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Io non c'ero (6) / Stavolta c'ero (al momento della verita')

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Domenica 9 Maggio 2021


lem-1


Houston, Texas, USA, luglio 1969, il Lem – Lunar Excursion Module –, cioè il vettore chiamato Apollo 11, ha appena toccato il suolo lunare. Una storia e una curiosa contro-storia.

 

Gian Paolo Ormezzano

 

Io c’ero, avevo convinto Tuttosport a mandarmi sin là, “in fondo sarà il record mondiale di salto in alto”. La Gazzetta dello Sport e il Corriere dello Sport avevano replicato con Luigi Gianoli e Sergio Neri grandi inviati e grandi amici miei, ci dividevamo la stanzaccia di un motel a Orlando nei giorni del lancio da Cap Canaveral, a Houston in quelli del viaggio e allunaggio. C’era la crema del giornalismo mondiale, io mi sentivo persino importante, usando poi quel non poco inglese che sapevo.

La sera cenavo di norma con Ruggero Orlando grande voce della RAI, la sua segretaria italo-newyorkese, splendida e inaccessibile, a nome Maria, e Luigi Gianoli che oltre a scrivere abitualmente di ippica e di ciclismo era pure musicologo rinomato e intonava pezzi d’opera con il melomane Ruggero Orlando. Camminavo sulle nuvole per una soddisfazione che era quasi felicità. Fra il lancio di Apollo 11 e l’allunaggio avevo addirittura ricavato il tempo, attraversando gli USA, di volare a Los Angeles per USA-URSS di atletica leggera e da lì nella non lontana Las Vegas per sentire Barbra Streisand che cantava.

Guardavo invidioso Oriana Fallaci che pensavo fosse come sorella dei tre astronauti – Armstrong Collins Aldrin – i quali invece non se la filavano quasi come non si filavano me e amici miei. Cercavo di attaccare discorso con Alberto Moravia, ma poi mi buttavo su Luca Liguori esperto di tennis e voli spaziali della RAI, ed era per me un ottimo affare. Che giorni.

Ludina Barzini figlia del grande storico Luigi inviato speciale, giornalista lei pure, sapeva perfettamente l’inglese, ed era utilissima per decriptare alla radio i miagolii brevi e intensi e soprattutto per noi misteriosi dei quali era farcito il dialogo nella trasmissione – 24 ore su 24 – della NASA collegata a tre astronauti. Un angloamericano tecnico e sommario inaccessibile o quasi ai profani.

Io non c’ero, come quasi tutti i miei colleghi non anglofoni, italiani e non solo. Nel senso che non capivo quasi niente e pregavo santa Ludina di aiutarmi. Mi impegnai comunque al massimo subito dopo che il veicolo spaziale detto LEM ebbe toccato il suolo lunare: la prima frase sarebbe entrata nella storia, bello se l’avessi capita da solo. Credetti di captare un “we are breathing again”, respiriamo di nuovo, frase credibile dopo la grande suspense, lo riferii a chi mi credeva buon anglofono, assentì. Per fortuna Ludina intervenne con fermezza e gentilezza insieme: “No, mi spiace per voi ma è stato detto “Tranqullity Base here, the Aigle has landed”, qui Base della Tranquillità, è il nome dato a quel territorio lunare, l’Aquila è atterrata.

Il LEM era chiamato così, Aquila. Ringraziai, ringraziammo Ludina, forse con l’altra frase avremmo scritto cose persino più belle, ma andò bene così. Ruggero Olando a tavola mi confermò la verità di Ludina, lui che ogni ora di ogni giorno duellava al microfono con Tito Stagno che trasmetteva sull’impresa per la RAI dall’Italia, in una gara a chi sapeva meglio l’inglese (e ci fu duello anzi rissa anche per essere il primo a dire di Armstrong quando posò il piede sul suolo del satellite, è storia).

Per dire di giornalisti che non c’erano (sulla frase giusta, in quel caso) e dunque di evento che per via appunto di una frase poteva essere anche soltanto parzialmente distorto, scomodo un mio bis nel 1986 a Guadalajara, stato Jalisco, Messico, campionato mondiale di calcio, subito dopo Francia-Brasile quarto di finale, avanti la Francia 4 a 3 ai rigori, gol decisivo dal dischetto di Emanuel Amoros terzino francese. Io in pole position giornalistica per la grossa amicizia col giocatore Michel Platini che, in polemica con i giornalisti francesi, li aveva dirottati su di me per avere sue dichiarazioni.

Andiamo all’hotel dei francesi, intervista a Bath portiere della Francia, domanda nostra banale ma inevitabile: cosa ha pensato al momento del gol decisivo? “Ho pensato a Manù”. Noi che ci interroghiamo mentre lui già parla d’altro: chi è Manù? Uno di noi precisa: “È la sua figlioletta amatissima, lui è divorziato, la vede poco, le ha dedicato persino un libro di poesie”.

E via con la storia tenera e bella. Io pure con i colleghi italiani sono preso dalla scoperta. Per i nostri giornali è già mattina, l’articolo servirà ovviamente per il giorno ancora dopo. Per caso incrocio Platini, per caso mi viene di chiedergli chi è Manù. E lui: “Manù è il diminutivo di Emanuel, di Amoros, sì, il nostro terzino, chiaro che Bath pensava a lui, alla sua enorme responsabilità”. Piombo nell’improvvisata sala di scrittura dove tanti colleghi stanno già picchiettando sui tasti. “Alt, Manù non è la figlioletta, è Amoros, me lo ha detto Platini, Emanuel come diminutivo fa Manù”. Reazione pressocché unanime: “Troppo bella la storia, mica ce la vuoi guastare. Va bene così, Manù è la figlioletta, tu scrivi quel che ti pare”.

Mi arrendo, salvo la mia dignità non scrivendo la storia fasulla, spiego tutto al giornale sennò mi prendo pure un rimprovero per avere bucato la bella vicenda. Non saprò mai se e quanti giornalisti nostrani hanno scritto di Manù figlioletta, io c’ero (al momento della verità) ma è come se non ci fossi stato.

 

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