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Duribanchi / Il trionfo della "seconda meta' del cielo"

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Martedì 18 Maggio 2021

 

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Una storia di emozioni. Come quelle che domenica pomeriggio hanno regalato le ragazze della Reyer, completando un discorso iniziato sedici anni prima, partendo da una squadra addirittura auto-retrocessasi.

Andrea Bosco

Di solito la mia settimanale produzione illustra brutture della politica e della società. Qualcuno mi ha scritto che sembro la caricatura di Savonarola. Accetto la critica. Ma registro che siamo talmente abituati agli orrori che nulla ormai più ci scalfisce. Non i morti per Covid. Non quelli annegati in mare, inseguendo una speranza. Non quelli che sta producendo il conflitto tra Israele e Palestinesi. A dimostrazione che la religione è un’arma letale quando scollini dai confini del “divino” per accamparsi su quelli del terreno interesse.

Non i morti per mafia, camorra, n’drangheta: piaghe che non si riesce ad estirpare. Associazioni criminali talmente connaturate alla società da aver addirittura prodotto facsimili di importazione: cinesi, nigeriani, albanesi, rumeni, ucraini, magrebini, sudamericani.

Siamo il prodotto di quello che facciamo. E da tempo, purtroppo, facciamo male. Pessima politica. Pessime leggi. Pessima giustizia. Pessima scuola. Pessima burocrazia. Pessima fiscalità. Predichiamo bene ma razzoliamo male. Abbiamo quasi dimenticato il lavoro manuale. Ci piace il lavoro virtuale. E ci atterrisce l’idea di faticare, l’idea di condurre una vita normale. Vogliamo tutto e subito. Vogliamo arricchirci in fretta.

Ci vediamo influencer ma non operai. Ci vediamo “famosi naufraghi” ma non marinai. Ci vediamo attori: in televisione, magari al cinema ma non a teatro. Perché per calcare un palcoscenico bisogna imparare a recitare. Ci vediamo cantanti. Ma in fretta, via talent, perché la gavetta non fa più per noi. Ci vediamo critici d’arte anche senza sapere una mazza di storia dell’arte. Ci vediamo artisti senza essere capaci di disegnare: perché qualcuno si è svegliato e ci ha detto che anche le tags (ma sì, gli scarabocchi su muri delle nostre città) sono “espressioni artistiche”. Non ci sentiamo imbrattatori: ci sentiamo Basquiat e Haring

Visto che nessuno è disposto a prenderti più sul serio perché sei “vecchio”, nel senso disperato cantato da Renato Zero, ecco che ti vedi “polemista”. A scrivere cose velleitarie che interessano (se va bene) a pochi. E che se va male inducono all’altrui compassione.

E quindi, visto che anche questa settimana, in un modo o nell’altro, vi ho ammorbato con i miei insignificanti pensieri, adesso beccatevi le mie rimostranze per come i media hanno trattato (ma meglio sarebbe scrivere “non hanno trattato”) la vittoria dell’Umana Reyer Femminile che dopo 75 anni ha conquistato il suo secondo scudetto, battendo nella serie finale 3-2 le campionesse in carica di Schio.

A dire il vero, oggi, i giornali sportivi hanno prodotto. Ma su quelli politici neppure una riga. E vi raccomando le televisioni. Vi racconteranno che i “diritti” sono stati venduti a questo o a quello. Che la colpa è della Lega e della Federazione. O magari che il basket femminile interessa più o meno allo stesso numero di spettatori che segue il curling. Anzi: di meno. E allora, io veneziano di Campo San Boldo, orgogliosamente tifoso della Reyer, io che giocato nel torneo delle scuole alla Misericordia, tra gli affreschi del Sansovino, sono qui a parlarvi di Pan e Penna, di Carangelo e Attura, di Howard e Bestagno, di Fangbele e Petronyte, di Meldere e Natali. E di Anderson che per infortunio non ha giocato la serie finale ma che è un playmaker che farebbe comodo ad alcune società maschili di serie A.

Sono qui a parlarvi di Giampiero Ticchi, l’allenatore: uomo perbene e ottimo tecnico. Lui e il suo staff. Sono a parlarvi di Federico Casarin, il presidente i cui meriti sono proporzionali ai risultati ottenuti. Perché poi ha ragione Piero Guerini, firma di Tuttosport quando scrive che “alla fine la Reyer vince sempre qualche cosa”. E quindi sono qui a parlarvi di Brugnaro Luigi, il patron che fa anche il sindaco. L’uomo dalle idee meravigliose che deluso dalla politica e dalla lentezza delle istituzioni ha deciso di farsi un “suo” partito. Forse anche per costruire quel Palasport che la politica e la burocrazia hanno finora, a Venezia, negato. Certamente per fare qualche cosa per rilanciare una città (Biennale a parte) inspiegabilmente esclusa dagli investimenti previsti dal recovery. La Reyer targata Umana ha una struttura tecnico organizzativa di livello europeo. Vince (due scudetti nel settore maschile negli ultimi anni, altri titoli nel settore giovanile) ma le vittorie sportive sono solo una parte della sua missione. La Reyer è una realtà nel sociale. A questo serve la Reyer School Cup: a creare non tanto giocatori, quanto buoni cittadini.

La Reyer è questo. E tanto di più se sfogli il libro della sua storia: da Stefanini a Vianello, da Cedolini ad Hawes, a Carraro e Gorghetto, da Giulio Geroli al paròn Zorzi, a Dalipagic e Haywood e poi giù fino ad oggi con Tonut (che forse a fine stagione se ne andrà), Stone, Bramos, Watt, Cerella, all’ultimo arrivato (in sovrappeso) Jarrells, al tecnico Walter De Raffaele (probabilmente il più bravo nel suo mestiere e che Brugnaro dovrà legare ad una sedia considerato che solfeggiano le sirene della Nazionale): una storia di emozioni.

Come quelle che domenica pomeriggio hanno regalato le ragazze della Reyer, completando un discorso iniziato sedici anni prima, da una squadra addirittura auto-retrocessasi. Due trofei (Supercoppa e Scudetto) che con un pizzico di fortuna avrebbero potuto addirittura essere tre in stagione, considerato come – letteralmente per un secondo – sia evaporata la Coppa europea.

È stato anche il trionfo di una filosofia: quella di investire sulle italiane. Pan tornata in Italia dopo 4 stagioni a Giorgia Tech ha vinto il titolo di MVP. Con Penna, Carangelo, Attura e Bestagno è un pilastro della Nazionale. Certo la Reyer ha messo sotto contratto Howard, determinante con la sua classe: come se la Reyer maschile avesse arruolato Luka Doncic. Ma al netto delle individualità è la squadra ad aver vinto. È la “seconda metà del cielo” che ha lanciato la sfida che potrebbe portare tante bambine, prossimamente, sul parquet del Taliercio. Fidatevi di loro. Ha scritto l’Ariosto che “le donne sono venute in eccellenza / di ciascun’arte ove hanno posto cura”. Non rammento in che punto dell’opera, ma il verso, reminiscenza ginnasiale de “L’Orlando furioso” mi è rimasto nella testa. Ciascuna arte: facciamo anche il basket. Un sognatore come l’Ariosto sarebbe d’accordo.

 

 

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