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I sentieri di Cimbricus / L'algoritmo uccidera' anche il rugby

Venerdì 15 Ottobre 2021

 

rugby-beer


Quel che stupisce e fa incazzare è la rapida abiura che un mondo ha fatto nei confronti del suo passato. Era una foresta di umanità, una chanson de geste come la chiamava un vecchio e caro amico che n’è andato in tempo (Paolo Rosi, chi altri?), un caleidoscopo.

Giorgio Cimbrico

Ultimi aggiornamenti dal pianeta Ovalia: la federazione mondiale ha aperto all’uso del legging, che una volta chiamavamo calzamaglia. Fuor di metafora, il proliferare dei campi sintetici fa bruciare la pelle. Perché i giocatori non appaiano massicci epigoni di Nureyev e per non dar adito a maliziosi ammiccamenti o apprezzamenti sulle consistenze rivelate, dovranno indossarlo sotto i pantaloncini.

Ho capito che quel mondo stava cambiando quando, ormai diversi anni fa, invitato a una mensa rugbystica, ho notato che da bere c’era solo acqua liscia. A seconda del paese e del censo, il rugby era il mondo della birra (con birra scura e ostriche venne battezzata la nascita dei Barbarians), dello champagne, del chiaretto (molto apprezzato dagli ex-etoniani), del vino popolare del sudovest della Francia, di certi bianchi dell’Oltrepiave. Adesso, a parte qualche extra post partita, devono stare a stecchetto, curare la forma, esser sempre pronti allo scontro. Ormai un giocatore fa più partite in un anno che un suo fresco avo in una carriera.

Da un quarto di secolo, dopo la spinta assestata da Rupert Murdoch, è arrivato il professionismo e così capita di assistere a situazioni grottesche: ci sono giocatori della Rugby League, il gioco a XIII come lo chiamano i francesi, nato alla fine del XIX secolo come professionistico, emigrare nella Rugby Union, a XV, per 120 anni strettamente dilettantistica e accesa spregiatrice di chi, sacrilegio, percepiva denaro per scendere in campo.

E ora, via una metamorfosi e sotto con un’altra, la vecchia carica umana sta per essere sostituita dal gelo dell’algoritmo. Certe aziende, specializzate in queste faccende, stanno lanciando i loro tentacoli e qualcuno ne sta rimanendo avvinto. Una volta avremmo detto: ha morso direttamente l’amo, senza bisogno del verme. Cosa offrono questi esponenti di un mondo sempre più scherano dei poteri veri, forti? Scomporre un’azione, sottoporre ogni movimento ad una valutazione: vincere l’uno contro uno, avanzare, riciclare la palla, servire l’assist decisivo, segnare. Ma anche: iniziare con un passaggio incerto, farsi bloccare, subire, indietreggiare. Alla fine, sommando, sottraendo, si otterrà il rendimento di un giocatore. Altro che i giudizi a palmi, dettati dall’emozione. Roba vecchia.

L’idea loro è che tutto questo dia allo staff tecnico un quadro completo dell’efficienza dei giocatori e delle strategie. “S’ingaggia e poi si vede”, diceva Napoleone quando stava per dare battaglia. Anche nel suo caso, roba vecchia. Non viviamo nell’età dell’esattezza?

Chi ormai non si fa più abbindolare da questa roba (l’analisi al computer, il GPS infilato in un taschino della maglia per misurare le distanza percorsa in partita) pensa possa essere un bello specchietto per le allodole (in questo caso i telespettatori, specialmente quelli di più recente acquisizione), da trasformare in martellanti e incomprensibili grafiche da disegnare sul video. Ma non solo. Dopo aver immagazzinato dati trasformati in valutazioni, questa tecnologia può esser la chiave per non rinnovare un contratto o costringere a più miti pretese le richieste economiche di un giocatore. “Puoi veder da solo: quest’anno il tuo apporto (work rate, ovviamente) è stato insufficiente”. “Ma se in alcune partite sono stato decisivo, se ho segnato mete importanti …”. “Ci dispiace ma i dati sono inoppugnabili”.

No, non è il mondo dei robot, non è neanche il mondo degli androidi. E’ qualcosa di molto più crudele, una vivisezione di ogni gesto, un’intercettazione continua di una vita in campo. Una specie di Stasi che sorveglia, non perdona e forma un archivio di pratiche. Digitali, ovviamente. Il tempo dei fascicoli è finito.

Quel che stupisce e fa incazzare è la rapida abiura che un mondo ha fatto nei confronti del suo passato. Era una foresta di umanità, una chanson de geste come la chiamava un vecchio e caro amico che n’è andato in tempo (Paolo Rosi, chi altri?), un caleidoscopio grande come l’osservatorio di Palomar: avventurieri con la voglia di menare le mani (avrebbero, gli uomini dei dati, il coraggio di sottoporre i loro risultati a Paddy Maine che dopo aver giocato per i Lions nel ’42 correva con una Chevrolet armata nel deserto della Libia?), farmer boeri, allevatori neozelandesi, vignaioli della Francia del Sudovest, mediani di mischia trasformati in mercanti di diamanti, oxoniani dal naso rotto e dal perfetto accento, scozzesi dei Borders, argentini dalla lingua lunga e dalla lacrima facile, isolani ingenui e giganteschi, gallesi che masticano la loro lingua misteriosa.

L’atlante etnografico e sociale del rugby che fu, sepolto o definito anacronistico o celebrato alle obbligate scadenze liturgiche, è un volume molto spesso che riporta all’opera che riempi la vita intera di Balzac – la Commedia Umana –, e può proporsi come compagno di scaffale, costa a costa, con Moby Dick. Scorrete le pagine, udite la coralità, esaminate l’equipaggio e poi, uno per uno i suoi membri, da Achab in giù, sino agli esotici ramponieri che sembrano fatti apposta per giocare in seconda e in terza linea: c’è chi ricerca l’assoluto, il mistero, l’insondabile, chi per farlo deve armarsi di coraggio, chi è attanagliato dal dubbio ma riesce a liberarsi da quei lacci, c’è chi ha paura, chi ricorda, chi ha visioni, chi attende strimpellando su un vecchio violino, chi sa già come andrà a finire.

C’è un momento in cui tutti perdono la sete o la speranza del guadagno. Che è il contrario del mondo che, in questi anni, ci è stato dato in sorte: merce da vendere, sempre di più, profitto a tutti i costi, cancellazione del senso e del gusto dell’attesa, proposizione martellante di partite su partite senza più paprika, senza più spezie preziose, sino a che tutto diventa confuso, così come i regolamenti che stanno architettando, i formati che stanno creando.

Prima di morire, Samuel Beckett guardava partite di rugby: diceva di trovarvi una pienezza lontana dalla desolazione delle sue opere. Beckett è morto nel 1980, prima della Grande Riforma. Fosse ancora vivo, accanto a Estragone, Vladimiro, Lucky troverebbero posto questi venditori di inutili dati, recitando inutili parole su una scena deserta, senza orizzonte.

 

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