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Giornale di attualita' storia e documentazione sullo Sport Olimpico in Italia

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Osservatorio / CONI: finalmente una strategia

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Sabato 18 Settembre 2021


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La nascita di un Ministero dello Sport avrebbe il merito di chiarire che lo sviluppo dello sport di base (e la tutela della salute attraverso le attività motorie) nulla ha a che fare con il successo dello sport agonistico ed olimpico.

Luciano Barra

Non so se sia stata una coincidenza, ma proprio nel momento in cui grazie ai successi olimpici il CONI rialzava la testa ed avanzava una proposta coraggiosa per dare al paese un modello sportivo più consono ai tempi, da più parti sono iniziate discussioni e documentazioni sulla situazione dello sport di base, quello sociale, in Italia. Tipo quanto abbiamo sentito nella puntata di “Presa Diretta” di Riccardo Jacona, dove si evidenziava la differenza fra l’Italia e la Francia, nello sport nella scuola e nell’impiantistica di base. Queste differenze per chi vive nello sport sono arcinote.

Come più volte ho sostenuto non influenzano i risultati di vertice, dove reggiamo molto bene il confronto con la Francia, ma sicuramente toccano la salute e la mentalità realmente sportiva, e non solo calciofila, di un popolo.     Quello che mi tocca quando vedo questi documentari è come venga ignorata la storia e cosa c’è dietro le cause di queste differenze. Sono cose che necessitano di essere citate, non come giustificazione, ma che spiegano il perché i vari modelli sportivi si sono sviluppati in una maniera o nell’altra. Bene o male che sia.

Lungi da me fare un excursus storico e sociale, non ne ho la capacità né la preparazione. Ma non si può dimenticare cosa sia accaduto in Italia negli ultimi 75 anni. L’Italia del fascismo aveva seguito in campo sportivo il modello perseguito dalla Germania di Hitler. Parliamo della “Hitler Jungend, la organizzazione giovanile fondata nel 1926 per accogliere i giovani, a partire dai 10 anni, e prepararli a servire nelle forze armate e divenire buoni cittadini, attraverso un addestramento militare e paramilitare”. Da noi scopiazzammo con la Gioventù Italiana del Littorio o i Balilla e le Giovani Italiane.

Finita la guerra qualsiasi cosa si potesse fare per cancellare quel modello giovanile, che ovviamente aveva nello sport un punto fondamentale (vedi le parate collettive allo Stadio dei Marmi in rappresentanza delle varie Province rappresentate dalle 64 statue che circondano lo stesso stadio, tutte finanziate dalle diverse Province). La preoccupazione, forse giustificata, era che quel modello potesse riproporre nostalgie da evitare.

In questa epurazione entrò chiaramente il CONI, sia per la dirigenza che aveva avuto, che per le attività svolte, come una propaggine di quel modello.

In questa luce va vista la nomina di Giulio Onesti, figlio di un rispettato socialista, noto allora come vogatore amatoriale sulle rive del Tevere, alla presidenza del CONI. E con essa lo spostamento dello stesso in due stanzette nel sottosuolo dello Stadio Nazionale (poi Stadio Torino e poi Stadio Flaminio). A cui seguì la legislazione che metteva sotto il CONI ogni attività sportiva, onde evitare che dipendesse da qualsiasi istituzione pubblica, e comunque vista la pochezza del CONI di allora, incapace di far risorgere qualsiasi modello simile a quello precedente. Tutta l’attività politica di quegli anni – nello sport ma in ogni attività giovanile – fu fondamentalmente rivolta ad evitare il ripetersi degli errori del passato. La decadenza dello sport giovanile, o comunque di quello di base scolastico, divenne sintetizzato dal motto in vigore allora nelle famiglie: “non fare sport perché sudi e ti fa male”.

In questo scenario cosa avvenne nel decennio successivo deve considerarsi miracoloso, anche se oggi ne paghiamo ancora le conseguenze con la riforma in atto. Quel Giulio Onesti che prendeva il sole sul Tevere remando divenne l’artefice della ricostruzione del CONI e dello sport agonistico italiano. Fu aiutato dal solo politico che non vedeva nello sport un pericolo: Giulio Andreotti. Due Giochi Olimpici di seguito (1956/1960), l’auto finanziamento del CONI grazie al Totocalcio, l’accordo per lo Sport nella Scuola (1950) con la nascita dei Campionati Studenteschi, la costruzione di circa un centinaio fra Campi Scuole per l’atletica e piscine e palestre finanziate dal CONI, grazie anche al costituito Credito Sportivo, che anche lui beneficiava dei proventi del Totocalcio. E tanto altro.

E quando alla fine degli anni Sessanta tutto ciò non produceva quanto sperato, ecco la nascita dei Giochi della Gioventù, strumento importantissimo per la penetrazione dell’organizzazione sportiva e dell’attività sportiva sul territorio, nelle famiglie ed anche nella politica. A dimostrazione che non esiste connessione fra l’attività di base con quella di alto livello, va ricordato che gli stessi Giochi della Gioventù, fondamentali socialmente, non hanno prodotto – salvo alcune eccezioni che confermano la regola – risultati agonistici eccezionali nei decenni successivi. Ne danno conferma le nostre “performances” non eccezionali dei Giochi del 1988 e 1992.

