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Intervista / Ricci Bitti: difendere la vitalita' dello sport

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Martedì 7 Settembre 2021

ricci-bitti-tokyo 

Le Olimpiadi (e il loro futuro) viste dal di dentro: una chiacchierata a largo raggio con il presidente dell’ASOIF, Francesco Ricci Bitti, a qualche settimana dalla conclusione dei Giochi Tokyo. Un insolito e felice punto di arrivo per il Movimento Olimpico, messo a dura prova dal Covid-19, ma soprattutto una ripartenza densa di interrogativi a fronte di uno scenario internazionale alla ricerca affannosa di sostenibilità e nuovi equilibri. Ricci Bitti spiega come lo sport – un comparto sempre più centrale del dialogo tra i popoli ad economie variabili – possa e debba avere molto da dire e ancora più da fare, a partire dai programmi. Occasione anche per aprire una finestra sul versante dello sport italiano che – per paradosso – si trova ad essere il più vincente di sempre proprio quando gli sono stati ridotti finanziamenti ed autonomia. Con una proposta innovativa per provare ad uscire dagli equivoci causati dalla pasticciata riforma imposta dalla “politica”.

Gianfranco Colasante

– Presidente, considerato il ruolo che riveste al vertice dello sport mondiale e, soprattutto, all’interno del CIO, quindi da una posizione di privilegio come poche, può esprimere un parere sui Giochi di Tokyo, sul loro svolgimento, azzardando un bilancio conclusivo? 

“Far parte del Comitato dei Giochi rappresenta certamente un privilegio, ma specie nel caso di Tokyo 2020 ha comportato anche un impegno totale. Il rispetto dei piani di attività richiesto ad ogni persona accreditata ha comportato per il sottoscritto cinquantadue presenze sui campi di gara, per un totale di trentun sport, a cui vanno aggiunte le mattutine riunioni con il Comitato Organizzatore per le problematiche operative urgenti.

Il bilancio finale va considerato assolutamente positivo per Giochi Olimpici veramente speciali dal punto di vista ambientale come l’atmosfera distaccata della città di Tokyo e l’assenza di pubblico negli stadi. Averli portati a termine con soddisfazione di tutte le componenti: atleti, organizzatori, sponsor, media, Federazioni Internazionali e Comitati Olimpici Nazionali, dopo le ansie e le incertezze della vigilia, mi pare sia stato quasi un miracolo”.

– I problemi causati dalla pandemia, una certa ostilità da parte della popolazione, l’aumento esponenziale dei costi, hanno fatto di Tokyo 2020 una sorta di spartiacque nella storia dei Giochi. Secondo lei tutto questo si tradurrà in “un prima e un dopo” e potrà avere riflessi sul futuro delle Olimpiadi?

“Le preoccupazioni politiche delle autorità giapponesi per gli effetti dovuti alla pandemia, hanno allontanato fisicamente la popolazione dai giochi, ma l’audience televisiva da record assoluto in Giappone, ha confermato che il grande interesse per l’evento era intatto. L’aumento dei costi è stato contenuto in termini accettabili per gli enormi risparmi dovuti a varie misure di semplificazione organizzativa accettate dal CIO anche in considerazione dei mancati introiti dagli spettatori paganti.

In realtà lo spartiacque nella storia dei Giochi era già iniziato immediatamente dopo Rio 2016 con la rivoluzione nei processi di candidatura e le analisi di semplificazione e riduzione dei costi nell’organizzazione. Rimane a mio avviso aperto il tema della visione futura del Programma olimpico, ma a tale proposito siamo ancora lontani da posizioni comuni e consensuali persino all’interno del CIO”. 

– Nel suo intervento di chiusura, il presidente Thomas Bach – ringraziando gli organizzatori e il popolo giapponese – ha detto che i “Giochi di Tokyo 2020 sono stati i Giochi della speranza, della solidarietà e della pace”. Belle e condivisibili parole, ma come si conciliano con uno sport sempre più ostaggio di potentati economici e di famelici imperi televisivi?

“Sono totalmente d’accordo sulla speranza che questo periodo reso difficile e drammatico dalla pandemia, termini al più presto e sulla solidarietà imprevedibile ma totale dimostrata da tutte le parti interessate all’effettuazione dei Giochi. Quanto alla pace, credo che lo sport per la sua rilevanza sociale, possa solo offrire il suo contributo a chi ha responsabilità politiche internazionali, come dimostra il riconoscimento di attore importante nel raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile della società, dettati dal documento “Agenda 2030 delle Nazioni Unite”.

