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Giornale di attualita' storia e documentazione sullo Sport Olimpico in Italia

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I sentieri di Cimbricus / E adesso che mi rimane da fare?

Mercoledì 4 Agosto 2021

 

warholm-09-21 


La finale dei 400H, la “gara che uccide” come si diceva un tempo, ha scolpito una pagina di storia che splenderà a lungo sui libri di atletica e quel 47”54 da accostare solo all’8.90 di Beamon o al 9”58 di Bolt.

Giorgio Cimbrico

Quando ad Atlanta Michael Johnson passò il traguardo e il tabellone annunciò 19”32, esclamai: “Non sembra neanche un tempo sui 200”. E aggiunsi ai miei vicini di banco che eravamo troppo vecchi per assistere al miglioramento di quel record. Sbagliavo. La stessa sensazione l’ho provata non molte ore fa quando ho letto 45”94 e, se è per questo, subito dopo ho letto anche 46”17 e 46”72.

Kevin Young aveva resistito 29 anni, aveva visto Matete, Mori e Sanchez, aveva assistito a un infiacchirsi della nobile distanza, forse aveva pensato che la sua cavalcata barcellonese avrebbe tenuto duro ancora un po’ ma lo scenario stava cambiando: arrivò il 47”02 dello sconosciuto Rai Benjamin, allora ancora Antigua, e e subito dopo il 46”98 di Abderhamman Samba, nato in Mauritania, cresciuto in Arabia, in pista per il Qatar, I primi segni. E poi venne Karsten Warholm, nato in un intrico di isole e di insenature, in una cittadina sempre ai primi posti tra i luoghi ideali dove vivere, e dire che in Norvegia ce ne sono tanti. Il giovanotto aveva provato il decathlon, poi aveva scelto e a Londra, nel 2017, aveva chiuso la lunga stagione grigia con una vittoria sopra i 48. Oggi fa sorridere.

Nel 2019, al Letzigrund, va in scena il primo faccia a faccia tra Karsten e Rai: produce la prima accoppiata di tempi sotto i 47”. Fa una certa impressione leggere 2, secondo, accanto al 46”98 di Benjamin. Warholm corre sei centesimi più veloce. Un anno dopo, a Stoccolma, la minaccia è ancora più reale: 48”87. Young è a nove centesimi. E in un frattempo che trascorre tra pandemia e segni di risveglio, la distanza si riduce ancora: cinque centesimi dopo che Rai vince i Trials in 46”83. La risposta arriva cinque giorni dopo, il 1° luglio, al Bislett che se per tutti è un tempio, per un norvegese deve essere un sacrario: 46”70 per il giovanotto che ama la settima corsia e prima di inoltrarsi in un sentiero selvaggio si martella di schiaffoni. Il regno di Kevin è finito.

Tokyo, di questi tempi. La nostra alba, la loro ora di pranzo. Lo stadio deserto. Warholm, in sesta e non nell’amata settima corsi, parte facendo scorrere nelle vene quello che i finlandesi chiamano sisu, forza interiore, un cosa del genere. Aggredisce pista e ostacoli, dopo tre barriere è già avanti, molto avanti. Benjamin non cade nel panico: ha gambe lunghe che rispettano la ritmica e possiede il dono della buona distribuzione. All’ingresso del rettilineo è in rimonta e all’attacco del decimo pareggia Warholm, ma è solo per un attimo. Dalla discesa dall’ultima barriera al traguardo Karsten è una furia.

A questo punto è necessario fare i conti e, parallelamente, procedere alla reiscizione di quanto era stato scritto dal tempo: Warholm 45”94, Rai Benjamin, secondo, 46”17, Alison dos Santos, terzo, 46”72, Kyron McMaster, quarto, 47”08, Abderhmman Samba, quinto, 47”12, Yasmani Copello 47”81, Rasmus Magy 48”11. Alessando Sibilio, ultimo come Ottavio Missoni e Roberto Frinolli, ottavo in 48”77, dopo la formidabile semifinale in 47”93 (secondo azzurro di sempre dopo Fabrizio Mori, campione del mondo quando il napoletano veniva al mondo), potrà dire: “Io c’ero”.

Cosa sta succedendo? Warholm urla e si strappa il body. “Pazzesco, il momento più grande della vita”. Cosa può reggere il confronto? Risposta possibile: l’8.90 di Bob Beamon. Ma allora fu solo il volo e l’atterraggio di un moderno pterodattilo. Qui c’è un movimento di massa: un record del mondo, tre record di area (europeo, nordamericano, sudamericano), tre record nazionali, il terremoto nelle graduatorie di sempre. Warholm distrugge il suo record del mondo vecchio 33 giorni per 76 centesimi e progressi simili vengono da Benjamin e da Dos Santos, secondo e terzo in pista, secondo e terzo di tutti tempi. “Il 9”58 di Bolt non è meglio di questo record” dice lo sconfitto.

Rivedendo le imprese di chi ha saputo affiancare vittoria olimpica e record del mondo, Warholm avrebbe dato venti metri a David Hemery, diciotto a John Akii Bua, una quindicina a Edwin Moses, almeno 8 a Kevin Young. Ritrovata la calma Warholm prova a raccontare: “La notte ero nervoso, poi sono entrato in una dimensione di tranquillità: avevo sei anni ed era la sera della vigilia di Natale. Ho trovato la pace e in gara non ho toccato un ostacolo. Non mi piacciono le superscarpe, le odio. L'effetto trampolino che danno è una cazzata e toglie credibilità allo sport”. Serenità interiore e furia agonistica: “Mi alleno come un fottuto maniaco, tutto il mio tempo lo dedico a prepararmi, a migliorarmi. Ho 25 anni, ho vinto due campionati del mondo, ora sono campione olimpico, ho fatto due volte il record del mondo. Cosa mi rimane da fare? Cercare nuovi obiettivi”. Uno può essere l’abbattimento del vecchissimo record europeo dei 400: il 44”33 del ddr Thomas Schoenlebe sta per compiere 34 anni e se è vero che tra distanza piana e ad ostacoli corre un differenziale di un paio di secondi, il norvegese potrebbe essere il primo europeo sotto il muro dei 44”.

Benjamin, secondo con un tempo che sarebbe stato un magnifico record del mondo e che gli avrebbe assicurato la vittoria sempre e ovunque, non si arrende: “Non è bello perdere, ma è andata così. Ho fatto errori, li ho pagati. Sono un cane, sono un combattente. La sfida continua”.

 

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