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Duribanchi / L'ossessione di non lasciare traccia

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Martedì 1° Giugno 2021


             garau


In questo paese che “pretende di esistere” nessuno più accetta di condurre una “vita da mediano”. La vita delle persone qualunque perseguitate da imbroglioni alla Laqualunque.


Andrea Bosco

Ho letto e studiato abbastanza per immaginare come si sentissero gli europei dopo il collasso dell’impero asburgico. La storia spiega: non abbastanza. La storia appena sfiora il disagio esistenziale di uomini che videro crollare un mondo e un modo di vivere. Ben oltre la geografia e la politica. Ben oltre il superamento della (vigente) morale. Ben oltre le mode artistiche. Ben oltre l’abbigliamento, il modo di alimentarsi, il modo di lavorare. Ben oltre l’industrializzazione, lo spopolamento delle campagne, l’urbanizzazione delle città.

Ragazzino ho conosciuto ad Abazia, il padre della moglie di un mio zio. Rammento che mio papà chiese a quel vecchio uomo che aveva la faccia incorniciata da un paio di maestosi baffi e che lentamente usava fumare una pipa dal lungo becco, se fosse stata migliore la vita, da quelle parti, durante l’annessione italiana o dopo: quando quei bellissimi luoghi divennero terra jugoslava. Rispose: “Stavamo meglio con Francesco Giuseppe”.

L’episodio mi è venuto in mente perché sempre più frequentemente mi sento un sopravvissuto. E benché mi atterrisca (come a tutti, immagino) l’idea di morire, mi trovo a riflettere: “Cosa accidenti ci faccio qui? Cosa mi attenderà?” Non dopo, nel senso del Grande Mistero. Dopo nel senso di domani e dopodomani. Mi sento fuori posto. Peggio: non riesco più a capire. Non riesco a capire gente come quel signore che a Milano ha staccato un assegno da 15.000 euro per una “scultura intangibile”. Cioè? Cioè una suggestione immateriale. Uno spazio immaginario, “firmato” dall’artista sardo Salvatore Garau e messo all’asta (non vi sto perculando) da “Art-Rite”, galleria che riesce a vendere opere “invisibili”. L’opera ha pure un nome: “Io sono”. Certificata da Milo Goj docente che cura l’”archivio storico” (non scherzo: “storico”) di Garau.

Un’opera d’arte che “non c’è”. E che va “collocata in abitazione privata (ma in fondo uno potrebbe posizionarla anche in fabbrica), entro uno spazio libero da qualsiasi ingombro di circa 150x150”. La firma è di Emilio (detto Milo che fa più figo) Goj: procuratore dell’archivio Salvatore Garau. Si spinge Goj a citare Warhol, Klee, Cattellan, Christo e Abramovich. Ci sono “maghi” che campano promettendo filtri d’amore, numeri certi per il Superenalotto, contatti con i defunti, guarigioni da malattie incurabili. Perché non credere all’ opera d’arte che “non c’è”? In fondo da tempo viviamo, complici, sull’isola di Peter Pan: illudendoci che la violenza non sia violenza, che le guerre non siano guerre, che la miseria non sia miseria, che le ingiustizie non siano ingiustizie, che la corruzione non sia corruzione, che l’avidità non sia avidità. E che il Covid non sia uscito da un laboratorio cinese, solo perché (senza fornire prove del contrario) così afferma il governo di Pechino. Nell’Isola-Che-Non-C’é tutto è possibile. Persino sia stata abolita la circonvenzione d’incapace.

L’angoscia dei giovani, ha spiegato Alessandro D’Avenia sul Corriere della Sera, non è quella di vivere. È quella di esistere senza il riconoscimento del “nome”. L’anonimato che la “società dello spettacolo” (preannunciata negli anni Sessanta da Guy Debord) ha reso insopportabile. D’Avenia cita i Maneskin i cui testi sono ormai più “cliccati” dei Vangeli: “Ho paura di lasciare al mondo soltanto denaro / che il mio nome scompaia tra quelli di tutti gli altri”. L’ossessione di non lasciare traccia. Todos caballeros: perché le “vite da mediano” nessuno le accetta. Le vite delle “persone qualunque” perseguitate da imbroglioni alla Laqualunque.

Carla Fracci, che sono andato a salutare prima dell’ultimo viaggio. La Signora in Bianco: forse la danzatrice più ammirata della storia del balletto. Una donna “di Milano” che con la sua arte ha fatto grande La Scala e la città. Insegnando la fatica e la grazia. Occupandosi, meritevolmente, non solo di danza. Mi disse di lei Roberto Bolle: “Una piuma”.

Non intendo parlare (quest’ultimo comunque non lo era) di altri paradossi. Come quello di un basket di Eurolega (peccato per l’alta qualità della pallacanestro esibita) visto da pochi. O quello di una Inter che vince lo scudetto e sbaracca (Conte, presto anche qualche campione) il giorno dopo. O quello di Donnarumma, portiere fenomeno del Milan che – a oggi – da svincolato è senza un contratto. Condizione nella quale potrebbe affrontare l’Europeo. O quello della Juventus che ha congedato Paratici e Pirlo, ma ha tenuto a bordo Nedved e il presidente Agnelli. E che ha ripreso Max Allegri dopo averlo congedato in favore dei (successivamente parimenti congedati) Sarri e Pirlo.

Ce ne sarebbero tante di contraddizioni. L’ultima made in Ceferin che immagina di abolire il valore doppio dei gol realizzati in trasferta: norma sulla quale ha prosperato l’UEFA. Non ne parlo. Parlo invece – irato più dei giovani arrabbiati indagati via Platone da D’Avenia – del silenzio dell’avvocato Ceferin (nel giorno della finale di Champion’s) per i 39 morti dell’Heysel. Il suo e quello del valvassino Gabriele Gravina: parimenti silente. Se la Superlega è una “chiavica” (e per come è stata offerta lo è) questa come la chiamereste? Le mosche cocchiere di Ceferin e Gravina l’hanno definita “dimenticanza”. Fuori dal paese che “pretende di esistere”, peraltro, ha un preciso nome: Porcata.


 

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