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Duribanchi / Non ci sono piu' le certezze d'un tempo

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Martedì 22 Giugno 2021

 

tramonto 


“Siamo ossessionati dall’idea di essere moderni e da quella di essere tolleranti. Non perché siamo cristiani o liberali: perché vogliamo essere alla moda. E piangiamo sempre dopo, quando è tardi, quando è inutile.”

Andrea Bosco

Uno alla volta se ne vanno. Molti di quelli che hai conosciuto: occasionalmente, per amicizia o per lavoro. In tre giorni, tre. Giampiero Boniperti, nello stesso giorno del collega Elio Trifari, vice-direttore della Rosea. Poi Luis Del Sol mezz’ala della Juventus di Heriberto Herrera. Quel Del Sol che a Madrid chiamavano “il postino di Di Stefano” al quale avevi scopiazzato la finta in corsa portando la palla sull’esterno del piede destro. Così ti chiamavano i compagni di squadra: Del Sol. Anche se a parte la finta e la corsa, altre similitudini proprio non ce n’erano.

Se n’ è andato anche Bruno Ermolli, eccellente manager, che ridisegnò la Mondadori dell’era Berlusconi. Melomane il cui contributo è stato fondamentale nella rinascita della Scala. Ermolli a casa del quale ogni anno in Costa Azzurra (una villa simile a quella del Grande Gatsby sul golfo di Saint Tropez), transitava il bel mondo. E che ospite a casa tua si complimentava per le grandi palme del tuo giardino. Se ne vanno, perché questo è il destino di tutti. Se ne vanno tra i rimpianti e il dolore. Il cronometro della vita scandisce il tempo: a ritroso. La fortuna è non sapere quanto ti rimanga. Cosa c’è “dopo”? Quando si è svegliato Eriksen ha detto ai soccorritori: “Sono tornato”. Da dove? Anche se consideri la morte una inevitabile conseguenza della vita che hai vissuto, atto finale iscritto nel libro del Fato, egualmente ti prede l’angoscia. L’angoscia di restare da “solo”.

Con quelli che se ne vanno, se ne va anche la tua epoca: quella giovinezza che sempre più tendi a ricordare. Gli errori che hai fatto. Le persone che hai deluso e ferito. Gli amori e le speranze: i sogni. Le disattenzioni, l’idea che avevi che il “tuo tempo” fosse “lontano”. Che ancora non fosse spazio per quello delle riflessioni. “L’angoscia – spiegava Heidegger analizzando Kant e la metafisica – è la disposizione fondamentale che ci mette di fronte al nulla”. Dopo l’ultimo secondo approderemo al nulla? Non è questo che mi provoca angoscia. E’ l’idea di assistere alla nascita di un mondo troppo “nuovo” per essere compreso. Di essere un tollerato sopravvissuto. Sei il “vecchio” che ha difficoltà ad accettare il “politicamente corretto”. Come se fosse possibile emendare la spietata storia dell’uomo in qualche anno. Come se fosse giusto inserire un “accidente linguistico” per definire il mestiere e il profilo di una donna. Per risarcirla di quel, poniamo, “magistrato” che sarebbe ridicolo declinare a “magistrata”.

Ci vantiamo per il progresso della nostra società. Ma socialmente ci comportiamo come clan primitivi. Abbiamo lasciato esplodere la sessualità adolescenziale. L’abbiamo incoraggiata, con la moda, con la musica, con l’estetica, con una annoiata tolleranza. Oggi una ragazzina quattordicenne che viene violentata dal “branco” è solo una notizia. Una delle tante, neppure “originale”. Oggi essere a quell’età abusate da coetanei ad una “festa” è quasi normale. Perché entrambi i sessi, ormai, passano dall’infanzia alla pubertà senza transitare per la stagione dell’innocenza. Non ci sono più “fate”, né “principi”. Quelli che ancora primeggiano in qualche kolossal, se la devono vedere con draghi ed orchi, demoni e streghe. Combattono e vincono senza il bisogno degli adulti. Sono loro, anzi, la speranza degli adulti. E’ un mondo nel quale si invecchia in fretta. Si bruciano rapidamente passioni e vite. La moda invita le donne a svestirsi. E gli uomini ad abbigliarsi in modo più eccentrico di quanto sarebbe stato tollerabile persino per lord George Bryan Brummel. Parentesi: i pantaloni stretti a “tubo di stufa” che oggi furoreggiano li ha inventati lui: qualche secolo fa.

