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I sentieri di Cimbricus / Nella meravigliosa Terra della Regina

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Giovedì 30 Settembre 2021

 

gold coast


Sua maestà Thomas Bach ha scelto ancora: ha decretato che dopo Parigi ’24 e Los Angeles ‘28, nel 2032 il Circo Olimpico farà tappa sulla più grande spiaggia del mondo, l’ex colonia penale di Redcliffe fondata nel 1823. Beato chi ci sarà.

Giorgio Cimbrico

Classificata costantemente tra le città più vivibili al mondo, Brisbane ha lo sport nelle vene. Scorre anche più velocemente e appassionatamente da quando la sua candidatura (unica) a ospitare l’Olimpiade del 2032 ha avuto facilmente la meglio, terza città australiana dopo Melbourne 1956 e Sydney 2000 ad avere i Giochi. La giovane Australia come Londra, Parigi e Los Angeles.

Brisbane e il Queensland, la terra della Regina, sono al centro dello sport dei nostri giorni, di quelli che sono stati e di quelli che verranno: la capitale dello stato, il suo sobborgo marino di Gold Coast e la lontana e tropicale Townsville, si sono trasformate in “bolle” per il Rugby Championship che stava vivendo seri pericoli di sopravvivenza e ha così potuto celebrare il 100° anniversario e il 100° scontro della lunga saga All Blacks-Springboks.

Brisbane ha poi aperto le porte del Suncorp alla finale della League, un appuntamento che laggiù è sentito come la Melbourne Cup di galoppo, la Grand Final dell’Australian Football e un altro classico del gioco a XIII: State of Origin, il faccia a faccia, legato alle radici, tra giocatori nati in Queensland e in New South Wales. Gli australiani non sono tanti, ma quando il calendario propone queste date, si fermano tutti, anche quei che vivono nell’outback. A Brisbane sta per toccare anche l’onore di “accendere” le Ceneri, con il primo test tra Australia e Inghilterra, una rivalità che nel cricket può tenere il confronto con quella ovale tra neozelandesi e sudafricani.

Il Queensland possiede la più grande spiaggia libera del mondo, dalla sabbia di Gold Coast alla vegetazione di Cairns, tropico pieno. Hanno anche stadi bellissimi, beati loro: quello di Townsville, casa dei Cow Boys, ha una struttura aerea, leggera; il Suncorp è un cubo che di notte diventa una fonte di luce; quello di Gold Coat è moderno e imponente come può esserlo un impianto capace di radunare l’unico Impero ancora esistente, quello dello sport che, USA esclusi, parla inglese.

Nelle due edizioni dei Giochi del Commonwealth conquistate dal Queensland, l’Australia dominò il medagliere sia nel 1982 (108 medaglie, 38 d’oro) sia nel 2018: 198, con 80 vittorie. Per chi ama rovistare nel passato, saltano fuori ricordi che lasciano il segno: quasi quarant’anni or sono il campione olimpico dei 100, lo scozzese Allan Wells, conquistò anche la corona tardo-imperiale battendo un giovanotto canadese di sicuro avvenire, un certo Ben Johnson, finito in una caduta luciferina senza pari.

Brisbane sta per tagliare il traguardo dei 200 anni della sua nascita: il primo insediamento, la colonia penale di Redcliffe, è del 1823. Poco più di mezzo secolo dopo, 1876, nasce anche il rugby che vanta un santo patrono, T.H. Welsby che figura tra i fondatori della prima struttura organizzata.

A questo punto è necessario aprire una parentesi sospesa tra storia e psicologia: quelli del Queensland hanno sempre “sofferto” quelli del New South Wales. Il nome della capitale, per prima cosa: Brisbane era un governatore del Nuovo Galles. E poi Sydney, il suo sviluppo, la sua baia che teneva il confronto con quella di Hong Kong, i traffici, le novità che arrivavano dalla madre patria e la prima tappa non era mai Brisbane.

Di fronte alla nascita della NSW Rugby Union, nel 1882 Welsby e altri quattro apostoli fondarono la NRU che sta per North Rugby Union. La divergenza netta dei punti cardinali, accentuata dalle sigle, finisce per far breccia anche nell’aspetto tecnico, ripercorrendo quel che era capitato nell’Inghilterra dei primordi del gioco: quanti giocatori in mischia? Quanti punti per la meta, per il calcio, per il drop? Si gioca secondo le regole dello stato di Victoria, si va in campo secondo quelle del New South Wales e nel gran fiume cominciano a farsi spazio i rivoli che porteranno alla League e all’Australian Football.

In quegli anni eroici la squadra di Brisbane ha un capitano molto stimato, William Warbrick che non è né del Queensland né di altri territori dell’isolona: è neozelandese, è maori ed è capitano dei nativi della Nuova Zelanda che vanno a dar lezione agli australiani del nord che nel frattempo hanno deciso di cambiare e chiamarsi con il loro vero nome, Queensland.

“Gente dura, che ci ha messo in difficoltà” ricordava il reverendo Matthew Mullineux, condottiero delle British Isles i bisnonni dei Lions, che nel 1999 intraprendono un viaggio interminabie sulla rotta Southampton, Gibilterra, Suez, Aden, Bombay, Singapore, per andare a giocare contro i Colonials. A Brisbane finisce 11-0 per i britannici ma, le infrasettimanali a Bundaberg, dove si distilla il miglior rum australiano, a Rockhampton, a Toowoomba, a Morgan, a Maryborough sono mischie micidiali.

E’ il 1899 e toccherà, giusto un secolo dopo, a un giocatore di Brisbane alzare la Coppa del Mondo: il capitano degli Wallabies che travolgono i francesi è John Ealas, il lungagnone chiave di volta delle touche che amava incaricarsi dei calci dalla lunga distanza e l’autore di una frase memorabile.

Alla vigilia della finale più che chiedergli fecero osservare che la Francia sarebbe stata molto motivata: campione del mondo di calcio aveva la chance di affiancare anche il successo nel rugby, evento unico. “E noi allora che siamo campioni del mondo di cricket e di netnall?”, rispose John dall’alto dei suoi due metri e dalla profondità sportiva di un paese senza pari. Chi nel 2000 ha avuto la fortuna di essere a Sydney, New South Wales, ha avuto una meravigliosa lezione. Tra poco più di dieci anni quelli del Queensland faranno meglio?

 

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