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Duribanchi / "Se devono morire, morissero, cioe'"

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Martedì 11 Maggio 2021

 

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È questo il paese chiamato Italia. Un paese nel quale una moltitudine di giovani è priva della pur minima coscienza. Prodotti di una scuola che ha privato l’Italia di un futuro.

Andrea Bosco

“Comunque i giovani della mia età, non muoiono di Covid. Neanche mio padre che ha 50 anni, muore di Covid. No, dai: muoiono solo le persone anziane. Quello che penso io, arrivati a questo punto ... Anche i miei nonni: tengo molto ai miei nonni, ma se devono morire, morissero, cioè”. Dice questo una fanciulla ventenne intervistata a Roma da “Dritto e Rovescio” trasmissione condotta da Paolo Del Debbio su Rete Quattro. Le sue parole sono finite in prima pagina in un articolo firmato da Carlo Verdelli sul Corriere della Sera.

La coatta alla quale la famiglia e la scuola non hanno insegnato né decenza (della lingua e del pensiero) e neppure pietas, non è apparsa consapevole della bestialità del suo sentire: cioè. Probabilmente non legge, né giornali, né libri. Probabilmente non si informa. Probabilmente si fuma il cervello sui social, sentina di castronerie e menzogne: cioè. Probabilmente va a trincare assieme a millanta coetanei rivendicando la propria libertà di “vivere”, costi quel che costi: anche la vita degli anziani come i suoi nonni, che tanto “se devono morire, morissero”. Cioè

È questo in cospicua parte il paese chiamato Italia. Un paese nel quale una moltitudine di giovani è priva della pur minima coscienza. Prodotti di una scuola (con troppi faziosi, ideologici “insegnanti”) che ha privato l’Italia di un futuro. I più bravi (e ce sono) vanno a lavorare all’estero. I coatti restano. All’estero, del resto, non li vorrebbero. E loro all’estero al massimo ci vanno per una vacanza cialtrona stile “cinepanettone” di De Laurentiis.

In simile paese è normale che l’illegalità sia diventata la “cifra”, con la quale confrontarsi. E con la quale inevitabilmente si dovrà fare i conti. Contro la quale il paese legale, almeno ciò che ne resta, dovrà “armarsi” se vorrà sopravvivere.

20.000 a Milano sui Navigli ad “aperi-cenare”. Poi 30.000, solo in Piazza Duomo per festeggiare lo scudetto -dell’Inter. Poi altri 5.000 (stima per difetto nonostante la concessione fosse stata data a soli 3000) per testimoniare affetto a passione a Conte e ai suoi eroi prima di Inter-Sampdoria. E altri 8000 all’Arco della Pace: Sentinelli a sostenere la legge Zan. Interventi delle forze dell’ordine? Zero. Qualche multa che nessuno mai pagherà.

ILLEGALITÀ – L’illegalità che trionfa. Da decenni i legittimi proprietari del Leoncavallo non possono ottenere la disponibilità di uno stabile, abusivamente occupato da un centro sociale. Vietato farsi l’idea che la questione sia di destra o di sinistra. Non c’è stato sindaco a Milano negli ultimi decenni che sia riuscito a far rispettare su Leonka la legalità. Ci hanno provato? Tiepidamente, qualche primo cittadino ci ha provato. Ma con passo avanti e due indietro, perché la faccenda arrischia di trasformarsi in una “bomba”: politica e sociale. C’è chi “tifa” anche a Palazzo Marino, in consiglio comunale, per il mantenimento dell’illegalità. Il diritto dei Cabassi, proprietari dello stabile posto nell’omonima via di Milano, passa in secondo piano.

L’illegalità è sostenuta da numerosi media. Peggio: l’illegalità viene coperta da magistrati che applicano la (pessima) legge italiana alla stregua di azzeccagarbugli manzoniani. Non operano per far trionfar la legalità. Navigano accogliendo le più spudorate istanze difensive: fino a negare il diritto. La vicenda Leoncavallo si trascina da anni senza che una soluzione (il diritto di un proprietario di non vedersi espropriato) sia stata trovata. Del resto la vicenda è solo un orpello rispetto alla fogna scoperchiata nelle ultime settimane sulla magistratura italiana. Vergogna senza precedenti che indigna e dovrebbe indurre gli storici a riscrivere (massicciamente) la storia della Repubblica Italiana.

Ma i guai dell’Italia sono simili a quelli del mondo. Che sta andando alla rovescia. Potrei scrivere ogni settimana sul tema la Treccani. Mi limito ad un paio di vicende. Quella inquietante della Provincia di Trento che ha inserito la terrorista Mara Cagol tra le personalità trentine da “ricordare”, con motivazioni che risultano un insulto alla decenza e alla storia. La seconda assai più “leggera” ma non meno inquietante per l’idiozia espressa da due giornaliste, indignate per aver “scoperto” che a Disneyland nella giostra di Biancaneve, il Principe bacia la Bella Addormentata (mandata in coma dalla mela avvelenata della Strega Cattiva) senza il suo “consenso”.

La follia è che un giornale di San Francisco ha pubblicato le ridicole rimostranze. Stronzate al di là della logica. Perché per dare il consenso, Biancaneve dovrebbe essere sveglia. Ma senza il bacio regale rimarrebbe nel mondo dei sogni. Ci sono persone alle quali il “lieto fine” fa schifo. Forse perché, in vita loro, un lieto fine non l’hanno mai avuto. E quasi certamente neppure un Principe (figo) che le baci.

Per me lo sport, questa settimana, vale una denuncia. Lo spazio invisibile (in pratica un “non spazio”) che i giornali hanno dedicato alla serie play off del basket femminile. Per non parlare delle grandi televisioni che (totalmente) hanno snobbato l’evento. Per la cronaca conduce la Reyer 2-0 su Schio campione in carica. Ma oggi le veneziane vanno a casa di Sottana e compagne. E non sarà una passeggiata. Perché Schio è solida squadra. Venezia ha tre match ball per chiudere la serie. Lo facesse, Penna e compagne, vincerebbero dopo 75 anni dal primo, il secondo scudetto della storia reyerina.

Chiudo con una segnalazione a beneficio dei cinefili (soprattutto del mio vecchio compagno di lavoro alla RAI, Sergio Calabrese: cineoperatore, regista, scrittore, cinefilo ed eccellente fotografo. Il poliedrico genio Roberto Calasso ha pubblicato per Adelphi un libriccino “Allucinazioni americane” dove tra le altre situazioni Hitchcock incontra Kafka. In primo piano, antitetici, due film: “La donna che visse due volte” (che peraltro nell’originale recita non a caso “Vertigo”) e “La finestra sul cortile”. Uno moltiplica i piani del racconto. Il secondo che appare una filosofica riflessione sull’atto del guardare. È un piccolo capolavoro quello di Calasso. Un (per dirla con Majakovskij) “cinecontagio”. In una, per dirla con Calasso, “sequenza priva di interruzioni”. Si spazia dall’Antica Grecia ai Veda, da Tiepolo a Baudelaire, da Talleyrand a Kafka. Per poi tornare magicamente (come accade nel cinema) all’Egitto e poi al presente. E ancora “indietro” alla Bibbia. Per comprendere l’essenza del cinema.





 

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