Senza mai dimenticare che i Giochi della Gioventù sono morti per cause esterne ed interne. Sicuramente il motivo principale va legato all’applicazione all’inizio degli anni Ottanta dei Decreti Delegati che significarono l’introduzione dell’autonomia scolastica. che porterà ad una diminuzione del ruolo centrale dell’Ispettorato di Educazione Fisica, fondamentale per accordi a livello nazionale, e successivamente alla sua scomparsa. Ma la luna di miele fra CONI ed Ispettorato di Educazione Fisica si era già interrotta da tempo e su questa crisi incidono anche molte colpe che il movimento sportivo (CONI e Federazioni) provocò con alcune decisioni. Esse incisero non poco nel rapporto CONI e MPI. La principale fu quella di inserire nel programma dei Giochi 30 discipline sportive nella fascia di età 14/16, per poi bloccare il programma dei Campionati Scolastici, fascia di età superiore di 17/19 anni, a sole 8 discipline.

La scuola sosteneva il contrario ed i dati in seguito rilevati dimostrarono che aveva ragione. Così come avviene in Europa, nelle fasce di età più basse – quelle dei Giochi della Gioventù – sono previsti solo le discipline base e solo in seguito le altre. Allora la Commissione del CONI era favorevole a tenere nei Giochi della Gioventù solo le discipline base: Atletica, Nuoto, Ginnastica, Scherma, Pallacanestro, Calcio, Pallavolo, Pallamano, più Sci, Pattinaggio su Ghiaccio e Corsa Campestre per l’attività invernale. Ma le pressioni dei Presidenti Federali sui vertici del CONI ebbero il sopravvento.

Si dimostrò un errore e la politica ebbe il sopravvento sulla logica. E quindi furono 30 discipline nei Giochi della Gioventù e 8 nei Campionati Studenteschi! Doveva essere l’opposto. Anche a causa di ciò il contrasto con la Scuola si accentuò grazie all’esasperato agonismo che ogni Federazione inserì nei propri programmi in contrasto con le vere necessità di quella età. E se parliamo della Francia come modello da seguire, dobbiamo sempre ricordare che in Francia da oltre trent’anni è stata istituita una Federazione dello Sport Scolastico ed una dello Sport Universitario, con presenza e diritto di voto nel Comitato Olimpico.

Ma indipendentemente da alcuni errori commessi, quanto fece il CONI dal dopoguerra ad oggi va considerato straordinario, ma anche un palliativo alle mancanze dello Stato ed anomalo rispetto al modello seguito da tutti gli altri paesi europei. Il che portò un importante presidente del CONI ad affermare che il CONI era il Ministero dello Sport. Cosa impossibile perché il ruolo e le competenze che lo Stato doveva e deve avere sono ben altre, devono puntare alla salute ad alla cultura civile e sportiva dei giovani, cosa di cui lo sport è medicina essenziale. Neanche con le importanti risorse di metà anni Novanta, il CONI avrebbe potuto coprire questi spazi.

Ora la proposta presentata, ed approvata, all’ultimo Consiglio Nazionale del CONI richiede la costituzione di un Ministero dello Sport che si appropri, finalmente, di quelle competenze che devono essere dello Stato: sport nella scuola, comparto sanitario, (formazione dei quadri aggiungo io) ed impiantistica sportiva. A proposito di quest’ultima va ricordato quanto accaduto negli ultimi 25 anni, da quando le spese per l’impiantistica di base sono diventate per gli Enti Locali facoltative e non accessibili ai mutui del Credito Sportivo. Senza mai dimenticare come lo sviluppo urbanistico di quasi tutti i centri abitativi italiani, arroccati e centralizzati, poco aiutano allo sviluppo di una impiantistica di base per le scuole.

Questo ragionamento che secondo me ha una sua logica prescinde dagli attuali equilibri politici italiani e non vuole entrare nel merito delle ragioni che hanno portato ad una riforma che vede lo Sport gestito su tre gambe. Sport & Salute dovrebbe far parte con tutti i diritti del Ministero dello Sport e lasciare al CONI alcuni dei contenuti che la legge, in maniera illogica, gli ha dato. È difficile giustificare che la Scuola dello Sport, o che i Centri di Preparazione Olimpica o lo stesso Foro Italico non dipendano dal CONI. Credo che negli ultimi 70 anni il CONI sul Foro Italico per ammodernarlo e per mantenerlo in vita abbia investito qualche miliardo (non di lire, ma di euro) e gli è stato scippato con un codicillo normativo!

Quindi ben venga che lo Stato, finalmente, si occupi di quanto avrebbe già dovuta fare da tempo. Il ritardo, anche notevole, di questa proposta del CONI non giustifica ulteriori ripensamenti. Non vorrei che fosse, da parte del CONI, una maniera per buttare la palla in fallo ed annacquare gli effetti della riforma. Mi preoccupa l’assenza di commenti politici, Valentina Vezzali a parte, su questa proposta. Sperando che la politica italiana capisca questa necessità, smetta di confondere lo sport con il campionato di calcio di Serie A, si preoccupi che abbassandosi l’età del voto questo influenzerà e di molto le nuove generazioni. Credo anche che sia dovere dei proponenti (leggi CONI, ma non da solo) di fare uno studio economico-temporale di che cosa significa una proposta del genere. È una cosa che fa tremare i polsi.

Allo stesso tempo è importante che tutti capiscano che lo sviluppo dello sport di base nulla a che fare con lo sviluppo e il successo dello sport agonistico. Le Federazioni devono togliere le mani dai giovani fino ad una certa età e lasciare che gli stessi si divertano e si formino come avviene nelle altre nazioni. L’abbandono dell’attività sportiva in età giovanile è uno dei segnali più preoccupanti di questi ultimi anni. I risultati di vertice dello sport italiano poco hanno a che fare con l’allargamento della base. Quantità non è qualità. Altrimenti non si capirebbe perché paesi come Norvegia (Sport Invernali e non solo) e Paesi Bassi, nazioni con popolazioni nettamente inferiori alla nostra, ci sopravanzino nei medaglieri.

 

 

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