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I sentieri di Cimbricus / Il veterano e il ragazzino volante

Mercoledì 21 Luglio 2021

 

kipchoge-vienna


Chi sarà l’Atleta di questi strani Giochi senza pubblico e assediati dal Covid? Tra i più accreditati aspiranti il vecchio Eliud Kipchoge che rincorre il bis e il giovane acrobata che ha imparato a volare nel giardino di casa.

Giorgio Cimbrico

Quando, in fondo a una lunga, emozionante volata, un giovane e sconosciuto Eljud Kipchoge diventò campione mondiale dei 5000 piegando, allo Stade de France, Hicham el Guerrouj e Kenenisa Bekele, Armand Duplantis non aveva ancora quattro anni. Diciotto anni dopo il vecchio kenyano e il giovane svedese, nato e cresciuto in Louisiana, aspirano al titolo di Atleta di questi strani Giochi silenziosi, senza pubblico, senza calore. Il ricordo dei 112.524 di Sydney 2000 è sempre piacevole da accarezzare, specie per chi ebbe in sorte i palpiti violenti di quella serata e non solo di quella.

Se la corona verrà condivisa, la storia rimarrà ugualmente esemplare: il veterano che si è lasciato alle spalle distanze infinite e il ragazzo volante che ha reso normalità l’ascensione a 6 metri. O più.

Kipchoge insegue lo spirito di Bikila. Non correrà tra i grattacieli di Tokyo, – fotogrammi, in un livido bianco e nero, di quei momenti vengono citati in un magnifico thriller, il Maratoneta di John Schlesinger, con Dustin Hoffman e Laurence Olivier – ma in un parco deserto di Sapporo dove i 42 km vennero spostati l’anno scorso, per motivi climatici, non pandemici. Due maratone olimpiche di fila le ha vinte anche il tedesco est Waldemar Cierpinski, a Montreal e a Mosca, ma le immagini romane e giapponesi, e il mito che ne è scaturito, appartengono all’etiope, scalzo a Roma, calzato (dalla Puma, che ha sempre visto giusto nella scelta dei suoi alfieri) a Tokyo. Dopo gli anni di gloria Abebe ebbe anni spezzati, come la sua colonna vertebrale.

Da quando ha abbandonato la pista e ha trasferito sulla strada il suo ritmo, le sue capacità di economia energetica, Kipchoge ha disegnato una strategia e uno scopo: diventare il più grande maratoneta della storia. Ne ha corse nove sotto le 2h05’, ha portato il record del mondo a 2h01’39”, ha forzato le colonne d’Ercole delle due ore sospinto da una colonia di “lepri” in una prova viennese senza i crismi dell’ufficialità ma eloquente nella ricerca e nella scoperta dei limiti umani, ha conquistato l’oro di Rio de Janeiro con lucida e superiore semplicità. Se arriverà il bis, nessuno potrà contestargli di esser stato il più grande. Per il futuro – Eljud a novembre farà 37 anni – veda e decida lui. E’ integro, magnificamente all’osso, intelligente, perfetto amministratore di se stesso e qualcuno, tra i giovani, lo cita già come esemplare ispiratore.

Kipchoge è un prodotto d’altopiano, Armand Duplantis è un prodotto di giardino, quello di casa, a Lafayette, Louisiana, dove il padre Greg, che seppe scalare 5.80, e la madre Helena Hedlung (dipende da lei la “svedesità” di Mondo) coltivano lui e i fratelli sin dalla più tenera infanzia. Un filmino amatoriale ricostruisce i progressi del bambino che diventa ragazzo e che a meno di 12 anni è capace di andar vicino ai 4 metri, sotto gli occhi di un sorpreso e ammirato Renaud Lavillenie. Inevitabile, per il contesto famigliare e per la precocità, accostare la storia a vicende mozartiane.

L’arrivo di Armand in azzurri spazi concessi a pochi si è trasformato anche in un’iniezione di cameratismo. Non che in passato gli astisti si guardassero in cagnesco (solo Wolfgang Nordwig spargeva freddezza attorno a sé) ma oggi il clima è cambiato: Sam Kendricks invita all’applauso e si spinge a qualche consiglio tecnico; Lavillenie patisce inevitabilmente il trascorrere del tempo e il succedersi delle sconfitte, ma senza mostrare rabbia o livore; Armand, con il suo sorriso etrusco, è pronto a proteggere dalla pioggia l’amico Sam riponendo l’asta e mettendo mano all’ombrello. Un gruppo di amici: ne fa parte anche il polacco Piotr Lisek che caccia terribili urla ricoprendo, anche per complessione fisica, il ruolo di Tarzan.

In quella dimensione di acrobati, di giocolieri, è stato l’arrivo di questo singolare giovane a imprimere una svolta, a dare una fisionomia di amicizia, di fratellanza tipica, da sempre, della sfera del decathlon. Duplantis è un Ariel, un Peter Pan, un Harry Potter e nessuno digrigna i denti nell’attesa di un responso che, Doha a parte, da due anni è sempre uguale: 21 gare vinte con due record mondiali assoluti a 6.17 e 6.18 e una vetta all’aperto portata a 6.15, piĂą altre diciotto competizioni chiuse scavalcando 6 metri e spesso qualcosa di piĂą (la consistenza della collezione di Bubka non è lontana) possono fornire prove solide sulla presa di potere di chi in America, usando l’iniziale maiuscola, chiamano l’Atteso, il Prescelto, come se in questi, in queste scalate si protendesse lo zampino di entitĂ  divine, residenti in luoghi inaccessibili e di volta in volta interessati a faccende terrene. Non è il caso di Armand che, allevato per saltare, riesce, in ogni segmento del salto, dalla rincorsa alla fase aerea e alla capovolta, a sviluppare una somma di diverse velocitĂ  precluse agli altri. Tutto qui.    

 

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