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Io non c'ero (7) / Storia insospettabile di una foto costruita

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Domenica 16 Maggio 2021

coppi-bartali

“Si correva con la formula delle squadre nazionali, nell’Italia i due assi erano chiaramente rivali, la fotografia disse che comunque, di fronte agli interessi supremi dello sport nazionale, erano diventati amici.”

Gian Paolo Ormezzano

C’erano tutti loro quel giorno – il 4 luglio del 1952, io non c’ero, avevo 17 anni scarsi, finivo il liceo – al Tour de France, tappa Losanna-Alpe d’Huez con arrivo sulla grande montagna, quando Gino Bartali passò in corsa la borraccia, in segno di collaborazione ed amicizia, a Fausto Coppi che pure sulla bici aveva già la borraccia sua, come si vede dalla sin troppo celebre fotografia, usata anche da un partito per raccogliere tesseramenti inneggiando all’amicizia fra i simpatizzanti, da un sindacato per unire i lavoratori, da tante campagne pubblicitarie.

C’erano tutti a raccontare sui giornali del bel gesto, nei giorni abbastanza stracchi di una corsa stradominata da Coppi sino ai confini della noia. Coppi, 33 anni, si avviava alla sua seconda doppietta al Tour, sempre nell’anno in cui aveva vinto anche il Giro (prima volta nel 1949, mai nessuno prima di lui). Bartali, 38 anni, era ancora celebrato in Francia per il Tour vinto nel 1938 e dieci (dieci!) anni dopo, nel 1948. Si correva con la formula delle squadre nazionali, nell’Italia i due assi erano chiaramente rivali, la fotografia disse che comunque, di fronte agli interessi supremi dello sport nazionale, erano diventati amici.

In realtà quando il fotografo Carlo Martini scattò la foto (lo fece più volte, per sicurezza) non c’era nei pressi nessuno dei grandi giornalisti nostrani. Martini era riuscito a convincere i due, che proprio non si amavano, dicendo il vero: la fotografia sarebbe finita in pompa magna sulla copertina del settimanale Calcio e Ciclismo illustrato, direttore il leggendario giornalista e scrittore per ragazzi Emilio De Martino. Ma c’è, ma c’era di più, l’ho accertato di persona, intrigato da sempre da quella bella storia.

Eccola. Il giorno prima in corsa una turista (tedesca, dicunt) aveva offerto la sua borraccia a Bartali, che si era dissetato ringraziandola e che aveva raccontato la bella cosa la sera a tavola, precisando di avere persino lasciato qualche sorso a Coppi. La narrazione raggiunse Duilio Chiaradia, operatore della incipiente ma già dominante RAI Radiotelevisione Italiana (ancora niente diretta, però già immagini filmate), il quale decise che la scena doveva essere teleimmortalata, e con la forza della tivù, sempre rispettando lo scoop di Martini, ottenne che i due docilmente ripetessero lo scambio nella tappa del giorno dopo, per il fotografo accorto e per lui, il tutto con l’avallo del commissario tecnico Alfredo Binda.

Martini scattava, Chiaradia filmava. Senza sapere che quel documento avrebbe assunto straordinaria importanza storica, sentimentale, patriottica, sportiva, … Fausto Coppi vinse quella tappa, sul francese Jean Robic, primo nel primo Tour del dopoguerra, anno 1947, e sul belga Stan Ockers, che a Parigi in quell’edizione 1952 sarebbe arrivato nella classifica finale secondo, staccatissimo (di 18’) dal Campionissimo (terzo lo spagnolo Ruiz, quarto a 35’ Bartali).

Non c‘era nessun giornalista al momento dello scambio, ma forse nessuna vicenda diciamo secondaria in quanto non legata all’esito della competizione ha mai avuto così tanti “testimoni”, così tanti cantori, così tanti falsari perdonabili dell’”io c’ero”.

Io c’ero al Tour 1965, quando vinse Felice Gimondi, allacciandosi al 1960 vittorioso di Gastone Nencini, altro italiano (ed io c’ero già, ed era il mio primo Tour). Io c’ero nel 1965 e come tutti celebrai la sua affermazione a cronometro nella tappa del Mont Revard, sopra Aix-les-Bains, un po’ Francia un po’ Svizzera. Felice era esordiente al Tour, lui che da dilettante l’anno prima aveva vinto a Parigi (io c’ero) il Tour dell’Avvenire, “parallelo” al Tour grande. Proiettato alla posizione di leader dalla sua classe e da un mal di pancia di Vittorio Adorni suo capitano e designato a lottare per la maglia gialla, Gimondi diventato leader era dagli espertoni previsto sconfitto e scavalcato nella prova a cronometro del Mont Revard, in salita, dove finalmente Raymond Poulidor, l’eterno forte e patetico secondo del ciclismo di Francia e non solo, doveva “enfin” prendersi la maglia gialla. Vinse invece lui: Gimondi su Poulidor e su un altro francese, Pingeon, vinse e arrivò in giallo a Parigi.

Io c’ero pure nel 1998, sempre al Tour, località Les Deux Alpes, attendendo sul traguardo, a fianco proprio di Gimondi, l’arrivo di Marco Pantani, che quel giorno, il 27 luglio, avrebbe conquistato la maglia gialla (poi portata sino a Parigi) scalzando il tedesco Ullrich che avrebbe finito la “grande boucle” (il grande ricciolo) al secondo posto. Fra la nebbia e la pioggia di una giornataccia si poteva indovinare, lontano, proprio il Mont Revard. E dissi banalmente a Gimondi, un amico: “Ricordi quel giorno? Io c’ero. Magari ci fu chi si dopò per batterti, mentre tu pedalavi onesto con la caffeina tuo solo combustibile”. E Felice, trentatre anni dopo quel giorno: “Sì, lo avete scritto più volte tutti, lo si sapeva: per me caffeina, lecita, a go-go, niente altro. Però io quella volta mi riempii anche di altri prodotti, sempre tipo caffeina non porcherie vietate, e lasciai tanti soldi in una farmacia”. Sincero, onesto, favoloso Felice. Io c’ero sul Mont Revard ma non avevo capito tutto, come sicuramente mi è occorso tante altre volte…


 

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