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Duribanchi / Quel che servirebbe al (fu) Bel Paese

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Martedì 12 Ottobre 2021


draghi-20

 

Tra becera violenza, no vax, no pass, incapacitĂ  e diffusa ignoranza a tutti i livelli istituzionali, molto ci sarebbe da fare piĂą che litigare: compito immane. Eppure qualcuno in grado di metterci mano ci sarebbe.

Andrea Bosco

La misura è colma. Nel paese che è solito calpestare Orazio e che di “misura” è sprovvisto, il pensiero del comune cittadino è uno solo: “basta”. Basta con i fascisti, noti e lasciati impuniti alle proprie “nostalgie”. Basta con la comprensione di quelli che “in una democrazia vige la libertà d’ espressione” e che sono soliti “comprendere”, pensando ai voti dei “nostalgici”. Basta con i violenti: conosciuti, individuati e mai perseguiti. Basta con la politica degli “slogan” che azzanna le altrui bandiere e che sogna un paese dal “pensiero unico”. Basta con gli squadristi neri o rossi che siano.

E basta anche con le foglie di fico che il governo continua a mettere sui no vax, no pass, no tutto: chi non si vaccina è pericoloso. Chi insegue le puttanate del web è pericoloso. Chi non si informa è pericoloso. Un paese che tollera la “violenza” di un pensiero distorto è un paese da ricovero. Non è solo un paese debole. E’ un paese senza futuro. Inutili le stime sulla crescita, sul Pil, sulle millanta “historie” veicolate dalla peggiore classe politica della storia repubblicana. La violenza alla sede della CGIL è inaccettabile. La violenza nei confronti di un pronto soccorso, demenziale. La violenza va repressa. E punita con una determinazione che costituisca un monito: un deterrente contro quanti la praticano o vorrebbero praticarla.

La becera violenza squadrista non è la sola in circolazione. Se non ti vaccini e paralizzi i mezzi pubblici sei un violento. Se non ti vaccini e non raccogli – visto che è il tuo lavoro – l’immondizia, sei un violento. Se non ti vaccini e non consegni la posta sei un violento. E se sei un antennista e consigli la famiglia per la quale lavori di non vaccinarsi, con il risultato che quelle persone finiscono gravemente colpite da Covid in terapia intensiva, sei un criminale. Non avevi titolo per esprimere valutazioni del genere. Sei un idiota che per riempirti la bocca e dare sfogo alle tue fobie, hai fatto il danno di chi, per sua sfortuna, ti ha creduto.

E poi c’è la violenza delle istituzioni. Il lassismo insopportabile di chi dovrebbe garantire l’ordine pubblico e non lo fa. Ma c’è una violenza ancora più insopportabile: quella di chi (a capo dell’antimafia) racconta che i mafiosi sono “nelle prefetture”. E resta ancora lì, al suo posto. Senza che il Parlamento faccia un plisset su una affermazione di tale gravità. O hai le prove e le produci, oppure sei. Mi astengo dalla definizione che comincia per “emme”: potete immaginarla. C’è una sfiducia nel Paese per chi siede in quell’aula che il Palazzo (neppure dopo le ultime elezioni amministrative, con metà dell’elettorato assente dalle urne) proprio non riesce a percepire. I “distinguo”, le “scuse” si sprecano. A nessuno che venga in mente che ad un numero crescente di cittadini, la sgangherata politica italiana non ispira fiducia. Ispira diffidenza. Cosa serve andare a votare? Credevo di non poter mai scrivere una cosa del genere. Ma dopo il Napolitano bis. Dopo il Mario Monti votato da nessuno. Dopo il Conte uno, uscito dal nulla e parimenti votato dallo 0,0 periodico dell’elettorato. Dopo il Conte due, frutto di un mal olezzante equilibrismo parlamentare. Dopo Mario Draghi parimenti da nessuno eletto: a cosa serve andare a votare?

Sono convinto che Mario Draghi sia l’unico in grado di portare il Paese fuori dal letamaio nel quale si è infilato. Ma partiti o meno, le sue scelte dovranno essere coraggiose. Più coraggiose di quanto finora siano state. E non perché l’Europa ci chiede questo o quello. Ma perché nel paese dei gattopardi, dove nessuno molla la poltrona, dove si finge di cambiare tutto per nulla cambiare, una scopa non basta. E neppure un’aspirapolvere. Serve una centrifuga gigante. Serve una riforma elettorale. Serve una forbice smisurata che tagli il numero delle “partecipate”. Serve che il “reddito” vada a chi ha bisogno davvero, non a gente che ha la Porche in garage. Serve una riforma fiscale che faccia pagare le tasse agli evasori che bivaccano nei paradisi fiscali. Ma che non continui a “tosare” i ceti medi. Serve una riforma del lavoro, perché in Italia il lavoro “costa” troppo. Ma serve anche una riforma salariale, perché in Italia i salari minimi fanno schifo e certe categorie vengono schiavizzate con un paio di euro l’ora.

Serve una riforma della giustizia. Quella appena varata non basta. Non si può uscire di galera per errori burocratici o gli infiniti “sconti di pena” che consentono ai colpevoli di farsi beffe del buon senso. Serve una separazione delle carriere. Perché i magistrati tendono ad abusare del proprio potere. E per gli errori che commettono non pagano. Se gli va male, al massimo, vengono trasferiti. Serve che la giustizia sia celere. Perché in Italia con tre gradi di giudizio (e in certi casi si va addirittura oltre) l’innocente può restare in galera per anni. Ma, rovescio della medaglia, la prescrizione per i farabutti può diventare una strada lastricata di fiori.

