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I sentieri di Cimbicus / Avventura e fascino della transoceanica

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Martedì 12 Ottobre 2021

 

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Il primo è stato a cimentarvisi, sia pure con equipaggio, se vogliamo è stato Cristoforo Colombo, percorrendo senza saperlo quella che sarebbe poi diventata la Rotta del Rum.

Giorgio Cimbrico

SportOlimpico.it non parla mai di vela. Arrivati al 12 ottobre è il caso di trattare l’argomento. E’ il caso, e più che altro è giusto perché notiamo che spesso si parla delle doti equestri di Napoleone e di Wellington, delle abilità natatorie (e di marciatore) di Mao Zedong, della mira di Teddy Roosevelt, del talento nel salto in lungo di George Washington, delle poliedriche doti espresse nel pentathlon dal giovane George Patton, ma mai di vela e di regate che hanno lasciato il segno, niente.

Che sono poi quelle faccende assolute di cui mi parlava Cino Ricci una sera a Plymouth: “Tutto il resto sono pugnette”. Non so se nelle categoria delle pugnette Cino comprenda oggi anche questa vela a cento all’ora che si pratica badando a non toccare mai l’acqua, ma ho idea di sì.

Tralascio l’antichità, sino ai vichinghi e anche oltre, perché era una vela mista a canottaggio: se non c’era vento si andava a remi. La frusta era un optional, usata se agli scalmi c’erano prigionieri, condannati, schiavi. E così, sempre per via dell’avvicinarsi della data sopra citata, comincio con Cristoforo Colombo che ha buone chances di essere mio concittadino, malgrado le sue origini vengano reclamate e rivendicate da piccole località dell’entroterra genovese, da Cogoleto, dalla Spagna, dal Portogallo. Qualcuno ha azzardato fosse irlandese: Christopher Pigeon? Per chiedere conferme e informazioni rivolgersi ad Altan, autore di una delle più belle biografie del nostro eroe.

Colombo è stato il primo a cimentarsi in una transoceanica con equipaggio. Di chi prima di lui aveva provato in solitario, San Brendano, si sono perse le tracce. Percorrendo, inconsapevole, quello che poi sarebbe diventata una transatlantica di una certa importanza, la Rotta del Rum, Cristoforo da qualche parte arrivò, di sicuro non in Giappone, ma non aveva l’assistenza dei suoi colleghi d’oggigiorno, né il telefono satellitare né il servizio meteo ventiquattro ore su ventiquattro. Per di più i calcoli di Paolo Toscanelli erano sbagliati: la terra non era un’arancia, era un melone. L’unica cosa che poteva misurare, oltre le leghe percorse ogni giorno, era l’incazzatura crescente dei suoi uomini che non erano degli yachtmen.

Il primo a provare una “attorno al mondo” è stato Magellano, mai arrivato al traguardo: ammazzato e mangiato alle Filippine. Il primo a riuscirci, Francis Drake. Se vi capita di passare sulla riva sud del Tamigi e di imbattervi nella ricostruzione del Golden Hind, un barcone di venti metri, vi sarà chiaro che gente era. Drake è stato anche il primo a dare un senso al termine “regata” che gli inglesi scrivono con doppia t: quella contro l’Invencible Armada finì per essere una faccenda piuttosto complessa, appassionante e ben condita dalla buona sorte. “I venti soffiarono ed essi furono dispersi” è scritto sulla medaglia celebrativa che, in un certo senso, è il primo trofeo della storia: Inghilterra campione, Spagna sconfitta. Nessuna rivincita prevista.

Un trofeo inesistente, quello del coraggio, dell’abnegazione, venne conquistato nel 1789 da William Bligh e dai 18 uomini che l’avevano seguito su quella scialuppa di sette metri, dopo l’ammutinamento del Bounty. Con il volto di Charles Laughton prima, di Trevor Howard poi, Bligh risulta un comandante brutale, sadico. La terza versione – Bligh è Anthony Hopkins – lo rende molto meno sgradevole, aderente a quel che doveva essere un ufficiale della Navy di quei tempi, alle prese con ciurme riottose e collaboratori di modesta levatura.

L’impresa di Bligh rimane un capolavoro dell’arte velica e marinara: abbandonato con il gruppo che gli era rimasto fedele – poco cibo, poca acqua, senza strumenti, senza carte nautiche e con una piccola vela – tra Tahiti e le Fiji (in molte isole era comune l’antropofagia), riuscì a coprire 3600 miglia nautiche, vale a dire 6700 chilometri, in 47 giorni per approdare a Timor, al tempo appartenente alle Compagnia olandese delle Indie Orientali. Negli ultimi giorni la razione individuale era ridotta a una crosta di pane di 40 grammi. L’unico cibo energetico previsto era qualche pesce volante che la fortuna faceva atterrare tra quei disperati.  

 

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