– L’assegnazione, avvenuta proprio a Tokyo, dei Giochi del 2032 a Brisbane, con un anticipo temporale di più di dieci anni, se da un lato mette il CIO al riparo dall’assenza di candidature credibili, alla fine non finisce con l’esporre il CIO stesso al rischio, organizzativo ma anche economico, di avvenimenti od eventi contrari al momento non prevedibili?

“Tokyo 2020 ha rappresentato l’esemplificazione del fatto che il rischio di eventi contrari, esiste indipendentemente dalla durata del periodo di avvicinamento. Come membro in rappresentanza delle Federazioni Internazionali della nuova Commissione CIO incaricata di esaminare le proposte di organizzazioni future dei Giochi e di sottoporre la raccomandazione finale al Comitato Esecutivo, credo di non evadere il vincolo di confidenzialità se ammetto che la proposta di Brisbane, ha reso facile il nostro compito per la sua qualità, completezza e sostenibilità. Il livello nettamente superiore a tutte le altre espressioni di interesse esaminate, ha suggerito al CIO di propendere per una soluzione certa, piuttosto che per un rinvio incerto”. 

– Venendo all’Italia, il risultato ottenuto a Tokyo è andato oltre le più ottimistiche attese. Le previsioni del CONI alla vigilia si concentravano su un obiettivo più volte confermato: “una medaglia in più di Londra e di Rio” (quando furono 28). Aver toccato invece quota 40 farebbe pensare che neppure al Foro Italico immaginavano possibile qualcosa di simile. Circostanze favorevoli, casualità o mancanza di fiducia sulla preparazione delle Federazioni?

“Si tratta certamente di un risultato eccezionale rispetto alle aspettative e alla generalità delle previsioni della vigilia. Ogni risultato sportivo è frutto di molte componenti e non è mai scientificamente spiegabile. Non rimane quindi che archiviare questo momento felice come segno di grande vitalità dello sport italiano nel periodo più travagliato della sua storia recente e passata”.

– Nella conferenza conclusiva il presidente del CONI Giovanni Malagò ha usato toni fortemente trionfalistici, ai più apparsi più rivolti alla politica che al mondo dello sport. Se questo è vero, dovrebbe essere ora il CONI a “monetizzare” i successi di Tokyo pretendendo un tavolo sul quale rivedere la normativa attuale che indubbiamente lo penalizza ed i rapporti di forza? E in che modo?

“Non vedo come i toni avrebbero potuto essere diversi per il presidente di un ente che dal Dicembre 2018 è operativamente ingabbiato da una riforma incompleta e sottilmente punitiva, e dalla inerzia politica comune a tutti i più recenti esecutivi, nel non metter mano al problema fondamentale delle competenze tra le varie entità in gioco”.

– Considerato che Malagò non potrà essere rieletto alla fine del suo terzo mandato, non sarebbe opportuno che il CONI avviasse una profonda riorganizzazione di natura “sportiva”, muovendo da una riscrittura dei rapporti con le Federazioni che sono la vera – se non l’unica – forza trainante dello sport nazionale? Secondo lei cosa si opporrebbe a questa scelta che, tra l’altro, avrebbe il merito di sottrarre lo sport a logiche di spartizioni “politiche”?

“Ho già avuto modo di intervenire sulla urgente necessità di una riorganizzazione del movimento sportivo italiano nel senso di una definizione delle competenze derivanti dalla mutata realtà della riforma, per favorire e facilitare l’attività delle Federazioni Nazionali, vera forza trainante del settore agonistico sportivo. È forse utopistico sottrarre completamente un’attività sempre più rilevante nella società come lo sport alle logiche della politica, ma certamente ci si potrebbe meritare attraverso una gestione più razionale ed efficace delle risorse il rispetto per quei livelli di autonomia richiesti dalla Carta Olimpica”.

– Visto che quest’anno le cariche del CONI sono state rinnovate sei mesi prima delle Olimpiadi e, per quanto se ne sa, non sulla base di una precisa programmazione del quadriennio, secondo lei quale sarebbero le linee prioritarie da perseguire per adeguare lo sport italiano ai grandi risultati di Tokyo e casomai migliorarli a Parigi ‘24?

