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I sentieri di Cimbricus / George Best e le trincee dell'intolleranza

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Martedì 5 Ottobre 2021


         best 


“L’hanno sepolto a Belfast, per lui la città più bella del mondo. Belfast popolana, orgogliosa, divisa, presidiata, riunita, risorta, cattolica, protestante, tutta unita per dire addio a George, quello che dribblò i settarismi.”

Giorgio Cimbrico

Su uno dei canali che SKY riserva ai documentari ne sta girando un paio molto belli. Uno è sui 18 atleti neri che andarono a Berlino e non è la solita storia, non sempre corretta, su Jesse Owens. L’altro è su George Best che, lasciando da parte il fascino suscitato dai “maledetti”, va ricordato per una sua frase memorabile: “Se fossi nato brutto, di Pelé non parlerebbe nessuno”. Il bel George avrebbe 75 anni, potrebbe essere tra noi, imbiancato, invecchiato. Ogni tanto, sobrio. E potrebbe ricordare …

Il Sessantotto, Revolution, il Maggio, Marcuse, la fantasia al potere, la Swinging London dove ogni attimo è creazione e un nordirlandese con le basette che dribbla un portiere portoghese e fa rollare la palla dentro, lenta, dolce, irridente: qualcuno dice che la morte regala un succedersi vorticoso di fotogrammi, la vita in un attimo. Chissà se è vero. Alle 12,55 del 25 novembre 2005, al Cromwell Hospital di Londra, reparto di terapia intensiva: morì il paziente George Best. Sapevano tutti che era questione di giorni, di ore: lo sapeva anche lui. Una settimana prima, in un momento di lucidità, aveva detto a Phil Hughes, vecchio amico, curatore di quella poca immagine che gli era rimasta: “Fammi una foto, fai vedere al mondo come mi sono ridotto. Magari servirà”. News of the World la mise in prima pagina: un marinaio muore in mare, un campione può morire affogato nell'alcol: dentro, un fegato donato e l'eccesso che divora.

Best, il migliore, il quinto Beatle: “Sono nato con un grande dono ma ho capito che qualche volta può avere effetti distruttivi”. Con lui è andata così: il diavolo nella bottiglia. E Alex, la seconda moglie, venuta dopo una febbre di avventura (due delle sue ex avevano portato in testa la corona di Miss Universo), raccontò di quella “che in George pareva una missione: la voglia di demolirsi pezzo per pezzo” mentre tutti erano intenti al compianto, a dire che era il migliore perché è così facile dirlo quando uno che si chiama Best se n'è andato, il migliore tra i britannici, il migliore al mondo tra il '64 e il '69, il Pallone d'Oro nel suo anno mirabile che non poteva essere che il '68, un eroe giovane e bello, collocato tra Pelé e Cruyff, un annuncio di Maradona.

George era un improvviso dell'anima, un diverso, tecnicamente e fisicamente: non alto, all'apparenza fragile, capace di contrasti ruvidi, quasi violenti, di tiro secchissimo, sempre nell'angolo basso. Perché l'arte sta lì, colpirla sempre bene, piena. E il genio abitava in quel dribbling che lui portava con naturalezza, conquistata giocando per le strade di Belfast negli anni della città livida, dei cancelli a dividere il quartiere cattolico da quello protestante: le trincee dell'intolleranza.

George era l'uomo degli addii: amava Old Trafford, la siepe del pubblico, il boccaporto, la bruma, il boato mai isterico, ma il giorno che disse basta non vi mise più piede: fu nel '74, al termine di un ennesimo tentativo di recupero finito male, di contrasti insanabili con il successore di Matt Busby. Il vecchio Matt sì che l'aveva compreso senza coccolarlo, che l'aveva rimproverato come si fa con un figlio matto, che aveva tentato di combattere la sua incapacità di difendersi da solo. L'aveva fatto con lui e con tanti suoi boys: meritava un monumento e gliel'hanno eretto. A Old Trafford.

Red: con quel colore addosso le storie che meritano di essere narrate. La più bella ha l'happy end a Wembley, stadio imperiale, 4-1 al Benfica di Eusebio. Chi fa saltare il banco, in supplementari di cariche, è Best il grimaldello. Per lui è gioia violenta, per Bobby Charlton la celebrazione dell'anniversario più triste: dieci anni prima, l'incidente aereo di Monaco di Baviera, la strage dello United. Lui era uno di quelli che la tragedia non spazzò. In George, Bobby rivide il talento puro di Duncan Edwards, ferito in quello schianto nella neve sporca per entrare in una lunga agonia.

