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I sentieri di Cimbricus / Vecchi record tremano ancora

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Lunedì 24 Maggio 2021

 

crouser 


La caccia continua: terzo al mondo ad aver superato i 23 metri, il gigantesco Ryan Crouser, i lanci nei cromosomi, resta il più accreditato a mandare in un angolo oscuro della soffitta il discusso 23.12 di Barnes.

Giorgio Cimbrico

Ryan Crouser, che agli amanti dei vecchi fumetti può ricordare il montanaro Lil Abner, e Yulimar Rojas (Dior e Balenciaga avrebbero dato il sangue per avere una come lei da mandare in passerella) sono vicini, molto vicini a record così vecchi da appartenere a un tempo in cui né il gigante dell’Oregon né la gambalunga del Venezuela erano ancora venuti al mondo.

Da qualche giorno Crouser, classe ’92, è diventato il terzo a superare, per un centimetro, i 23 metri. Il record, il controverso 23.12 del controverso Randy Barnes, è del 1990. Controverso elevato alla seconda, nel senso che Barnes sparò due volte oltre i 23 a maggio e ad agosto, a Malmö, venne trovato positivo e squalificato 27 mesi. Nel ‘96, prima di essere condannato a vita, fece in tempo a diventare campione olimpico ad Atlanta. Cose che capitano e che sono spesso capitate.

C’è chi dà Crouser alto 2,02, chi lo dà 2,04. Il peso stimato è attorno ai 130. Viene da una famiglia dove tutti lanciavano o lanciano qualcosa. Campione olimpico a Rio, secondo a Doha in fondo alla più memorabile sfida di colpi ravvicinati di mortaio (22.91 Joe Kovacs, 22.90 Ryan e il neozelandese Tom Walsh), ha messo assieme un patrimonio di lanci oltre i 22 metri: 127. Ulf Timmermann, tedesco est e terzo uomo in questa storia di ventitremetristi, ne ha un’ottantina di meno.

Gareggia a ritmo serrato e ogni volta fa rizzare i capelli in testa a chi annota acuti, serie, medie: senza dilungarci, a Tucson, oltre il 23.01, anche 22.86. Due giorni prima, 22.60. Così costante che quando gli uscirà il lancio buono, le sedici libbre atterreranno a 23.30. Il picco, prima o poi, arriva.

Yulimar è nata settanta giorni dopo l’hop step jump chiuso a 15.50 da Inessa Kravets il 10 agosto 1995 all’Ullevi di Göteborg, tre giorni dopo il “dolce rimbalzar radente” di Jonathan Edwards. L’ucraina aveva scontato tre mesi di squalifica nel ‘93 e avrebbe aggiunto, nei dati segnaletici, due anni nel 2000.

Rojas è diventata la sportiva più amata del Venezuela che non vinceva una medaglia olimpica, il bronzo di Arnoldo Devonish, dal 1952. Domanda: in quale specialità? Ovviamente il salto triplo. Quella di Yulimar è d’argento dopo aver ceduto nel derby “bolivariano” con la felina colombiana Caterina Ibarguen. La sconfitta è stata ampiamente rimediata con i successi, a spese di Caterina, ai Mondiali di Londra e di Doha

La sua profondità di risultati non è pari a quella, mostruosa, di Crouser, ma il 15.43 indoor, pareggiato dalla fresca misura all’aperto al meeting di Andujar, induce a pensare che l’allieva di Ivan Pedroso, trapiantata da tempo nella spagnola Guadalajara mantenendo la nazionalità d’origine, sia pronta al grande balzo in avanti Per il momento lo ha fatto nella sfera privata “uscendo fuori”, libera traduzione dall’inglese coming out, e confessando il suo amore per un’amica. Un passo importante. Quanto a un altro passo, lo step, se lo allunga solo un po’, è fatta e i sedici metri possono essere non lontani.

 

                                                      ooOoo

 

RON HILL, che se n’è andato qualche giorno fa a 82 anni, aveva annotato le distanze che in 52 anni si era lasciate alle spalle e sotto i piedi: 158.268 miglia che all’ingrosso fanno 250.000 chilometri, qualcosa più di sei volte la circonferenza della terra. “Il suo contributo è stato immenso”, ha ricordato Sebastian Coe questo pioniere che veniva dal nordovest dell’Inghilterra e che nella sua pervicace epopea privò Emil Zatopek e Ron Clarke dei record mondiali delle 10 e 15 miglia e dei 25.000 metri.

Ron vinse gli Europei di maratona del ’69 sotto il Partenone, l’anno dopo centrò in 2h10’30” il record del percorso nella nobile Boston e, nello stesso anni, diventò campione del Commonwealth a Edimburgo chiudendo in 2h09’28”. Nel ’72, a Monaco di Baviera, sesto, il suo miglior piazzamento olimpico. Nel 2017, non lontano dagli 80, capì di esser arrivato all’ultimo miglio e si fermò. “Che seccatura diventare vecchi”, cantava Mick Jagger.


 

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