Serve una politica estera affidata almeno a chi ha qualche conoscenza della geografia. E una politica della transizione ecologica che dica la verità: con i pannelli solari e i mulini a vento il Paese non cammina. I costi energetici sono in continuo aumento. E l’Italia è un paese che dipende per il suo costoso fabbisogno da altri. La parola “nucleare” fa paura, anche quando si confermi “pulito”. Ma l’idea di un paese che giri in bici o sui monopattini elettrici è una idea talebana che fa il paio con quella di chi aveva pensato di risolvere il problema del distanziamento a scuola con i banchi a rotelle: 400 milioni di euro buttati nel cesso.

Certo, scritto così sembra il “libro dei sogni”. Quello che mai è stato fatto dai governi che si sono succeduti dalla nascita della Repubblica, questo giornalista vorrebbe lo facesse Mario Draghi. Impresa titanica, lo ammetto. Ma Draghi ha un vantaggio: dopo di lui oggi ci sarebbe il nulla. Istituzionale e politico. E oggi nessuno avrebbe il fegato di opporsi ad una qualche decisione varata dal suo gabinetto. Le sparate di Conte, Letta e Salvini su chi ce l’abbia “più duro” sono patetiche sparate. Draghi osi: nessuno si opporrà. Faccia le riforme. Non faccia come Gabriele Gravina che ogni settimana da anni le promette e poi le rinvia. Eviti Draghi eventuali beaux gestes: tutti sono capaci di dire (come ha fatto Gravina) che l’Italia si candiderà per ospitare gli Europei del 2028. Poi però ci vorrebbero gli stadi. Quelli che a Milano, come a Firenze, come a Roma, la burocrazia e l’ideologia hanno bloccato. Come allo stesso modo in qualsiasi comune d’Italia vengono bloccati i termovalorizzatori. Il pattume italico viene spedito oltre frontiera. Dove grazie a quelli impianti fanno utili.

Osi, Draghi: non può aver timore di amebe politiche “chiacchiere e distintivo”. E dica la verità: la legge sul catasto sniderà un milione e duecentomila immobili fantasma. Quegli edifici abusivi sorti ovunque nel paese con la complicità delle amministrazioni locali e la cecità dei TAR competenti. Perequerà, la legge, le valutazioni di mercato con le metrature. Ma alla fine, 2025 o 2026, le tasse sulla casa aumenteranno. Sarà l’ennesima patrimoniale. Il naso di Draghi in questi giorni si è allungato. Perché Draghi non può dire che questa patrimoniale ci viene imposta da Bruxelles. Che da tempo non si capacita come nel paese nel quale il debito pubblico (tra i più alti del mondo) continua a galoppare, ci siano anche i più numerosi proprietari di immobili del Continente. Oltre a un risparmio incredibile, rapportato ai paesi dell’Unione. Osi, Draghi. Chi mai potrebbe opporsi? Chi?

Nessun commento sul calcio senza vergogna che celebra il terzo posto dell’Italia nella manifestazione creata per soddisfare le casse avide dell’UEFA. Battuto il Belgio: bravi azzurri, bene, bis. Ma un poco di misura: i belgi hanno preso tre legni a Donnarumma battuto. A volte è questione di “cuelo”. Un solo commento sul basket. Anzi due: Armani bella in Eurolega, meno nel derby con Varese. E Virtus maramalda a Venezia: la squadra che conosco meglio. Che sta andando male. Che visibilmente non si conosce nei tanti “nuovi” inseriti nel roster. Ma che sta appalesando anche un tasso tecnico modesto. Alcuni giocatori visibilmente non sono del livello adatto per competere in LBA. Non è vero che la Reyer sia la “terza forza del campionato”. E’ vero che WDR è abituato a tirare fuori sangue dal muro. E lo farà anche in questa stagione se la pubblica opinione non gli starà con il fiato sul collo. Ma contemporaneamente la Reyer dovrà uscire dall’equivoco. Cosa ne vuole fare Brugnaro?

La Reyer ha il Palasport più brutto d’Italia. Ha un pubblico “anziano". E sempre meno presente. Non ha un progetto di sviluppo, pur essendo la società che nelle varie categorie ha dato e dà il meglio di sé: dai ragazzini alla squadra femminile. Ma senza un impianto adeguato non puoi pensare di competere. Stessa solfa per il Venezia calcio: a Sant’Elena non c’è futuro. La Reyer ha vinto due scudetti sfruttando stagioni irripetibili nel segno della decadenza di Milano e Bologna. Oggi l’ingaggio del solo Teodosic vale la quasi la totalità di quelli della Reyer. Brugnaro ha investito su Chiusi (A2) e pare abbia ambizioni politiche che potrebbero portarlo a Roma. Da questi equivoci la Reyer deve uscire. Questo dovrebbe preoccupare. Non che la Reyer abbia perso il derby con Treviso o si sia fatta asfaltare in casa dalla Virtus Bologna.

Il discorso si allarga alla cittĂ , incatenata al turismo di massa e che ormai viaggia sui 55.000 abitanti. Serve un piano per ripopolarla. Serve vengono create aziende che non producano solo finti vetri di Murano o maschere per i pensionati di Atlanta o di Sidney. Servono case che non costino la luna. Serve una politica che freni la slavina dei veneziani verso la terraferma. Ovviamente Brugnaro avrebbe bisogno del sostegno della Regione (Zaia) e del Governo: Mario Draghi, appunto.

 

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