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I sentieri di Cimbricus / Un record che arriva dal passato

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Mercoledì 30 Giugno 2021


             shinnick 

 

Diamo a Phil quel che è di Phil. Ci sono voluti quasi sessant'anni, ma alla fine Phil Shinnick ha avuto ragione: quel lontano giorno del '63 il suo salto-miracolo a 8.33, giudicato ventoso, era invece perfettamente legale. E gli consentirà ora di entrare nel libro dei record.

 

Giorgio Cimbrico

Sono stati necessari quasi sessant’anni perché Phil Shinnick avesse il suo primato. Per averlo si è battuto, come nella sua vita si è sempre battuto per la pace, per l’uguaglianza. Lui, bianco del Nordovest, ha avuto l’aiuto e l’appoggio dei magnifici black degli anni Sessanta – quel buonanima di Lee Evans, Tommie Smith, Bob Beamon – e le testimonianze a favore di chi, quel giorno, era sul campo, a Modesto, per le California Relays. Era il 25 maggio 1963: forse, nella decisione finale, quella data ha avuto il suo benefico influsso. Il 25 maggio 1935 è il giorno dei giorni di Jesse Owens e proprio il lungo ebbe un grande spazio in quella fulminea e memorabile saga.

Cosa combinò quel giorno Phil, nativo di Spokane, stato di Washington? O forse è meglio dire: cosa combinarono i giudici? Alle 18,20 Shinnick (che aveva un personale di 7.75 e la settimana precedente aveva toccato i 7.90 con un nullo) colpito da improvvisa luce saltò 8.33, record del mondo migliorato di due centimetri: era 8.31 di Igor Ter Ovanesian, due anni prima ai 1000 metri di Yerevan, nella natia Armenia.

Intensità del vento? Sconosciuta. Agli addetti all’anemometro era stato raccomandato di misurare il dato soltanto per i salti di Ralph Boston, che mirava a riprendersi la corona, e la decisione rimase tale anche quando Shinnick piazzò un nullo che venne stimato in 8.19. Accanto ai salti di Boston figura la brezza a favore, al centimetro: 8.26 con 2,73, 8.30 con 3,81. Phil vinse la gara.

Due giorni dopo, sul San Francisco Examiner, apparve una dichiarazione di Leon Glover padre e Leon Glover figlio, addetti all’anemometro: “Siamo disposti a firmare che in quel momento c’era una calma di vento”. E lo stesso giudice arbitro, Tom Moore, ammise che “il vento era poco significativo”. Altri giudici aggiunsero che gli ostacoli, che si correvano nello stesso senso, ebbero una spinta di coda di 1,6. E’ un’interminabile istruttoria in cui fanno la loro comparsa ricordi e immagini di bandiere tese e meno tese. Boston non ebbe dubbi: “Per me il salto è regolare”: cinque anni dopo sarebbe diventato il testimone di uno dei più prodigiosi gesti regalati dall’atletica, il volo di Bob Beamon. Testimone e … traduttore: 8.90 per Bob significava poco o nulla, ma quei 29 piedi due e mezzo, venuti dalla bocca di Ralph, gli provocarono un mezzo infarto.

Shinnick, velocista da 10”5 e saltatore da 2.12 (un JuVaughn Harrison in miniatura …) guadagnò la selezione per i Giochi di Tokyo e si arenò in qualificazione con 7.26 e due nulli. Medico, specialista in agopuntura, ambasciatore dell’Unesco, non dimenticò mai quel suo momento di grazia battendosi per lunghi anni e ricevendo sostegno, come quello prestato dall’Università di Washington che fornì prove secondo cui agitando la rotella metrica i giudici gli avessero … rubato tre centimetri. Una prima tappa arrivò nel 2003 quando la federazione americana lo inserì nella cronologia del record nazionale, a mezza via tra i sei progressi di Boston. Ora, promosso con formula piena. Nella prossima edizione di “Progression of World Athletics Records”, misura, nome, luogo e data saranno in neretto, non più in chiaro.

Qualche giorno fa Phil, che non ha più l’aria dell’intellettuale impegnato anni Settanta, è stato invitato a Eugene e a consegnargli la targa che attesta il suo status di detentore del record del mondo è stato chiamato Mike Powell. Phil sorride beato. Il vento della storia, alla fine, lo ha spinto in porto.

 

 

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