“Ribadisco che la priorità assoluta è che la condizione strutturale è cambiata con la riforma e l’attuazione dipende unicamente da una visione strategica chiara sui compiti e le responsabilità delle tre entità oggi esistenti (CONI, Sport e Salute, Dipartimenti). Dopo tre anni di stallo non mi pare più realistico il disegno del legislatore iniziale che contava sull’accordo da trovare congiuntamente tra le parti in causa. Non intravedo né la volontà, né in parte le conoscenze essenziali al successo di questo ipotetico tavolo.

Una entità temporanea e terza forse potrebbe più facilmente trovare un compromesso accettabile alle parti e adottato dall’autorità politica competente. Tale procedura non sarebbe originale essendo più o meno quella seguita dalle varie riforme del sistema sportivo in paesi come la Germania, l’Inghilterra e più recentemente gli Stati Uniti”.

– Tornando a Tokyo, il dinamismo dimostrato dal presidente Malagò, visto passare senza sosta da un impianto all’altro, da un podio all’altro, più che ossessivo presenzialismo ha trasmesso la sensazione di “un uomo solo al comando”. Secondo lei, pur nel rispetto dei ruoli, in chiave olimpica e internazionale oggi l’immagine del CONI si esaurisce nella figura del suo presidente?

“È difficile cambiare le caratteristiche mediatiche dell’amico Malagò, ma la definizione di “uomo solo al comando”, mi sembra ingenerosa sotto due aspetti. Il primo: la gestione ottimale, visti anche i risultati, della spedizione olimpica di due persone che meritano di essere citate per l’interpretazione discreta ed efficace del loro ruolo a Tokyo. Anna Riccardi, praticamente segregata all’interno del villaggio olimpico, e Carlo Mornati, che da ex-atleta ha coperto nelle condizioni particolari di Tokyo il ruolo vitale sui campi di gara.

Il secondo aspetto riguarda l’immagine del CONI a livello Olimpico e internazionale. È indubbio che siamo in un periodo di transizione generazionale e non è facile rimpiazzare dirigenti del calibro di Carraro, Pescante, Cinquanta, senza dimenticare gli scomparsi Nebiolo e Grandi. Inoltre il movimento Olimpico ha subito una sostanziale trasformazione in questi anni per universalità e genere.

L’Italia è comunque ancora molto presente direttamente nel CIO con Malagò e Ferriani nel Comitato Esecutivo in rappresentanza delle Federazioni Invernali, assieme a numerose qualificate cariche nelle Federazioni Internazionali Olimpiche come per citare solo i presidenti: Aracu (World Skate), Fraccari (World Baseball Softball Confederation), Scolaris (International Federation of Sport Climbing) e Ferriani stesso (International Bobsleigh & Skeleton Federation). Considerandomi, solo per ragioni anagrafiche, l’ultimo esponente attivo della passata generazione, cerco di contribuire trasferendo le mie esperienze ai più giovani per aiutarli a navigare nel sempre più complesso mondo dello sport internazionale”.

– In quest’ottica, l’elezione di Federica Pellegrini nella Commissione Atleti del CIO, se per noi può leggersi come la 41ª medaglia olimpica, mette in luce una certa “leggerezza” internazionale da parte del CONI visto che, per stessa ammissione di Federica, è stata lei stessa a doversi procurare i voti uno per uno. È del nostro stesso parere?

“Sono totalmente d’accordo nel considerare la elezione di Federica Pellegrini alla commissione atleti del CIO, come la 41ª medaglia italiana, soprattutto tenuto conto di una agguerrita concorrenza sia quantitativa (più di 30 candidati per 4 posizioni) che qualitativa (molte medaglie olimpiche in campo). Senza sminuire le qualità promozionali della Pellegrini, desidero aggiungere che la elezione degli atleti, passa anche da accordi informali tra i comitati politici in causa, il che significa che il CONI, nonostante le note recenti vicissitudini, mantiene un certo peso e credibilità internazionale.

Mi sia consentito in questo contesto di assegnare la 42ª medaglia italiana a “Casa Italia”, magistralmente gestita da Diego Nepi e il suo team. Nonostante le mie stesse perplessità sulle condizioni operative, “Casa Italia” ha rappresentato di gran lunga la migliore oasi di libertà e di ospitale atmosfera olimpica a Tokyo 2020 facendo onore al nostro paese”.

