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I sentieri di Cimbricus / "Da tempo c'e' un piano", dice la talpa

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Venerdì 17 Settembre 2021

 

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Il fenomeno è destinato a prender sempre più consistenza, sino a una struttura non organizzata ma reale di atleti che gestiscono in totale autonomia la propria attività. (“Con i migliori ringraziamenti e immutata stima a John Le Carrè”).

Giorgio Cimbrico

La talpa che sono riuscito abilmente a infiltrare ai vertici del Circus dell’atletica italiana mi ha dato appuntamento nell’area di servizio di B. e nel suo incedere, nel breve tratto che lo portava al mio cospetto, non sono riuscito a capire, dalla sua espressione, se e quale frutto avesse portato la missione. Conosco bene e da lungo tempo la talpa: la sua essenza e il suo compito escludono palesi emozioni, ma è pur vero che a tratti sul suo volto, nei suoi occhi, uno spianar delle rughe della fronte, un fugace brillio palesino o anticipino i risultati della sua missione.

L’esperienza non lo ha inaridito né ha cancellato quell’entusiasmo, subito sopito, per la scoperta, parte essenziale del lavoro che ha scelto e per il quale viene modestamente remunerato. Questa volta non ero in grado di leggere nulla.

“Non voglio trattenerti: per me e per te il ritorno a casa sarà lungo e il tempo, come vedi, è minaccioso. Non c’è nessun piano”

La talpa è un veterano: ha visto e previsto cadute, forse qualcuna proprio da lui è stata provocata, ha agito su più fronti, ha avuto la fiducia (mal riposta) di personaggi importanti, è stato di volta in volta sostenitore e provocatore di crisi, sempre all’insegna di una dissimulazione mimetizzata dalla sua rispettabilità, dai suoi trascorsi. Capivo che con quelle poche parole mi stava comunicando di aver esaurito il suo compito. Stavo solo aspettando un suo breve cenno della testa, un voltarmi le spalle per dirigersi verso l’auto. Ma non si mosse: “Non c’è un piano, ma qualcosa c’è”.

Cominciava a tirare un’aria non fredda, ma ispida. Pensai sarebbe stato meglio andare al coperto ma l’andirivieni nell’autogrill escludeva ogni tipo di confidenza, anche appena sussurrata, quasi inintellegibile. Rimanemmo in piedi, l’uno di fronte all’altro.

“L’ho percepito. Non è facile spiegarmi, lo so, non è neppure agevole trovare un’etichetta, una categoria. Dopo aver messo in fila voci, allusioni, fatti non provati, forse non avvenuti, sensazioni, ho trovato un filo che può unire e dare un quadro, formare uno scenario: disintegrazione. O disgregazione, se preferisci”.

Ho proposto di andare a sedere in macchina: la mia o la sua non faceva differenza. Quel colloquio che sembrava potersi esaurire in poche parole, in un saluto, in una vaga, incerta promessa di un futuro incontro, stava entrando nel territorio che io e la talpa avevamo a lungo battuto, spesso scambiandoci i ruoli.

Si è seduto con un piccolo sospiro, quasi volesse riordinare appunti mentali che in realtà aveva chiarissimi. “Ho ascoltato, ho fatto domande che avevano l’apparenza, più che dell’innocenza, della banalità, ho raccolto qualche improvvida confidenza, ho approfittato di ingenuità che provengono dalla scarsa esperienza o dall’insipienza, e accanto a quel contenitore vuoto, come in un elementare esercizio di fisica, se n’è formato un altro, disordinato ma ricco, popolato di elementi discordanti. L’immagine del caleidoscopio, oggetto che mi è sempre stato caro, è la più adatta. Non pensi anche tu che quelle forme casuali finiscano per assumerne di percettibili?”.

Ecco cosa succede a riflettere troppo, mi dicevo, a tessere fili per poi esser obbligati a disfarli, a praticare in solitudine – a parte rari confronti – dimensioni che il pittore direbbe di mezze tinte, lontano dalla vanità della luce, dall’ambiguo fascino dell’oscurità.

Pensavo fosse venuto il momento di sollecitarlo, pur sapendo che avrei ottenuto resistenza, distacco, silenzio. Doveva esser lui, la talpa, a fare il passo. Lo fece.

“In realtà – disse – molto è già avvenuto ed è sotto gli occhi di tutti. Il fenomeno è destinato a prender sempre più consistenza, sino alla formazione di una struttura non organizzata ma reale di atleti che gestiscono in totale autonomia la propria attività”.

Replicai dicendo che non aveva scoperto l’unicorno né l’ultima Thule, che le cose andavano così da tempo e che era ben noto che l’onda dell’entusiasmo, senza che nessuno la trasformasse in energia o anche soltanto in una potente immagine della miglior pittura giapponese, si era già trasformata in risacca.

“Non è tutto”, sussurrò, mentre intorno a noi la sera era calata. Le luci dell’autogrill erano un richiamo muto. “Un piano c’è, gestito e organizzato da loro, una tela non sottile di ragno. Ha anche un nome, lo stesso di un film di Spielberg”.

La lista di Schindler?, provai a scherzare io. “No, Munchen: si sono messi in testa di conquistare un Grande Slam: 100, 200, 400, 4x100, 4x400, di prendere molti altri scalpi – scuserai il mio linguaggio – di cancellare Spalato, di diventare la prima forza d’Europa”.

Chi sono i capi? Quando e dove s’incontrano? “Non ci sono capi e non si incontrano: una fratellanza del genere non ne ha bisogno”.      

 

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