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I sentieri di Cimbricus / L'atletica e’ viva e lotta con noi

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Sabato 11 Settembre 2021

 

warholm-tokyo


Chi si preoccupava della mancanza di leadership – meglio: di personaggi da gettare sul mercato della comunicazione globale – dopo questa stagione pandemica dovrà prepararsi ad una rapida e imbarazzata revisione.

Giorgio Cimbrico

Dopo il doloroso capitombolo che quattro anni fa segnò l’addio di Usain Bolt, tuttologi e tuttofagi si domandavano, fingendo sincera preoccupazione, dove sarebbe finita l’atletica, quanto sarebbe durata la crisi da mancanza di leadership, per quanto si sarebbe prolungata la grande depressione, chi sarebbe stato – o se ci sarebbe stato – l’erede del tonitruante giamaicano. I tuttologi (e i tuttofagi) hanno un vantaggio: procedono usando spesso la figura retorica della sineddoche. Traducendo, una parte per il tutto. Gli scenari ampi, ragionati, frutto di analisi non fanno per loro: scrivi il pezzo e scappa.

Non sarebbe male catturarne uno e, come Alex in Arancia Meccanica, legarlo davanti ad uno schermo con un divaricatore della cavità orbitale: invece di inondarlo di filmati ricchi di superviolenza, con la beethoveniana marcia turca dalla Nona come colonna sonora, le immagini dovrebbero riguardare, senza spingersi troppo indietro, le Olimpiadi di Tokyo, deserte per noti motivi, e i meeting di Bruxelles e Zurigo, molto frequentati da un pubblico molto competente. Al riguardo apro una parentesi e ci ficco dentro il ricordo di un vecchio Golden Gala: in uno stadio ormai sfollato, Kipchoge e Sihine si davano battaglia al ritmo di 12’46”.

Chiudo la parentesi e torno al tema: l’atletica non è morta, non si è inaridita, non è andata in crisi di identità o di contenuti, ha cavalcato la pandemia e ne è uscita lucida, cromata, splendente, dotata di una generazione di diciannove/venticinquenni (ma non solo loro…) che danno forti garanzie. So bene che a questo punto qualche tuttologo (o tuttofago) mi interromperà: “ma tu non hai preso in considerazione, le superscarpe, le superpiste, le luci che scorrono”. Risposta: no, non l’ho fatto.

Sarebbe magnifico poter tenere dei corsi per illustrare le imprese di questi protagonisti/protagoniste del nostro tempo. Prendiamo Faith Kipyegon, quella donnina dallo spietato crescendo e dall’ostinata tenuta (con lei è costretta alla resa anche l’instancabile Sifan Hassan, dalla figura ormai del tutto simile nella sua essenzialità, a quelle modellate o fuse da Alberto Giacometti) che, come Tatiana Kazankina, ha vinto due volte i 1500 dell’Olimpiade, è arrivata a un secondo spaccato dal mondiale di Genzebe Dibaba (sparita nel frattempo), e alla collezione può aggiungere un titolo mondiale e diversi nel cross. Già oggi non è difficile storicizzarla: una delle più grandi.

Faith è un esempio. Ce ne sono molti altri: Jakob Ingebrigtsen, che tra qualche giorno arriva ai 21 anni, ha fortissime chances di eguagliare Paavo Nurmi nello stesso luogo, Parigi, della prima doppietta olimpica 1500-5000. Lungo la strada, i record di Hicham el Guerrouj, ormai più che ultraventennali, corrono seri pericoli. Lo ha ammesso anche Gjert, padre e mentore del prodigio nato e cresciuto tra le insenature di Sandnes.

Sino a questo punto non ho affrontato il dilemma allacciato al nome di Karsten Warholm. La domanda è semplice: dove si è spinto? Lui stesso non riesce a fornire una risposta. La prima che ha fornito, in pista, porta addosso un tempo di gran pregio, 47’35”, più o meno un secondo e mezzo sopra l’Impresa Strabiliante. In realtà non è la prima volta che il mondiale dei 400H viene sottoposto a un progresso sbalorditivo e violento: prendendo in esame il cronometraggio elettronico, al tempo non ancora ufficiale, David Hemery, oro olimpico in 48”12, migliorò di 82 centesimi il limite fissato a 48”94 da Geoff Vanderstock a Echo Summit, un mese prima dei Giochi messicani. Il record di Hemery durò meno di quattro anni. Il 45”94, che fa sempre una certa impressione scrivere – appartiene alla dimensione dell’episodico 8.90 di Bob Beamon o del regno trentennale di Sergei Bubka o al Bolt berlinese.

Il luminoso magazzino dei mondi in cui è trasformato il Weltklasse ha, in uno dei suoi angoli, il caso delle iperandrogine, reso sempre più stringente dai continui, vertiginosi progressi di Christine Mboma: con 21”78 la diciottenne namibiana è entrata tra le prime venti di sempre, a contatto con Heike Drechsler, Gwen Torrence, Veronica Campbell, Shaunae Miller e le altre dell’aristocrazia scandita dal tempo. E’ la sua distanza di “riserva” perché Christine è una quattrocentista. Se la norma verrà rivista all’insegna della tolleranza e a proposito di record eterni, il 47”60 di Marita Koch correrà seri pericoli.  

Dopo aver assistito all’ennesimo show di Gian Marco Tamberi (Tamberi nella notte, naturalmente …), mi sono divertito a buttar giù un elenco di marchigiani illustri che non vuol essere definitivo: Giovan Battista Pergolesi, Gioachino Rossini, Gaspare Spontini, Giacomo Leopardi, Pio IX (Giovanni Maria Mastai Ferretti), Enrico Mattei, Virna Lisi, Valentina Vezzali, Giovanna Trillini, Valentino Rossi, Filippo Magnini, Roberto Mancini, Carlo Vittori Non c’è male per una vecchia legazione pontificia.

 

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