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I sentieri di Cimbricus / L'equazione irrisolta del doppio giro

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Giovedì 24 Giugno 2021

 

murphy

 

Gli 800 sono una strana terra, una terra di confine: non sono velocità prolungata, non sono mezzofondo, sono teatro di scontro tattico, spesso fisico, e di incontro tra chi “sale” dai 400 e tra chi “scende” dai 1500.

Giorgio Cimbrico

Pochi giorni fa, a Eugene, Clayton Murphy (pratico di una certa legge che porta il suo nome, oltre che bronzo olimpico cinque anni fa) ha reso reale quel che è il sogno di molti ottocentisti: correre due giri uguali (nel suo caso, 51”67 e 51”50) può portare a esiti felici. Viene in mente il vecchio allenatore di Yuri Borzakovski che raccomandava al suo pupillo di non sfiatarsi davanti ad avvii violenti e di mantenere lo stesso ritmo. Nella finale olimpica di Atene il giovanotto seguì gli insegnamenti e corse due volte in 52”2 diventando il primo e unico russo a conquistare l’oro del mezzo miglio.

Yevgeni Arzhov ci era andato vicino, tre centesimi (”triste perdere per un margine lungo quanto un naso”), nel ’72, crollando, in tutti i sensi, di fronte a Dave Wottle, un altro che impostava sulla regolarità. I grandi finisseur, in realtà, non esistono, sono solo quelli che calano meno. E poi ci sono i geni della lampada, ma ne appaiono pochi.

Gli 800 sono una strana terra, una terra di confine che piacerebbe a Cormac McCarthy: non sono velocità prolungata, non sono mezzofondo, sono teatro di scontro tattico, spesso fisico, e di incontro tra chi “sale” dai 400 e tra chi “scende” dai 1500. Fresca novità, il polacco Patryk Dobek, ostacolista da 48”40 e dopo limitata esperienza già arrivato a 1’43”73, brevemente primatista mondiale di stagione prima dell’irruzione di Murphy che ha segnato anche la resa incondizionata di Donavan Brazier, scoppiato per aver tentato di colmare un gap. E’ una gara che sa essere dannata, spietata.

La domanda che difficilmente trova una sensata risposta, o ne fa scaturire una miriade, è: come si corrono gli 800? “From gun to tape”, dalla pistola all’arrivo, dicono gli inglesi con un bella immagine, ed è il caso –eccolo il genio … – di David Rudisha e del suo record mondiale (il sesto ottenuto in una finale olimpica) cercato e trovato in fondo a un monologo così totale da meritare l’etichetta di gesto del secondo decennio del XXI secolo. Nel primo decennio furono i lampi del Lampo. “Sapevo di poter fare qualcosa di speciale, ho provato, ce l’ho fatta”. “Poteva vincere e invece ha voluto offrire qualcosa di straordinario che rimarrà nella storia. Esser stato testimone di un’impresa del genere mi rende felice. Gli sono riconoscente”, disse quella sera Sebastian Coe, che quel record aveva stretto per diciotto anni. Per chi ama esaminare i due segmenti, 49”28 e 51”63. In questo caso, una distribuzione che prevede una sofferenza finale: David corse gli ultimi 100 metri in 13”7.

Ognuno interpreta a modo suo: il giovanissimo Jim Ryun sottrasse a Terre Haute, Indiana (una delle prime piste in materiale sintetico), il record delle 880 yards a Peter Snell con due metà che rimangono uniche e singolari: 53”3 e 51”6. “Non stavo bene, avevo mal di gola e a metà gara presi ad accelerare per guadagnar vantaggio sugli altri. Mi accorsi che andavo sempre più veloce e quando annunciarono il tempo, rimasi sbalordito”. Non c’era rilevamento agli 800 e così quell’1’44”9 risultò migliore dell’1’45”1 di Snell e parametrato dagli esperti a livello del record metrico.

Le grandi giornate prevedono anche parole che non devono esser disperse: “Per battermi oggi devi fare il record del mondo”, disse Roger Moens ad Audun Boysen. Quel giorno del ’55, al Bislett, il norvegese prese in parola il belga e centrò l’obiettivo, ma con due decimi di ritardo: 1’45”7 Moens (52”0 e 53”7), 1’45”9 Boysen (52”6 e 53”3), entrambi sotto il meraviglioso 1’46”6 di Rudolf Harbig che teneva duro da sedici anni, stabilito all’Arena di Milano un mese e mezzo prima che la Schleswig Holstein facesse fuoco su Danzica. Harbig venne sollecitato dal coraggio, simile a furore, di Mario Lanzi che passò alla campana in 52”5. Il sassone, tre decimi dietro, chiuse la seconda parte in 53”8.

Harbig, che un mese dopo diventò padrone anche del giro di pista in 46”0, appartiene come Marcello Fiasconaro e Alberto Juantorena alla tribù dei quattro/ottocentisti; Snell, Ryun, Coe agli ottocentisti/migliaroli. Wilson Kipketer e Rudisha, che si sono divisi i vertici cronometrici nell’ultimo quarto di secolo, sono ottocentisti puri.

Il fascino deriva dal clima di battaglia, spesso senza esclusione di colpi, di contatti, di chiodate, un repertorio che ha scandito appuntamenti indimenticabili: il ricordato tumultuoso arrivo di Monaco ’72, i disperati tentativi di Coe su Steve Ovett a Mosca ’80 e su Joaquim Cruz quattro anni dopo a Los Angeles, lo scontro a quattro a Atlanta ’96 (ventisette centesimi tra l’oro di Vebjörn Rodal e il quarto posto di Norberto Tellez, cui non servì battere il record cubano di Juantorena per salire sul podio), sono alcune tra le immagini di una storia simile a una saga, in grado di produrre esiti sorprendenti. Chi avrebbe scommesso a Sydney sul successo del tedesco Nils Schumann su Kipketer? Ed è proprio qui che risiede la malia di questa distanza, punteggiata di accelerazioni, di frenate, di sviluppi improvvisi e imprevedibili. A meno di non correre a cronometro o di chiamarsi David Rudisha che quel giorno alla muta non permise nemmeno di abbaiare.

 

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