Siamo ossessionati dall’idea di essere moderni e da quella di essere tolleranti. Non perché siamo cristiani o liberali: perché vogliamo essere alla moda. E piangiamo sempre dopo, quando è tardi. Ci interroghiamo dopo: quando è inutile. Ci indigniamo per i parenti assassini delle Saman. Ma non ci viene l’idea di imporre a chi viene nel nostro paese, da retrograde realtà (dove le donne sono considerate come fino agli anni Sessanta venivano considerate nel Meridione d’Italia) di andare a scuola per imparare la lingua del nostro paese. Non ci viene l’idea di far capire che la tribale legge islamica del matrimonio combinato al “buio” da un paese civile non può essere tollerata. Saman è una: quante altre (delle quali niente sappiamo) ce ne sono?

Lo penso io che sono “fuori tempo”. Altri sono i pensieri dominanti. Leggo certi intellettuali che hanno come costante nella scrittura l’insulto verso il prossimo.

Intellettuali che predicano la “tolleranza” ma si dimenticano di applicarla. E’ un mondo che si è radicalizzato. Dove o stai con me o sei contro di me. Nel mondo dove non ci sono più bandiere e nel quale le bandiere hanno difficile collocazione meglio farsi da parte: per non vedere.

Per la morte di Giampiero Boniperti la Gazzetta dello Sport ha scelto un titolo di spalla, sparando a nove colonne la sua contrarietà per “il biscotto”. Non si sa se Mancini si sia offeso.

Bandiere: sventolano ancora sulle tribune, reperti archeologici di un tempo che fu. Nel calcio da tempo sono state abolite. Donnarumma se n’è andato a zero verso Parigi e verso una milionaria retribuzione. L’Inter dopo il guaio occorso ad Eriksen ha provveduto ad ingaggiare un turco, parimenti in uscita a zero dal Milan. Un milione ha fatto la differenza. Ma il Milan evitando di farsi ricattare dai procuratori dei giocatori ha posto le basi, forse, per un futuro etico del calcio. Un esempio che in molti potrebbero seguire.

Non ci sono più le certezze di un tempo. Metti l’NBA: c’erano una volta i Celtics e c’erano i Lakers. C’erano i Clippers e avrebbero voluto esserci i Nets, spendaccioni come un City o un Psg. Ma in finale ci va un greco di origini africane. Con una maglia che fa tornare in mente un basket che non esiste più. In una città dove i “giorni erano felici” e i “bulli” avevano il cuore tenero di un Fonzie. Ma in finale ci va anche l’italiano più talentuoso il Gallo Danilo con i falchi di Atlanta. E questa per la Nazionale già spolpata di Belinelli e Datome non è una buona novella. Fine? Occhio a quello con la faccia da bambino che viene da Phoenix: ogni sera ne stampa una quarantina e sembra un uomo in missione. Mentre Meo Sacchetti si arrabatta con la gioventù che si è degnata di partecipare.

Le ragazze: altra delusione. Fuoco fatuo e fuori dalla manifestazione. Sbranate dalla Svezia del barba-santone Crespi, benché prive di quattro titolari. Infine: lasciate in pace Matteo Berrettini. Che ha vinto sull’erba britannica contro un inglese. E che ora sulla erba più storica di sua Maestà proverà a fare meglio di quanto non fece, travolto dall’emozione, contro Federer. Ora che ha vinto un trofeo, suonano le fanfare, che fino a ieri squillavano per Sinner e Musetti, dimenticando il lavoratore Sonego. Misteri del giornalismo italico. O forse solo degli sponsor. Non ce la faccio a commentare la Ferrari e i suoi disastri. I mantra variano da “lo sanno quali siano i problemi” a “la prossima andrà meglio”. Ma ad ogni prossima va peggio. Da molti anni, ormai.

 

 

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