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Giornale di attualita' storia e documentazione sullo Sport Olimpico in Italia

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I sentieri di Cimbricus / Modeste riflessioni allo specchio

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Lunedì 19 Aprile 2021

 

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Intendesi quello della cronaca, in attesa che diventi storia. Fatti dei giorni nostri da osservare con una certa attenzione, ma senza farsene condizionare. In fondo, tutto è già successo e sono solo immagini riflesse.

Giorgio Cimbrico

I giapponesi stanno boicottando l’Olimpiade di Tokyo. Se i sondaggi contano qualcosa, i due terzi, forse i tre quarti degli interpellati, vogliono il rinvio o la cancellazione. E persino dal governo esce qualche rivoletto di dubbio, subito asciugato con lo Scottex della prudenza. Chi tiene duro è il CIO ed è inutile spiegare il perché. A Oriente sorge il sole ma spuntano anche molti grattacapi: sulle Olimpiadi “invernali” di Pechino, tra meno di un anno, ombre cinesi: Uiguri, Hong Kong, Tibet. Come se i Giochi di Berlino fossero andati in scena nel 1940.

La primavera dell’atletica americana è sempre stata una miniera, un magazzino dei mondi, un firmamento di risultati che stordiscono, soprattutto perché i protagonisti sono spesso degli sconosciuti che corrono i 100 in dieci secondi, i 200 in venti … con venti (scusate il bisticcio) erratici. Alcuni sostengono che lo spirito che aleggia nelle competizioni NCAA dia la spinta giusta e forte. Può essere una buona spiegazione. In questo scenario, comunque, sanno inserirsi anche i pro e i veterani: Justin Gatlin, 9”98 a 39 anni e due mesi. Il record del mondo di Kim Collins, 9”93 a 40 anni e un mese, non è lontano.

Appena più giovane è Eliud Kipchoge che a 36 anni e mezzo spazza via il brutto ricordo dell’ultima maratona di Londra corsa in circuito (ottavo e seconda sconfitta d quando calpesta l’asfalto e non più la gomma) corre in 2h04:30, miglior tempo mondiale dell’anno, sui 42 km tracciati all’interno dell’aeroporto di Enschede. “Missione compiuta e test perfetto”, dice il kenyano che punta alla doppietta per diventare il terzo della storia olimpica dopo Abebe Bikila e Waldemar Cierpinski. Già prima del rinvio per pandemia, la maratona era stata spostata, per motivi climatici, da Tokyo a Sapporo. Malgrado sia in circolazione dal 2003 – campione del mondo dei 5000 piegando El Guerrouj e Bekele –, Eliud è un eccellente amministratore di se stesso, anche in termini economici, e Parigi non è così lontana. Se ci arriverà, troverà chi sta coltivando un’ambizione non meno accesa: l’ugandese Joshua Cheptegei, padrone dei 5000 e dei 10.000, vuole imitare lo Zatopek di Helsinki ’52.

Colpiti da attacchi “bizantinisti”, i padroni del rugby mondiale continuano a sfornare regole. L’ultima prevede che in caso di espulsione di un giocatore, la squadra giochi venti minuti in inferiorità per poi tornare quindici contro quindici dopo questo periodo di espiazione. Giallo, arancione, rosso: sembra l’Italia della pandemia.

Tutte le volte che dalle nostre parti si parla della monarchia inglese (l’ultima in occasione dei funerali di Filippo, da lui stesso egregiamente organizzati), sembra sempre che stia per cadere, che abbia i minuti e le ore contate. Se includiamo anche Canuto, Rollone, Etelredo, Aroldo, Alfredo, la faccenda così anacronistica e in procinto di esser cancellata, va avanti da 1200 anni, a parte il breve periodo del Lord Protettore Richard Cromwell, che fece tagliare la testa a Carlo I. Su una penisola quasi intera e poi intera i Savoia regnarono per poco più di 80 anni.

L’altro giorno Joe Biden ha annunciato che quel che resta del corpo di spedizione americano in Afghanistan verrà rimpatriato. Per usare un termine frequente nello sport, centrato uno Slam: 2300 anni fa Alessandro il Grande giunse da quelle parti, sposò una principessa locale, Roxana, perché aveva capito che non era aria; provarono i Persiani e furono respinti; i Mongoli, destinati a sommergere il mondo conosciuto e a spingersi sino in piena Europa, ebbero vita difficile; il tentativo di metter sul trono un re-fantoccio si chiuse per gli inglesi con un disastro e con la strage di un’intera armata; anche i sovietici ebbero il loro Vietnam: al posto delle risaie e della jungla, altopiani roventi d’estate e montagne gelide d’inverno. Ora, a vent’anni da un’occupazione che riusciva a spingersi – e non sempre – appena fuori Kabul, tutti a casa. Nella guerriglia non li batte nessuno.

 

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