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Io non c'ero (8) / Viaggio sulla sconosciuta via della seta

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Domenica 23 Maggio 2021

 

mao

Quella volta c’ero arrivato. Era l'anno della Rivoluzione Culturale: sedici giorni da favola e di stupore, alla scoperta dei insondabili misteri dello sport del celeste impero comunista. Con un passaporto ormai inutilizzabile.

Gian Paolo Ormezzano

Questo è un “io non c’ero, eppure c’ero” specialissimo, personalissimo. Riguarda un mio reportage in Cina nel 1966, quando le relazioni diplomatiche con l’Italia non erano ancora state stabilite e il grande paese era per noi tabù. Io non ci andai ufficialmente, in un certo senso era come se non ci fossi stato, però scrissi un bel po’ di articoli sulla giovane immensa nazione e sul nascente grande sport cinese, proprio come se fossi stato un vero inviato speciale, si capisce: E passai strani momenti in cui non sapevo se io c’ero come bipede implume oppure no, visto che da giornalista ero solo un ectoplasma.

Premessa: a Tuttosport c’erano pochi soldi ma larghi spazi per le idee, e mi venne l’idea di entrare in Cina, come nessun altro italiano, almeno ufficialmente. Non è che fossi impazzito di colpo: è che una ex grande nuotatrice francese, Monique Berlioux, dorsista olimpica a Helsinki 1952, era diventata mia amica grazie all’appuntamento annuale in cui lei scendeva a Torino, con gli altri nuotatori del suo club, il Racing Parigi, allenato dalla leggendaria Suzanne Berlioux, sua madre, per un confronto annuale, una sorta di gemellaggio, con noi della Rari Nantes.

Monique Berlioux era diventata prima bravissima scrittrice-giornalista sportiva, una sorta di grande sacerdotessa dello sport tutto del suo paese, e poi, proprio in quel 1966, segretaria particolare di Herzog sommo alpinista scelto come, ministro transalpino dello sport, lui primo bianco a scalare gli 8000 in Nepal. La Francia aveva da poco ripristinato le relazioni con la Cina ed era tutto un invidiatissimo andare e venire di atleti fra i due paesi. Chiesi allora al direttore di Tuttosport e per le spese all’editore se si impegnavano con me a mandarmi in Cina qualora avessi ottenuto un qualche visto d’ingresso. Dissero di sì pensando ad un mio bluff. Scrissi a Monique, lei mi disse che poteva farmi avere una carta d’identità emessa dal ministero francese dello sport, valida sostituta del passaporto, e che con quel documento forse potevo farcela. Andai a Parigi, feci mio il documento, tornai a Torino, scommessa quasi vinta, biglietti aerei in cambio di pubblicità, Roma-Honk Kong e poi affari miei.

C’ero o no? C’ero, scrissi (in francese) al ministero dello sport cinese, non dissi la mia nazionalità vera, sperai che mi pensassero francese, mi risposero che erano felici di conoscermi (anche se non sapevano assolutamente chi fossi, o forse proprio per questo). Un amico mio torinese esperto di cose da questura, da me informato del progetto, mi disse di fare attenzione acciocché non mi timbrassero il passaporto italiano: alla frontiera cinese probabilmente non si sarebbero accontentati del pass francese, col timbro avrei avuto problemi al ritorno in patria.

All’ambasciata cinese di Parigi mi avevano detto di andare a quel certo indirizzo di Honk Kong, allora colonia britannica, c’era un loro ufficio, lì sarebbero stati informati del mio arrivo e avrebbero provveduto a tutto. Eccomi ad Honk Kong, preoccupato dal dipanarsi della mia folle avventura. L’edificio era modesto. Ma c’era davvero l’ufficio dove era pronto un lasciapassare per me, una sorta di visto. E non solo: tutto il mio andar per Cina era stato programmato, da Honk Kong alla frontiera passando col treno per i New Territories, cambio di treno e da lì a Canton, dove ci sarebbe stato per me qualcuno alla stazione, lì per me che volevo andare a Pechino.

All’ufficio di frontiera mi chiesero anche, i cinesi in buon inglese, il passaporto, non contenti della carta di identità francese e del documento cinese, dissi che ero italiano, li pregai di non appormi nessun timbro, ”OK Sir” mi dissero e me lo timbrarono con tanto ma tanto inchiostro. In compenso quando scesi dal treno a Canton lì al predellino una cinesotta mi aspettava, per chiedermi in francese se io ero proprio io. E per scusarsi: sapeva che volevo andare a Pechino (volo prepagato) ma al momento non c’erano posti in aereo. Per un paio di giorni visitai indefessamente, sempre con lei, il museo cinese della resistenza all’invasore giapponese, poi ecco l’aereo. Istruzioni: all’aeroporto di Pechino prendere un taxi e andare a quell’hotel, dove sapevano tutto. E fu così, mi aspettava un giornalista anglofono. Mi stavo convincendo che la mia pazzia godeva di un conforto organizzativo forte.

Io c’ero. Avevo chiesto di incontrare i massimi campioni di una Cina ancora fuori dal CIO, su tutti lo sprinter Chen Chia-huan (per la grafia in uso allora) che aveva segnato un 10” netti, mi fecero trovare lui ed i loro meglio campioni di alcuni sport in un’aula dell’università del ferro e dell’acciaio. Forse erano delle comparse, chissà.

Sedici giorni di favola, sport e non solo: visita alle comuni agricole, cori di bimbi inneggianti al grande presidente nuotatore Mao, spettacoli teatrali interminabili, filmacci su un mondo occidentale, capitalistico materialmente e moralmente a pezzi. Una Pechino solcata da pochissime auto, tutte ministeriali, e invasa da milioni di biciclette. Grandi scoperte gastronomiche. Studenti francesi che mi avvicinavano chiedendomi se avevo dei dollari introdotti clandestinamente, e delusi. Il Primo Maggio nella celebre (poi anche tristemente) piazza Tien-an Men, Piazza della Quiete Celeste, immane sfilata militare, voci italiane in tribuna, “siamo dei fuorusciti”, così si presentarono senza dirmi i loro nomi.

Poche ore per dormire, di notte l’albergo era animato da una compagnia di danza provenienti da una qualche Guinea del mondo. Al mattino presto il giornalista anglofono, divenuto mio assistente fisso, mi chiedeva il programma mio e mi ammollava il suo (lo avrei rivisto invecchiato a Torino dopo che la rivoluzione culturale gli era costata lunghi lavori forzati in una cascina: era giurato in un festival di cinema sportivo).

L’ultima sera i giornalisti sportivi della capitale mi offrirono un banchetto tutto basato sull’anatra cucinata in tanti modi diversi, “inclusi becco e piume”. Pechino-Hong Kong volo diretto, e poi Fiumicino e il batticuore per il passaporto timbratissimo. Cominciava di lì a pochi giorni il Giro ciclistico, dovetti strizzare la mia Cina in metà degli articoli previsti, nella prossima vita scriverò un libro.

Io c’ero ma non dovevo esserci. Un amico esperto mi consigliò di denunciare lo smarrimento del passaporto, così feci e ne ebbi uno nuovo di zecca, senza quel timbro frontaliero che diceva troppo di me. Mai più tornato in Cina, la so cambiatissimissima e voglio conservare senza sovrapposizioni quella meraviglia mia.


 

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