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Giornale di attualita' storia e documentazione sullo Sport Olimpico in Italia

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I sentieri di Cimbricus / Quella palla da sedici libbre

Mercoledì 8 Settembre 2021

 

shot-put 


Quasi tutti gli esercizi dell’Atletica derivano dagli antichi giochi popolareschi delle isole britanniche. Tra questi il getto del peso, come dire la palla di cannone da 16 libbre (7 chili e 257) che aveva scandito la storia dell’Impero.

Giorgio Cimbrico

Le carogne dei cavalli puzzavano perché sarà anche stato ottobre inoltrato ma su quella penisola il sole batteva ancora forte. E ora a Jim e agli altri del reparto toccava districarsi in quel macello, accatastare quel che rimaneva dei cavalli e dar loro fuoco, seppellire i morti e recuperare quei maledetti cannoni che erano costati la Brigata Leggera. Alla fine, i russi li avevano mollati scappando oltre quelle colline basse, affacciate sulla piana di Balaklava.

“Jim, a quest’ora lord Cardigan sarà sul suo yacht e ai suoi prodi non penserà più”, disse Nick mentre trasportava quel che rimaneva di uno del 7° Ussari verso una fila di altri resti: gli zappatori stavano scavando la fossa comune. Jim mugugnò che era proprio così: cosa ci si poteva aspettare da chi aveva molti soldi e la testa vuota come una zucca?

Di parlare Jim non aveva una gran voglia: sentiva la camicia che gli si stava appiccicando alla schiena, il sole era ancora alto, la giornata, una lunga schifezza e il tenente Raeburn un rompicoglioni che non dava respiro. Lui se ne stava al riparo di una tenda improvvisata e l’attendente gli portava limonata e scacciava le mosche.

Quando giunsero su uno di quei crinali che erano stati tenuti dai russi, fu Nick a trovare le palle. “Ehi Jim, queste non hanno fatto in tempo a spararle o forse erano sufficienti quelle che avevano tirato contro i nostri ragazzi”. Jim portò il suo metro e novanta e il suo quintale su per la china e arrivò giusto un palmo sotto Nick che aveva più o meno la sua stazza. “Palla da sedici libbre”, osservò Jim che si chinò e prese in mano il proiettile. A parte una patina di polvere da soffiar via, nuovo, lustro, nero. “Sedici giuste”, confermò Nick che iniziò a palleggiarne uno flettendo le dita grosse dalle unghie quadrate. Mani da minatore: Nick veniva dal Galles del Sud e così di cognome faceva Jones. Inevitabile. Anche Jim, quanto a mani, non scherzava: capita quando si campa facendo lo sterratore dalle parti di Brixton. Londra si stava espandendo e il lavoro non mancava.

Quando all’uno e all’altro era venuto in mente di arruolarsi per via dello scellino al giorno promesso dagli arruolatori che – accompagnati dal tamburino e dal flautino che tr-tr-tr e fiu fiu fiu suonavano imperterriti Rule Britannia – battevano i quartieri poveri e le contee con l’acqua alla gola, non pensavano di finire in reggimenti eleganti e famosi. E infatti finirono nei “servizi”, a sgobbare: scavare trincee attorno a Sebastopoli che doveva cadere da un momento all’altro e non cadeva mai, provvedere agli impianti igienici per la truppa (buche che servivano da cesso e dopo un po’, quando erano colme, dovevano esser ricoperte), seppellire morti.

“Questa me la prendo e la porto a casa”, disse Nick, ficcando la palla nel sacchetto che portava a tracolla e dove aveva già infilato qualcosa su cui Jim aveva preferito non fare domande: si faceva presto a venir accusati di furto su cadavere. Uno degli Inniskilling era finito sotto processo per una gallina: saccheggio. E se il presidente della corte marziale si svegliava male, c’era la forca. In alternativa, la frusta.

La palla ricomparve la sera, nella tenda. Nick la strofinava sino a renderla una boccia lucida, “Un ricordo della Crimea”, sorrise un po’ sghembo, la ripose nella cassetta dove teneva la camicia e le calze di ricambio e sistemò il corpaccione sul pagliericcio. Il giorno dopo era domenica e, se Dio vuole, niente servizio. “Prima del rancio, ci sarebbe la funzione”, disse Jim. Nick non reagì. Padre Prescott era un brav’uomo ma delle sue parole edificanti tutti ne avevano le tasche piene. Il tempo libero era meglio usarlo per eliminare i pidocchi, fare il bucato, cercare di darsi una lavata. Massimo del divertimento, una birra allo spaccio reggimentale, se avanzavano due pence.

“Jim Norris, io ti sfido”, ruppe il silenzio Nick, tirando fuori dalla cassetta la palla e, come il giorno prima, spingendola in aria e facendola ricadere sul palmo. Come molti gallesi, Nick era un po’ strambo ma l’idea non era male. Il sole del giorno era velato dalle nuvole, l’aria si fatta fresca. Jim annuì, si alzò e con il piede tracciò una linea per terra. “Tiriamo di qui”. “Con rincorsa o senza?”. “Senza”. “Chi comincia?”. “Tu”. “No, si tira a sorte”. Jim scelse il profilo di Victoria regina e ci azzeccò. Primo lancio a Nick che spedì, a occhio, attorno ai trenta piedi. Jim qualcosa in più, trentadue. Dopo tre lanci, Jim ebbe un’intuizione: appoggiare la palla di cannone alla spalla aiutava nella spinta: trentaquattro piedi.

“Non male, ragazzi, ma ora arrivo io e vi sistemo”: la voce veniva da un omaccione con barba ispida che portava il kilt del 93° Highlanders. “E tu chi sei?”, domandò Jim. “Jock Balleny, di Ayton, nipote di Charles Baleny che ai Giochi dei Borders del ‘42, quella palla l’ha lanciata a 41 piedi e due pollici. Lui era un toro, non lo batteva nessuno ma io posso fare anche meglio. Solo che per la gloria e basta, uno scozzese non perde tempo”. “Il giorno di paga è solo martedì, e io e Nick in questo momento in tasca abbiamo giusto il penny che ci hai visto lanciare”. “Nessun problema. Sino a martedì posso farvi credito”. E sbuffando come uno dei manzi pelosi delle sue parti, si impadronì della palla e la sparò lontano, attorno ai quaranta piedi. “Sarà bene impegnarsi, Nick, perché se non è bello rimetterci la paga, è bellissimo riuscire a scucire qualche scellino a uno che porta la sottana”.

Nick rispose con una botta che alzò terra e polvere un piede più in là. Avevano tutta la mattinata per battersi.  

 

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