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I sentieri di Cimbricus / I due nemici, 200 anni dopo

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Mercoledì 5 Maggio 2021

 

napoleone 


"Oggi con il treno che sfreccia sotto la Manica è possibile visitare “Bonnie” al mattino, nella cripta di Les Invalides, e il Duca al pomeriggio a St. Paul. Tutto in poche ore, come quelle che decisero la Battaglia."

Giorgio Cimbrico

I prussiani volevano fare giustizia sommaria, il Duca si oppose, mostrando tolleranza verso chi lo aveva chiamato comandante buono per truppe indiane. Fosse stato per lui, Bonaparte avrebbe potuto stabilirsi in Inghilterra, in campagna, da privato cittadino. Forse sarebbe andato a fargli visita: si erano visti soltanto quel giorno, attraverso le lenti di un cannocchiale. Un ufficiale del suo seguito glielo aveva allungato quando Napoleone aveva galoppato davanti all’esercito, provocando grandi acclamazioni dei veterani e delle reclute. “Ecco, Sir, è lui”.

Il Duca aveva intravvisto un cavallo e un cavaliere. Era Bonnie? Può darsi. Aveva altro cui pensare, in quei momenti. Era teso, preoccupato, ma la posizione era buona: sempre bene stare in alto e costringere il nemico ad affannarsi in salita. L’aveva provato più di una volta in Spagna ed era andata bene. Qualcuno l’aveva già inserita nei manuali e gli aveva appiccicato un’etichetta: la posizione wellingtoniana.

La verità era che Bonnie lo aveva sotto gli occhi tutti i giorni, nudo, gigantesco, rappresentato come Marte pacificatore, un dono di Luigi XVIII che era venuto a sapere che a lui piacevano le statue di Canova. E così nel 1817 gli avevano recapitato ad Apsley House, la sua residenza, questa statua colossale che aveva una strana storia: quando Canova, dopo lunghi anni, aveva finito di scolpirla ed era stata mostrata al destinatario, all’Imperatore non era piaciuta: “Troppo atletico – pare abbia detto, prima di mormorare - sarei io quello lì, tutto nudo?”. La statua finì al museo Napoleon prima di esser impacchettata e portata a Londra. Pare valesse 3000 sterline.

Il Duca pensava al momento in cui tutto era finito. Dopo gli abbracci e un’esagerata commozione, Blucher si dimostrò quel che era: vecchio e rozzo. Voleva catturare Bonnie e farlo fuori. D’accordo, aveva invaso la Prussia, occupato Berlino, spazzato la gloria militare del tempo di Federico il Grande, che era anche un mirabile flautista, ma non era il caso di macchiarsi di un delitto. Al riguardo il Duca disse la sua e in quel momento l’opinione aveva un certo peso. Avevano vinto, avevano scongiurato il pericolo, posto fine a vent’anni abbondanti di guerre ed erano tornati a controllare le rotte commerciali, che era la faccenda più importante.

Passava per essere una persona fredda, impermeabile alle emozioni, ma in realtà aveva in sé una buona scorta di moderazione che lo invitava a non infierire sul vinto e a praticare la tolleranza: l’emancipazione dei cattolici (contribuirono le sue radici irlandesi?) e degli ebrei possono apparire lontane dalla figura di rigido conservatore che qualcuno gli aveva cucito addosso. Gli artisti sanno andare più in profondità: lo aveva capito quando Goya aveva finito il suo ritratto, il petto coperto delle sue amate decorazioni. Nello sguardo il pittore aveva colto stupore e pena.

Pensava che Il Principe Reggente non si fosse comportato bene: Bonnie poteva scappare in America, ne aveva i mezzi, e invece si era consegnato confidando in una clemenza che nei suoi confronti non era stata usata. Era uno dei pochi britannici ad aver assaggiato St. Helena: era capitato al ritorno in patria, nel 1804, dopo lunghi anni d’India: una sosta di qualche giorno per rifornimenti di viveri e di acqua. Il Duca non ricordava bene l’aggettivo che gli era ronzato nella testa per descrivere quel posto: dannato o fottuto?

Un penitenziario all’aria aperta, un’enorme cella affacciata sull’Atlantico, lontana dalle coste africane, a mezza via tra due altre “stazioni” sulla via delle Indie: Ascension e Tristan. Il clima era insalubre. Quando la decisione venne presa, pensò che il caso governa il mondo: diversi in tutto, per nascita, formazione, percorsi, idee, esiti, ora si trovavano ad avere in comune una piccola isola dimenticata, destinata a diventare un simbolo. Come Waterloo.  

Bonnie, nella fattoria di Longwood House, subiva le meschine vessazioni del governatore Hudson Lowe, e il Duca, lasciata la giubba rossa per la redingote, entrava in politica, sino alla nomina a Primo Ministro, senza entrare al n. 10 Downing Street che giudicò troppo piccolo per le sue esigenze e abitudini. Anche il vecchio avversario, incontrato sulla strada che porta a Bruxelles, aveva altre esigenze e abitudini ma venne costretto a rassegnarsi a una situazione che gli fece rimpiangere il piccolo regno che aveva creato all’Elba. Questo languire durò meno di sei anni.

Per entrambi un funerale memorabile – per Napoleone quasi vent’anni dopo, nel 1840; per Arthur Wellesley, primo Duca di Wellington, nel 1852 – e una altrettanto memorabile sistemazione. Oggi con il treno che sfreccia sotto la Manica è possibile visitare Bonnie al mattino, nella cripta di Les Invalides e il Duca al pomeriggio a St. Paul. Tutto in poche ore, come quelle che decisero la Battaglia.


 

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