Buio: con quella tenebra addosso, le storie tracciate in notti brave che non finivano mai, in giorni di torpore, in verbali, in documenti ospedalieri: guida in stato di ubriachezza, aggressione a un agente, otto settimane in cella, il fegato a pezzi, ricoveri, il trapianto, le immagini impietose di quel bel ragazzo che rivaleggiava con Terence Stamp e che, appena al di là dei 50 anni, era un povero vecchio, le mani malferme, la barbaccia bianca, lo sguardo inebetito. Dov'era finito il vecchio George? Aveva tentato di cercarsi disperatamente lasciando la Gran Bretagna, provando l'avventura nel calcio USA, buttando anni buoni e aveva finito per perdersi in un labirinto senza uscite. Per quelli della sua generazione risultò straziante ricordarlo infangato e splendente, provocante e provocatore. Un giorno duro, come quando un Erostrato del nostro tempo privò il mondo di John Lennon. Erano parte di una colonna sonora, di un'età che ha cambiato il mondo, piena di libertà piena e vissuta.

L’hanno sepolto a Belfast, per lui la città più bella del mondo. Belfast popolana, orgogliosa, divisa, presidiata, riunita, risorta, cattolica, protestante, tutta unita per dire addio a George, quello che dribblò i settarismi, che camminò negli spazi permessi a pochi, che trovò il male e non riuscì a scrollarselo di dosso. In 500.000 per salutare quel poco che rimaneva del magnifico ragazzo, per riuscire nell'impresa di allungare una pacca sulla spalla fragile di Dickie Best, vedovo di Ann dal '68, proprio quando George celebrava la stagione delle meraviglie e perdeva sua madre; per intravvedere solo da lontano Calum, il figlio bello come lui, gli stessi occhi intensi e irriverenti; per stare incollati agli schermi della BBC che trasmise in diretta il funerale, capace di riunire Britannia dietro la bara del ragazzo che portò la brezza del cambiamento; per ascoltare le parole di Dennis Law, a fianco di George in quello United e per scolare pinte e bicchierini.

Simon Hattenstone, del Guardian, rivelò di aver avuto una visione degna di William Blake: George accompagnato alla tomba da Stan Bowles, Tony Currie, Charlie George, Rodney Marsh, Alfie Conn, Alan Hudson, Duncan McKenzie, Peter Osgood e Frank Worthington. Con tutta onestà, a parte gli ultimi due, non parve una schiera di stelle degna di accompagnare George all'estrema dimora, non fosse che l'uno, l'altro e l'altro ancora rappresentano quella generazione che sovrappose il calcio degli anni Sessanta con la musica incalzante degli Stones e poi di Rod Stewart, che invertì una rotta tetragona e divertì e fece delirare proprio come il rugby dei basettuti, capelluti, magnifici gallesi che ebbero in Gareth Edwards, Barry John e Gerald Davies indimenticabili epigoni. E questo clima di dolore, di rimpianto, di ricordo venne anticipato a Old Trafford, lo stadio del Manchester e suo, nella funzione compunta che offrì il viso commosso di Bobby Charlton, la mascella contratta di Alex Ferguson, le teste chine dei vecchi compagni di squadre, quelli che accanto a lui scrissero la rivoluzione dei Red Devils.

A Belfast per un giorno l'assoluto del ricordo si mischiò all’orgoglio provinciale di una regione (l'Ulster) che al mondo, in questo difficile mezzo secolo, ha comunicato i suoi problemi, gli scontri, gli agguati, gli attentati, le vendette, la trincea scavata tra i quartieri cattolici, con i suoi murales sognanti e leggendari, e quelli protestanti, decorati da minacciosi personaggi in passamontagna e fucile d'assalto, da slogan integralisti in cui la mano rossa è sormontata dalla corona e da un lealismo ossessivo.

Dopo l'ardua pace e la consegna delle armi, tutti riuniti per il ragazzo che passò il mare livido e che tornò, leggero come un’ombra: “bring him home”, riportalo a casa, cantò Peter Corry sull'immensa distesa di teste che si mosse dalla casa dove George nacque, nel quartiere protestante di Cregagh. Da lì partì il pellegrinaggio per il bianco Parlamento di Stormont, circondato da prati che il gelo notturno e la pioggia avevano reso fangosi, e poi al cimitero di Roselawn dove George finì accanto a Ann. Quella tomba è diventata una meta, una distesa di maglie, di sciarpe, di fiori, di memento, di messaggi. George Best, 1946-2005: il tempo è breve.

 

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