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I sentieri di Cimbricus / In fondo, e' solo questione di nanomoli

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Venerdì 7 Maggio 2021


laurel-hubbard 


“Un tempo non sarei stata accettata. E anche oggi…”, ha detto Laurel Hubbard, mastodontica signora capace di sollevarne, nelle due alzate, quasi tre e che a Tokyo ha buone chances di metter le mani su una medaglia.

Giorgio Cimbrico

Il mondo nuovo assomiglia alla realtà all’apparenza avventata di libri che leggevamo da ragazzi e che provocavano la scanzonata o severa reazione di amici, di parenti che condividevano la passione per la lettura ma non la scelta di certi autori, di certi temi: l’incrocio tra l’uomo e la macchina o, come in “L’Isola del Dottor Moreau”, tra l’uomo e il mondo animale, l’intelligenza artificiale, la catastrofe ambientale, l’instaurarsi di dittature che badavano soprattutto a controllare e condizionare il cervello della gente, sempre più propensa a farsi controllare e condizionare, la nascita di una nuova stirpe dalle caratteristiche incerte che potevano riportare a leggende della classicità, quelle che finirono per lasciare segni nella statuaria: l’ermafrodito.

Laurel Hubbard, sollevatrice di pesi neozelandese, 35 anni vissuti da uomo e 8 da donna, sarà la prima transgender a gareggiare ai Giochi Olimpici. E qualche vecchio malignazzo si affretterà a dire che questa primogenitura non è meritata né così facilmente attribuibile: ancor prima dell’avvento delle forzute sovietiche e di altre “alleate” del blocco orientale, Stanislawa Walasiewicz, poi americanizzata in Stella Walsh, aveva mostrato di vivere su una “linea di confine”, sino a un drammatico svelamento finale che, con brusco cambiamento di tono, riporta a una delle più belle battute di A qualcuno piace caldo: “Ci uccideranno, ci porteranno all’obitorio femminile e io morirò di vergogna”, dice Jack Lemmon, nei panni di Daphne.

“Un tempo non sarei stata accettata. E anche oggi…”, ha detto Laurel, mastodontica signora vicina al quintale di peso, capace di sollevarne, nelle due alzate, quasi tre e che a Tokyo ha buone chances di metter le mani su una medaglia. Secondo le nuove regole adottate dal CIO, il testosterone deve essere contenuto entro i 10 nanomoli per litro di plasma. Senza considerare il patrimonio genetico originario del soggetto, fa notare qualcuno.

Riducendo a formula, tenere sotto controllo il testosterone equivale a garantire un’equa competizione: è lo slogan che ha scandito l’affare Semenya, mai scesa a patti o a una soluzione di compromesso con chi – la federazione internazionale – ha stabilito che le atlete con differente profilo ormonale debbano assumere medicinali per rientrare entro limiti consoni al genere (sesso è una di quelle parole che sono state messe al bando) femminile.

Durante il lungo dibattito, le interminabili relazioni e le udienze che hanno coinvolto la mezzofondista sudafricana (e, di sbieco, la burundiana Francine Nyonsaba e la kenyana Margaret Wambui, l’una e l’altra uscite di scena), qualche squarcio sul mondo che verrà – o che forse è già venuto – ha finito per trovare spazio, ed è stato quando uno dei medici coinvolti nella querelle ha ammesso che è possibile pensare, in un futuro quanto lontano non si sa, a gare aperte a chi, per nascita e sviluppo, è attestato su una condizione incerta. “Male”, “female”, “other” è la scelta già possibile per chi fa le sue ricerche sull’area statistica di WA, già IAAF.

L’alba meccanica, diventata requiem, di Oscar Pistorius, la possibilità concessa ai transgender, l’eventualità del riconoscimento di quello che un tempo sarebbe stato sbrigato come “terzo sesso”: allo scenario di un mondo nuovo manca per ora solo la figura del perfetto replicante o del clone di un campione del passato. Con una traccia di DNA la genetica oggi fa miracoli o meraviglie del possibile. Per maggiori spiegazioni rivolgersi ad Aldous Huxley.

 

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