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Martedì 27 Aprile 2021

 

resilence


Non che sia proprio il nostro paese, ma è anche difficile credere che l’antitodo sia tutto nella parola di moda del momento, resilienza, che poi con l’economia non c’entra nulla visto che si applicherebbe solo ai metalli. Tanto per dire.

Andrea Bosco

A metà del settimo capitolo del romanzo di fantascienza che, in forma anonima, mi è stato recapitato a casa (e del quale ho dato conto la scorsa settimana) ho deciso di sospendere la lettura. Testo più terrificante di un racconto di King. Nell’immaginario paese piegato dalla pandemia e descritto dall’anonimo, i renitenti al vaccino vengono prima isolati, poi “marchiati” e infine rapidamente abbattuti. Misura indispensabile stante il dilagare di una micidiale variante extraterrestre portatrice di morte.

Il racconto procede con la sospensione delle libertà individuali. Come in un romanzo di Orwell l’anonimo elenca gli spietati provvedimenti presi dal governo: una rupe Tarpea per adulti. Conseguenza di un secolo di permissivismo. Una società non più governabile dove i figli ammazzano per cupidigia i genitori. Dove per lascivia si progetta di sterminare la famiglia. Dove in una pubblica struttura si può evitare di andare al lavoro per 15 anni di fila prima di essere scoperti. E un giudice, professionale scroccone, dopo essersi dimesso deposita le motivazioni di una sentenza, sette anni dopo averla emessa. Dove un altro giudice si fa corrompere dalla malavita per un piatto di lenticchie. Dove le mafie, non bastassero quelle nostrane, vengono importate e lasciate prosperare con tanto di iniziatici riti tribali.

CONTAGI – Dove gli anziani “devono” morire. Per la sopravvivenza di giovani insensibili al contagio. Pronti a vivere anche una sola notte da movida, piuttosto che cento da previdenti. Dove le gang che picchiano coetanei e adulti, sono costituite da adolescenti che non temono le conseguenze dei propri atti: in quanto minorenni non possono essere puniti. Nel romanzo dell’anonimo ne sono consapevoli. E sfidano la legge nella certezza che il massimo che gli possa capitare è qualche seduta da uno strizzacervelli. Di fronte alla dilagante sfrontatezza criminale, miti cittadini si trasformano in belve assetate di sangue. I “conti” regolati in strada. Con uomini che si ammazzano per uno “sguardo” sbagliato, per un “parcheggio” rivendicato. La legge della jungla assurta a quotidiano comportamento.

Il romanzo, pur fantascientifico, è talmente crudo da suscitare ribrezzo. Le pagine trasudano cinismo, egoismo, indifferenza e violenza. Manifesto di un ipotetico mondo che mai, consorzio umano, potrebbe tollerare. Non ho potuto continuare nella lettura.

Io che mi sono vaccinato con Astra ... minchia. E in effetti non so se potrò avere la seconda dose. Anche se quando mi hanno congedato mi hanno rilasciato un foglio che recita: “Richiamo il prossimo 3 di luglio”. Vivo ormai nella consapevolezza che il mondo è pervaso dal desiderio di annientarsi, cancellando secoli di storia nell’assurda idea di poter “riparare” i danni e le ingiustizie perpetrare fin dalla notte dei tempi. Sono arrivati a dare della razzista a Jane Austin perché il padre possedeva quote di una piantagione di tè. E perché lei “lo beveva”.

Quando ero ragazzino furoreggiava il testo di tale Jean Charles: “La fiera delle castronerie”. Erano i temi degli scolari (asini) francesi. E il tono era più o meno questo: “La Gallia ad un certo punto fu invasa dai Goti: Ostrogoti, Visigoti e ... Saligoti. Poi arrivò Attila con le V1 e bruciò tutte le città che incontrava. Attilia era il capo degli Uni che facevano la guerra agli Altri”. E via cazzeggiando. Questa roba tentava di far ridere. Certa cancel culture neppure fa piangere. Fa: insomma, sapete quando avete quella certa insopprimibile esigenza fisiologica.

