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Giornale di attualita' storia e documentazione sullo Sport Olimpico in Italia

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Fuorisacco / Due alieni giunti da un pianeta lontano

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Giovedì 24 Giugno 2021

 

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“No, non può esistere, non è mai esistita e non esisterà mai un’altra storia bella così fra un grande campione e dirigente sportivo e un piccolo giornalista che per fortuna ha memoria di tutto.”

Gian Paolo Ormezzano

Siccome nessun giornalista ha conosciuto bene come me Giampiero Boniperti, lui primo califfo juventino del mondo io umile fante granata, lui geometra io residuo di liceo classico, lui biondo io bruno, lui sempre crinito io subito calvo, lui di destra io di sinistra, lui di poche parole io logorroico, lui tre figli io anche, e cinque su sei messi al mondo dallo stesso medico ostetrico, lui col primogenito chiamato Giampaolo (con la enne o emme? non lo si saprà mai, idem per Giampiero) come me, lui calciatore affermatissimo io giovanissimo giornalistucolo a lungo abusivo (precario, oggi), lui mio vicino di balcone in un cortile dell’isolato semiperiferico torinese in cui abitavamo.

Lui che mai mi ha regalato un’intervista vera e però mi ha lasciato finire il libro della sua vita a sua firma, ”La mia Juventus”: inizio dell’amicizia, Carlin direttore juventino di Tuttosport dove vivacchiavo mi aveva portato da lui (“è il figlio che non ho”) perché non aveva più voglia e tempo di fare il “nom de plume”, il “ghost writer”. Il librò uscì, lo pubblicai indebitandomi, fu un successino, per tutta la vita residua (era l’alba degli anni Sessanta) Giampiero mi chiese se davvero avevo venduto più con lui che con “Cara Juventus” del suo nemicissimo collega Omar Sivori, dissi sempre sì, la verità, e sempre se ne compiacque.

Eravamo amici fraterni salvo le volte, in genere appena due l’anno, del derby. Io con lui mi proclamavo persin più che granata: antijuventino; lui mi diceva di un suo voler bene ai giocatori del Grande Torino, li aveva frequentati e patiti in campo, si era preso sanamente a pugni con tre di loro per le vie del centro di Torino, reputava Valentino Mazzola il più grande di sempre e di tutti, e nel mondo … Io niente di simile, anzi.

Mai un’intervista, persino una smorfietta quando gli lo annunciai che avrei scritto per Tuttosport la storia della sua vita, di calciatore, titolo “Ehi tu biondino”. Sono stato ore con lui nel suo studio torinese dove giocava e bene a fare l’imprenditore di un sacco di cose e sempre mi ha mostrato il suo cappello da alpino, la foto sua a Wembley quando venne selezionato nel Resto del Mondo contro l’Inghilterra (4 a 4, due gol suoi), mi ha sempre rammentato che lui è il capocannoniere del derby (14 ferite a me).

Di sette anni più vecchio ha giocato a fare con me il Grande Saggio sino a due anni fa, quando i suoi novanta erano diventati troppi, aveva confusioni. Ma all’ultimo compleanno, 4 luglio 2020, lui era del 1928, ci eravamo parlati al telefono, ero felice: nessuna screpolatura di dialogo, di memoria in Giampiero. Come sempre, e per ben più di mezzo secolo fra noi due, parlando di Dio e uomini, donne e motori, attaccanti e difensori, gioie e dolori, squadre e colori.

Non mi ha mai perdonato quella volta che mi invitò ad una domenica così: partenza all’alba da Torino su sua auto con autista, passaggio in Umbria nella tenuta di Umbertide, proprietà degli Agnelli, a cui lui geometra accudiva, degustazione di vini importanti, Perugia-Juventus allo stadio ma finito il primo tempo ritorno a Torino e al massimo la radio a ragguagliarci. Gli dissi che facevo il giornalista, se andavo a Perugia era per raccontare la partita, amen.

