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Io non c'ero (11) / Lo psicodramma della Coppa America

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Mercoledì 16 Giugno 2021

 

moro 

 

"La mia più gaglioffa sceneggiata: la sfida del “Moro di Venezia” da raccontare dopo aver guardato in TV le immagini che in California rimbalzavano da … Montecarlo. Bluffavo molto, mi vergognavo un po’."

Gian Paolo Ormezzano

Io c’ero davvero, con tanto di credenziali appese al collo, se ricordo bene addirittura due pezzi di cartone plastificato, uno con le mie generalità e fotografia, l’altro con il pass speciale per i locali del grattacielo dove stava il centro-stampa. Uno era una sorta di segno di riconoscimento per la gente che si incrociava lì a San Diego, California, con il Messico della peccaminosa Tijuana a portata addirittura di due tram in un tre quarti d’ora: trasbordo alla frontiera, a San Isidro quartiere di San Diego sud che in quel 1992 “vantava” ancora il lugubre primato di essere il posto in cui un uomo da solo aveva fatto più morti.

Essì, otto anni prima un pazzo bianco statunitense provvisto di comode efficienti armi letali grazie alla tenera legislazione del suo paese, uno con moglie e figli troppo a carico, oberato di mali mentali e debiti, aveva ucciso, in settantasette minuti di suoi spari contro i clienti di un McDonald’s, ventuno persone, ferendone anche gravemente una trentina, prima che un cecchino poliziotto riuscisse a freddarlo. L’altro segno di riconoscimento era il pass per accedere alla cattedrale delle telecomunicazioni del Grande Evento, dove si officiavano i riti dell’io c’ero fasullo.

San Diego ospitava le grandi regate finali della Coppa America, la manifestazione suprema del velismo, e la barca italiana, denominata Moro di Venezia e finanziata dalla famiglia dei magnati Ferruzzi, commercianti in grano romagnoli, disputava la finalissima contro America 3. Il Moro di Venezia raccoglieva e ampliava l’eredità di Azzurra, andata vicina alla vittoria, lo skipper era un americano bellissimo con moglie bruttina, Paul Cayard, l’equipaggio era italiano e Raul Gardini, sposo di una Ferruzzi, era lì a vigilare sull’investimento della famiglia.

Le regate si svolgevano a mattina avanzata, finivano quando in Italia dopo la sera già arrivata la notte (otto ore di fuso orario fra la California e il Bel Paese, nove perché da noi c’era l’ora legale). Inutile pensare a un articolo di cronaca, quando avremmo potuto trasmetterlo alla redazione le edicole nostre erano già aperte da ore ed ore. Il rituale necessario, imprescindibile, consisteva nell’aspettare il ritorno al porticciolo del Moro, intervistare Cayard e Gardini ed altri, scrivere un articolo anche di colore, di ambiente e di battute, svincolato dalla stretta attualità. Un articolo che sarebbe stato letto, in Italia, quando si conosceva già l’esito della regata successiva a quella a cui l’articolo stesso si riferiva. Belle acrobazie giornalistiche, ricerca di motivi extra, di spunti speciali, anche notizie spicciole destinate a repente scadenza, e tanto ma tanto bla-bla-bla.

Noi giornalisti vedevamo le regate nel senso che, dalla sala stampa o dal porticciolo, vedevamo (in tanti e da tanto mondo) dei puntini laggiù, erano le barche sulla linea dell’orizzonte, e cercavamo (invano) di capire sommariamente la posizione degli scafi. Una volta mi lasciai tentare, andai sulla barcona prevista per la stampa, ci portarono al largo, vedevamo i puntini un po’meno “ini” ma eravamo del tutto privi di notizie, senza neppure il gracchiare di qualche radio in un inglese pieno di slang californiano e velico.

Poi facemmo, noi italiani penalizzatissimi dal fuso orario, la scoperta: TeleMontecarlo aveva comprato i diritti e trasmetteva in Italia le regate in diretta, con il commento di Cino Ricci vecchio skipper di Azzurra. In un giorno riuscimmo nel miracolo di ottenere un collegamento fra Montecarlo e San Diego, e insomma potevamo, noi inviati speciali sul posto invidiatissimi dai colleghi in redazione, a vedere delle regate quello che vedevano gli utenti italiani stando comodi a casa loro. Questo ci veniva poi utile dialogando con quelli del Moro tornati a terra: era già qualcosa. Per me poi era molto: avevo accettato di prender parte ogni notte ad un collegamento radiofonico con Torino, alla sede dell’Unione Industriali dove patiti della vela chiedevano al fortunato inviato speciale de La Stampa notizie fresche, cose grosse. Io al massimo sapevo quello che loro telespettatori sapevano, bluffavo molto, mi dilungavo sul giubbotto di Paul Cayard, mi vergognavo un poco …

Forse la mia più impegnativa e gaglioffa sceneggiata. Il Moro fra l’altro andava bene, sarebbe stato sconfitto con onore da America 3, insomma la Coppa America faceva audience anche in Italia e io magari facevo una figura meno brutta di quel che temevo.

Per quel servizio avevo dovuto rinunciare a seguire il mio Toro impegnato nella partita di ritorno della finale di Coppa UEFA ad Amsterdam contro il grande Ajax. Vigeva la regola della somma dei due confronti, a Torino era stato un 2 a 2, ad Amsterdam fu uno 0 a 0 che diede la coppa agli olandesi: a parità finale di gol quelli segnati in trasferta valevano il doppio. Riuscii a seguire la partita captando una radiocronaca privata in Italia, imprecai al mondo tutto, compreso quello della vela, per i tre pali colpiti dai miei granata, e vagamente mi sentii colpevole: perché con me lì, intendo ad Amsterdam anziché nella pur bellissima San Diego, forse uno dei tre pali sarebbe stato gol: chissà, dagli spalti, sul pallone avrei agito col pensiero anch’io, nello psicodramma della partita (comunque una scaglia di vita rispetto al psicodramma generale della Coppa America invisibile, ma assolutamente da raccontare).

 

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