ULISSE – Mentre plaudo al testo dato in omaggio qualche giorno fa dal Corriere della Sera e dedicato (a cura di Simone Beta) ad Ulisse e al “viaggio della ragione” (per un linguaggio accessibile a tutti), non posso non rammaricarmi per la sempre più elitaria veste della Lettura del medesimo Corrierone. Dove anche un laureato rischia il naufragio per il livello (esageratamente alto) degli articoli proposti. Se una pubblicazione guarda dall’alto in basso i propri lettori ha fallito la propria missione. Che dovrebbe essere sempre quella di informare. Non quella di lanciare baiocchi infuocati al popolo come faceva il Marchese del Grillo. Ulisse il “mentitore”: scaraventato da Dante all’Inferno. Ma che si fa legare all’albero della nave, dopo aver costretto i suoi uomini a turarsi le orecchie con la cera, per ascoltare il canto menzognero delle Sirene. Quel falso sapere che sta dilagando tra gli umani.

Che vi dovrei altro dire? Che il calcio fa schifo? Già scritto. Che chi dirige il basket fa vomitare? L’Orso che (forse) teme di rimanere senza “dose” di vaccino, lo spiega esemplarmente ogni settimana. Che il mondo dello sport scansa ormai come la peste i buoni, i competenti e gli onesti? Citofonare Cola: vi darà i dettagli. Che Sinner è bravo ma non ancora così bravo come scrivono? Che Berrettini è tornato, dopo gli infortuni, a vincere un torneo? Che la ginnasta Vanessa Ferrari si è esibita nel giorno che ricorda il 25 aprile sulle note di “Bella Ciao”? Prossimamente un pattinatore su quelle di “Vamos a matar companeros”?

Un editore mi ha commissionato un lavoro. È la storia di Orso in Piedi. Fate conto una simile a quella che John Ford racconta ne “Il grande sentiero” dedicata all’odissea dei Cheyenne di Piccolo Lupo e Coltello Spuntato. Storia vera: come quella di Orso in Piedi dei Ponca. Pacifica tribù delle plains deportata alla fine dell’Ottocento in quel lager che il governo degli Stati Uniti chiamava Territorio Indiano. Dopo millanta soperchierie, furti subiti dal corrotto agente di turno, epidemie e malattie, l’Orso di questo racconto decide di tornare nelle natie terre del Nebraska a tumulare uno dei figli stroncato da una infezione.

Ma il governo si oppone e sguinzaglia sulle sue tracce la Cavalleria. Orso in Piedi e i Ponca non hanno il diritto di muoversi liberamente: sono come gli alberi o i bisonti. Non sono persone. Li bloccano ad Omaha. Un generale è mosso a compassione, al pari di un giornalista che racconta la storia, di un avvocato che patrocina il caso e del procuratore della Union Pacific Railroad. Il problema è legale, visto che la procura competente sostiene che gli indiani “non siano soggetti ad habeas corpus”. Serve un giudice. Ma Elmer S. Dundy è a caccia di grizzly. Lo scovano sulle montagne con il winchester in mano e lo portano nella sua aula ad Omaha. E l’uomo che è un frontier man e ha simpatia per indiani, dopo un breve dibattito decide che Orso in Piedi è “una persona”. E che quindi ha il diritto di muoversi liberamente.

Bello, direte. No: come per i Cheyenne anche per i Ponca non arriva il lieto fine. La tribù viene smembrata in due tronconi e il fratello di Orso in Piedi muore per mano dell’esercito. Ci vorranno decenni, da quel processo, prima che ai nativi venga concessa la cittadinanza. Oggi le cose vanno un poco meglio. Ma solo un poco. E se Biden riconosce il genocidio degli Armeni non risulta sia alla vista un qualche riconoscimento per i genocidi subiti dai pellerossa (ma oggi è disdicevole chiamarli in questo modo) da parte di americani, francesi, inglesi e spagnoli nel corso dei secoli. 

Il materiale per la ricerca (a parte un testo di Dee Brown) è in inglese. E io l’inglese lo mastico male. Ma conosco la storia americana. Quella dei nativi in particolare. Ci metterò diversi “tempi supplementari" ma conto di farcela. A proposito: ho acquistato (per un cifra esagerata) il DVD de “Il colpo vincente“, la storia della squadra di basket del liceo della immaginaria cittadina di Hickory. Ma anche questa è una storia vera: solo un poco, dal cinema, “sceneggiat “. Quella degli Hoosiers.

 

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