Gli devo sintonia piena di onestà, di amore per la vita e lo sport e il mondo, gli devo scorribande felici nel nostro amato Piemonte, gli devo tante vigilie di Natale nella sua Novara dove lui ed altri novaresi celebri radunavano un bel pezzo di mondo per ragioni gastronomiche ma anche benefiche. Gli devo amicizie importanti, su tutte quella con Gianni Agnelli. Gli devo, qui, questa precisazione: lo dicevano avaro, era generosissimo, a patto che non lo si sapesse. Guai però se lo dicevo.

Lui mi deve l’esser morto proprio quando andavo in Francia per rimettermi da malanni vari e consultare medici presunti speciali. In lacrime col figlio Giampaolo l’ho rivissuto al telefono. Ma mi piangerò Giampiero dentro sempre, davvero. Sempre più rimpicciolirò al suo confronto calcistico, e parlo del suo saper volere una specie di bene al Toro mentre io non ce la faccio con la Juve.

Resta il mistero di questa “corrispondenza d’amorosi sensi, celeste dote negli umani” (Foscolo). E un granata vs uno juventino, poi. Chiaro che saremmo diventati così amici anche se io caldarrostaio e lui capitano di vascello, ma perché? Dopo i Giochi di Roma 1960 avevo un debito con un amicone giornalista, gli dovevo portare Livio Berruti che il suo pargolo voleva conoscere, Giampiero seppe dell’idea e splendidamente mi disse: “Vengo anch’io”. Approfittammo di una premiazione a Roma con invito al più celebre calciatore d’Italia ed al più grande nostro atleta di sempre. Dovevamo andare da Roma a Santa Marinella, rifeci con Livio un po’ della strada che avevo fatto per riportare a Torino l’eroe dei giochi, un mese prima. Giornata meravigliosa. Chi vuole giochi al gioco fantascientifico di pensare se possibile e come una cosa simile al giorno d’oggi, con sponsor padroni e anche giornalisti rapaci e televisioni in agguato e campioni miliardari.

Non mi ha mai dato una notizia fruibile, magari dicendomi cose ma ammonendomi a seppellirle in me, tipo segreti di formazione, di muscoli, di spogliatoio, di mercato. Quando ha smesso, di botto, mica mi ha preavvertito. Non gli ho mai anticipato un articolo mio, men che mai quando criticavo la Juventus e dirigevo Tuttosport (sono riserbi tipici piemontesardi, sabaudi). A tutti due è sempre andata bene così. Una volta mi chiese: “Mai pensato a dove saresti arrivato in carriera se fossi stato dei nostri?” E io: “Ad avere sicuramente più soldi, e non me ne frega niente, e magari ad avere un alloggetto targato Fiat al Sestriere, come quello che hai tu e dove non vai mai”. Ridemmo eccome insieme. I nostri sei figli e le nostre due mogli ci hanno sempre guardati come alieni giunti probabilmente da un pianeta davvero lontano.

L’ultima volta che ho visto fisicamente Giampiero gli ho detto che Berruti stava male, problemi di deambulazione, lui mi chiese “chi è?” (ovvio che si conoscevano benissimo), gli mostrai una foto di Livio, niente e allora gli dissi: “A questo punto mi chiedo se sai chi sono io”. Mi snocciolò molto di me, mi chiese se avevo ancora buona memoria, sì gli dissi, “e totale e lancinante persino”, mi chiese che esercizi avevo fatto per mantenerla viva. Gli risposi: “Non ricordo”. Non rise e capii che qualcosa dentro si era davvero incrinato. Da allora cominciai la conta al rovescio del tramonto anzi del calar del sole, aspettandomi la notizia che mi raggiunse quando andavo a curarmi le scie del mio tremendo Covid, e solo tre giorni dopo riuscii a spiegare tutto bene a Giampaolo.

No, non può esistere, non è mai esistita e non esisterà mai un’altra storia bella così fra un grande campione e dirigente sportivo e un piccolo giornalista che per fortuna ha memoria di tutto. Grazie, Giampiero.

 

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