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I sentieri di Cimbricus / Dove volano i giavellotti

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Giovedì 3 Giugno 2021

 

vetter


La caccia al record di Zelezny da parte di Vetter si fa sempre piĂą serrata: il margine tra passato e futuro si fa sempre piĂą sottile.

Giorgio Cimbrico

Janis Lusis, a lungo a capo di una gloriosa confraternita, disse che soltanto chi era nato sul Baltico poteva lanciare (lontano) il giavellotto. Oggi si stupirebbe leggendo un atlante nuovo e allargato a gran parte del mondo, piccole isole comprese. La sicurezza dell’affermazione di Lusis aveva forti basi nella storia: il dominio di svedesi e finlandesi, che prese il via in pieno XIX secolo, venne interrotto solo nel 1953 dall’americano (di Los Angeles) Franklin Wesley “Bud” Held che, grazie alla collaborazione progettuale del fratello Dick, cambiò volto alla specialità e soprattutto all’attrezzo che veniva spedito in cielo. Aerodinamica significò voli più lunghi e stabili.


I baltici reagirono con Nikkinen e con Sidlo che forzarono la linea degli 83 metri, prima di deporre lo scettro per una dozzina d’anni ad opera di una coalizione americana (Al Cantello detto The Diver, il tuffatore: tecnica ripresa nei nostri giorni), italiana (Carlo Lievore) e norvegese (Terje Pedersen) che portò in tappe successive, al valicamento dei 90 metri.

Toccò proprio a Lusis, lettone di Riga con una drammatica vicenda bellica alle spalle, riproporre l’antico monopolio in una parentesi felice e piena di significati geografici: il suo 91.98 venne a Saararijarvi e il 92.70 di Jorma Kinnunen, primo record utilizzando una pedana in tartan, a Tampere, luoghi dove l’amato giavellotto si chiama Kehias. Quanto ai 93.80 di Lusis, il luogo è Stoccolma che dal Baltico dista un groviglio di canali, un labirinto di isole.

Quella parentesi tra il ’69 e il ’72 si trasformò, con il passare degli anni e con il mutare dell’attrezzo (decisione che diventò d’obbligo dopo il 104.80 ost berlinese di Uwe Hohn), in un canto del cigno. In mezzo secolo di miglioramenti, di controversie, di giavellotti sperimentali banditi, solo Seppo Raty riesce ad affacciarsi sulla scena, per vedersi cancellare il suo 96.96 dopo il congresso IAAF di Tokyo ’91: quel modello, realizzato da Miklos Nemeth, primo ungherese a impadronirsi del record del mondo (94.58 nel ’76), non passò l’approvazione e, come in un gioco dell’oca, il record tornò a un non baltico, il britannico Steve Backley che aveva braccio e spalla da giocatore di cricket.

Da quasi trent’anni la sovranità del gesto abita in Boemia, la terra di Jan Zelezny, e la concorrenza più forte proviene non più dal Mediterraneo del Nord, ma da una terra vicina, la Sassonia, in quella che gli amanti delle vicende storiche possono accostare ad un antico conflitto che quasi quattro secoli or sono investì quelle terre, e non solo quelle, nella prima guerra europea.

Giorno dopo giorno, Zelezny (Mlada Boleslav, cinquanta chilometri da Praga, è il luogo d’origine) è costretto a osservare i progressi e gli assalti del colossale Johannes Vetter, nato in quella che è stata una delle città più belle del mondo (sessant’anni per ricostruirla dall’orrore del febbraio 1945, dove vide la luce Rudolf Harbig: Dresda).

• Dopo gli ultimi recenti sviluppi, Jan e Johannes, i due Giovanni, possono spartirsi, in parti uguali, le dieci più lunghe misure della storia:
Zelezny: 98.48, 95.66, 95.54, 94.64, 94.02.
Vetter: 97.76, 96.29, 94.44, 94.24, 94.20

• Distanza complessiva: Zelezny 478.34, Vetter 477.03.

• Media delle cinque prestazioni: Zelezny 95.67, Vetter 95.40.

Il margine è come il ghiaccio in primavera, sempre più sottile. Se il record arriverà, Vetter sarà il terzo tedesco padrone del giavellotto. Il primo fu Klaus Wolfermann che un anno prima dell’acuto a 94.08, era diventato campione olimpico sconfiggendo Lusis per due piccoli e sospetti centimetri.

 

 

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