– Nei giorni scorsi, in un articolo su La Stampa, l’economista Carlo Cottarelli ha contestato la tesi del CONI che vorrebbe quella di Tokyo essere stata per l’Italia la migliore Olimpiade di sempre. In base alla documentazione portata a sostegno, secondo Cottarelli saremmo solo al quinto posto nelle edizioni che vanno da Roma ’60 a Tokyo 2020, sia come percentuale di medaglie che come partecipazione. Anche lei ritiene che i bilanci olimpici si esauriscano nel semplice conteggio delle medaglie e non possano suggerire altro?

“Il conteggio delle medaglie non esaurisce certamente l’analisi di un bilancio sportivo olimpico, ma rappresenta un riferimento semplice ed immediato. Tutto dipende in questo campo dalle basi statistiche e documentarie utilizzate e si può facilmente passare da giudizi entusiasti ad altri negativi. Il mio parere è molto semplice e guarda soprattutto al peso delle medaglie, perciò condivido le analisi già esposte in questo sito e dall’amico esperto Luciano Barra, con la sola eccezione della sua posizione radicale sul futuro del Programma olimpico che rispetto ma che non condivido.

Per riassumere, le mie annotazioni positive, non possono che partire dai risultati inimmaginabili e forse ineguagliabili dell’atletica, per l’ottima prova del nuoto e la significativa distribuzione delle medaglie tra quattordici federazioni. Tra le note meno buone o al di sotto delle aspettative, le prestazioni degli sport di squadra e complessivamente della scherma”.

– A proposito di programmi, con uno scenario internazionale sempre più affollato di grandi eventi – ultimo arrivo i World Beach Games –, non si rischia di correre rapidamente verso un tutto “esaurito” mondiale che potrebbe avere effetti nefasti specie per i paesi meno attrezzati e con meno risorse?

“Il calendario mondiale di vertice è già oltre il tutto esaurito. Gli sport professionistici per massimizzare gli introiti, e includo sia le federazioni, sia i promotori privati come le leghe professionistiche o le associazioni giocatori hanno riempito ogni spazio a scapito anche della salute e della durata della carriera degli atleti. Lo spazio di ulteriori eventi multisport è praticamente inesistente specie se si considera che per avere successo c’è bisogno della partecipazione degli atleti di vertice. La globalizzazione ha fatto sì che anche paesi meno attrezzati e con meno risorse, ma con molti talenti, abbiano atleti al vertice come, ad esempio, gli africani nel calcio e nell’atletica, ma a soffrire in questi territori sono certamente i settori come lo sport di base, lo sport per tutti”.

– Per chiudere, in chiave italiana si parla con insistenza delle candidature per i Mondiali del 2027 per l’Atletica e del 2030 per il Calcio. Considerato che resta ancora da definire sotto molti aspetti l’organizzazione dei Giochi Invernali di Milano-Cortina, assegnati due anni fa, non ritiene che gli impegni economici necessari per ospitare questi eventi potrebbero risultati troppo gravosi per il nostro Paese?

“Premesso che l’Italia ha una grande tradizione organizzativa e di ospitalità, anche se talvolta unita a problematici processi di preparazione, devo sinceramente ammettere che la mia posizione può sembrare poco popolare e moderna. La missione principale dello sport agonistico è per me il reclutamento e la formazione di nuovi talenti da portare a competere ad ogni livello. Non tutti diventeranno campioni, ma normalmente diventeranno cittadini migliori, avendo vissuto in ambienti permeati dai valori dello sport. In altre parole, è prioritaria la funzione sociale e educazionale del movimento sportivo.

L’organizzazione di manifestazioni internazionali è importante per attrarre e promuovere l’attività sportiva specie fra i giovani, ma è anche molto spesso una scorciatoia per le autorità sportive e politiche per guadagnare facile visibilità e gestire risorse pubbliche senza dover sempre risponderne adeguatamente. Mi auguro che l’Italia non diventi un paese di organizzatori a scapito della formazione. Non a caso la tendenza recente del CIO è che i parametri di valutazione di candidature olimpiche siano diventati la sostenibilità e la “legacy”, ossia il lascito di utilità sociale post organizzazione”.

 

 

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