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I sentieri di Cimbricus / Il rugby e' in vendita? Certo.

Giovedì 29 Aprile 2021


rugby-generica 2

 

Presto, molto presto, in mano ai nuovi padroni, tutto verrà sorpassato, giorno dopo giorno e persino i grandi network televisivi o le tv satellitari a pagamento andranno in affanno.

Giorgio Cimbrico

Per citare Eleni: sulla scialuppa da trenta piedi del capitano Bligh, che pare non fosse poi così cattivo, nell’anniversario, il 232°, dell’ammutinamento del Bounty. Un’impresa creativa: 3.700 miglia dalle Fiji a Timor con poca acqua, poco cibo e un orologio da tasca, del capitano, per fare il punto. E le stelle, naturalmente. Ricordi così, mentre gli ultimi bastioni del vecchio mondo stanno cadendo.

Un altro fondo di investimento, Silver Lake, si è fatto avanti e ha offerto 387 milioni di dollari neozelandesi, la metà in valuta americana, per comprare il 12,5% del rugby di Aotearoa. Le prime risposte, da parte della NZRU, sono state positive, entusiastiche. Non altrettanto può esser detto dell’associazione dei giocatori. Silver Lake, da non confondere con Silver Fern (la felce d’argento di quelle foreste umide e antipodali) vuol mettere le mani – brandizzare, si dice, usando un orribile termine – sull’essenza e sulla natura di un movimento che si è identificato con un paese. Haka compresa, naturalmente.

“C’è la necessità di cambiare”, ha intimato chi siede sul ponte di comando, davanti a una certa riluttanza. L’atteggiamento del Primo Ministro, l’estremamente gradevole Jacinda Arden, è stato eloquente. “Per il momento non è un problema che investe il governo del paese”. Contemporaneamente il rugby australiano lamentava problemi economici e confidava in interventi finanziari, a meno non ci si rassegni a tornare sui sentieri del dilettantismo. I soldi sono la manna per il popolo finito nel deserto del Covid, che pare sia arrivato al momento giusto per promuovere nuove offensive.

Domande sparse, con qualche risposta: il rugby è in vendita? Certo, e in certi casi che conosciamo (6 Nazioni, Premiership, Pro 14) è già stato venduto. Perché? Perché, tutto sommato, è uno spettacolo divertente, a volte appassionante, spesso complicato (ma con le nuove regole, vedrete …) che ha ancora mercati, aree geografiche, in cui può essere inoculato. E questa è una spiegazione piuttosto rozza.

Perché entrare nel tessuto di un’organizzazione, non da sponsor ma da figura paritaria, può portare a mutamenti profondi nella natura di un’istituzione. Se gli All Blacks, ultimamente, giocano una media di sei partite l‘anno, perché non pensare che possano arrivare a quindici? Una Santa Alleanza tra fondi d’investimento può far sì che vecchi attriti economici tra Sud e Nord del pianeta possano esser appianati.

Non è la prima volta che viene proposta, ma la riesumazione del sistema delle Corporazioni assaggiata in “Rollerball” (1975, regia di Norman Jewison, attore protagonista James Caan) prende giorno dopo giorno sempre più campo. L’organizzazione sportiva non conta più nulla, i giocatori sono pedine facilmente sostituibili. I veri padroni sono gli dei del 36° piano: la citazione investe un’antologia di racconti curata da Fruttero e Lucentini, con magnifica copertina di Karel Thole: il deus ex machina siede a una scrivania, è in giacca e cravatta e il volto è un intrico di connessioni. Pensato, ideato e stampato molto prima che finissimo in questa matassa inestricabile incernierata sul profitto, sulla negazione della storia, della tradizione, dell’umanità.

Presto, molto presto, in mano a questi nuovi padroni, tutto verrà sorpassato, giorno dopo giorno e persino i grandi network televisivi o le tv satellitari a pagamento andranno in affanno. Spacceranno highlights, momenti di poca gloria, pietruzze di caleidoscopio, venderanno la finale olimpica dei 100, una partita o pacchetti di partite che chiunque, chino su telefonino potrà distrattamente vedere. E il mondo dei lotofagi sarà sempre più inebetito e felice e sullo sport che per noi è stato guida, luce, a volte tenebra, piacevole modo per campare, calerà il silenzio dei colpevoli.

 

 

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