembra una scena de “La Grande Illusione” ed è solo cronaca vera, non offuscata dal tempo.

Per ricordare Marcel, Edith creò l’Hymne à l’amour. Prima, la colonna sonora della loro breve felicità era stata La Vie en rose, macchiata dai petali che lei gli aveva fatto trovare nella stanza d’albergo dopo che lui aveva domato Tony Zale. Edith vedeva in Marcel il vigore, la forza, la vita: lei, di tutto questo, aveva avuto in sorte solo dei soffi, dei battiti, degli squarci. Lo aveva conosciuto nel ’48 dopo che la sua relazione con Yves Montand era andata a catafascio: Yves sentiva ormai di avere ali forti, cantava quel che voleva, non aveva più bisogno del suo aiuto, del suo consiglio, sentiva dentro l’impegno politico e aveva trovato la compagna ideale in un’alsaziana dagli occhi indagatori e bellissimi, Simone Signoret. Marcel era diverso da Yves, non aveva quello sguardo disincantato, era un pied noir, venuto al mondo nel ’16 a Sidi bel Abbes, il tempio della Legione, cresciuto in una città – Casablanca – perfetta per una storia di amori spezzati.

In Italia sarebbe montata la marea dello scandalo per la relazione tra Fausto Coppi e la Dama Bianca; in Francia nessuno battè ciglio per la passione nata e esplosa tra Edith e Marcel, sposato, padre di tre figli: uno, Marcel junor, l’avrebbe interpretato sullo schermo. Erano i volti di un paese che si stava risollevando da vicende vergognose e eroiche, crudeli e luminose: capita quando un popolo si divide, collabora con il nemico, lo combatte, persegue il crimine politico, esplora la chance del riscatto.

Marcel era bruno e solido, così versatile – al pari del compaesano Just Fontaine – da meritare tre selezioni nella nazionale di calcio marocchina prima che il ring si chiudesse attorno a lui. L’amore con Edith è già scoppiato – nulla sboccia con Edith … – quando il 21 settembre 1948 lui vive il suo giorno dei giorni: a Jersey City, costringe alla resa alla dodicesima ripresa Tony Zale, radici polacche, soprannominato acciaio temprato, padrone della nobile categoria per sette anni, a parte la breve parentesi concessa a Rocky Graziano. La Francia tributerà al nuovo eroe l’accoglienza riservata a Lindbergh e, quattro anni prima, alla brigata di Leclerc, i liberatori.

Il 16 giugno 1949 Cerdan si scontra a Detroit con Jake La Motta, il Toro del Bronx: si lussa una spalla al primo round, prova ad andare avanti e si arrende al nono intervallo. In tempi non inquinati da un proliferare di associazioni, non è difficile fissare la data della rivincita: il 28 settembre. Cerdan rimane a New York: Edith ha una scrittura con un paio di locali che la trattengono in America almeno sino a Natale. Ma non lontano dalla data del match, La Motta presenta certificato medico: mano infortunata in allenamento. Una scusa per evitare le formidabili condizioni in cui era annunciato il francese? La rivincita scivola al 2 dicembre. Marcel torna in Francia e Edith inizia a tempestarlo: “Torna”. Decide di accontentarla: va agli uffici dell’Air France e chiede d prenotarsi per il volo del 27 ottobre. Pieno, gli rispondono.

Ma no, un momento, due posti ci sono, li hanno lasciati liberi due ciclisti italiani, Nando Terruzzi e Severino Rigoni che hanno dovuto anticipare il volo per esser presenti al banchetto ufficiale della Sei Giorni di New York. A dire il vero ci sarebbe la prenotazione di una coppia di francesi: non resta che chiamare per vedere se sono disposti a rinunciare. Rinunciano volentieri quando sentono che del posto ha bisogno Marcel Cerdan. Il 27 ottobre, alle 21,06, l’aereo decolla da Orly; il 28 ottobre, alle 3 del mattino, ora delle Azzorre, il Constellation è un ammasso in fiamme. Per Edith, ancora quattordici anni di eccessi, canzoni, ricordi mai fievoli, solo devastanti, e fantasmi.  

Marcel è sepolto a Perpignan, nel sudovest francese di lingua catalana, Edith al Pére Lachaise, tra i grandi, sotto il nome di Madame Lamboukas.

 

 

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