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Giornale di attualita' storia e documentazione sullo Sport Olimpico in Italia

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Io non c'ero (4) / "Ci hai cancellati tutti ..."

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Domenica 18 Aprile 2021

 

beamon


A voler essere sinceri, pochi videro, ancor meno capirono, ma nessuno si rese realmente conto di cos’era accaduto. Ad accezione di un professore di educazione fisica di Asti che tutto registrò con la sua cinepresa, ma …

Gian Paolo Ormezzano

C’eravamo tutti quel giorno, il 18 ottobre 1968, ore 15,40, nello stadio della capitale, Città del Messico, per i Giochi olimpici estivi, quelli preceduti dalla mattanza, ad opera dei “granaderos” governativi, di forse migliaia di studenti, che chiedevano libertà e pane per tutti. Si dovevano garantire tranquillità e ordine alla manifestazione a cinque cerchi, peggio per i ragazzi che avevano affollato la piazza delle Tre Culture (azteca, spagnola, messicana moderna) nel quartiere di Tlatelolco.

Le gare erano arrivate in tempo per distogliere dal crimine l’attenzione della stampa di tutto il mondo, e la giornalista italiana Oriana Fallaci, che si era presa una scheggia nel corpo ed era finita all’ospedale, era stata in fretta dimenticata, e casomai presa in giro dalla televisione locale per l’enfatizzazione dell’”incidente”.

C’eravamo tutti, voglio dire, noi giornalisti esperti di sport e soprattutto di atletica leggera, quando l’afroamericano Bob Beamon (quarto di turno nella finale alla quale aveva avuto accesso grazie agli 8.19 raggiunti in extremis con l’ultima misura utile della qualificazione) saltò in lungo 8 metri e 90 centimetri, migliorando di colpo il precedente primato mondiale di 55 centimetri (8.35 Ter Ovanesian sovietico, l’anno prima stesso stadio), un’enormità, un progresso mai registrato pima e dopo nella storia dell’atletica.


C’eravamo tutti e tutti ne scrivemmo, insistendo anche sui dettagli (inventati) di quel grande volo, raccontando anche nei dettagli il personaggio del campione, esaltando l’atmosfera e l’ambiente, precisando ma senza dargli rilievo eccessivo il fatto che il vento a favore era di 2 metri al secondo, al limite dunque del regolamento di omologazione del primato, e che l’aria rarefatta della capitale, a 2480 metri di quota, presentava ai corpi degli atleti una resistenza decisamente minore di quella opposta a livello del mare.

C’eravamo tutti ma nessuno aveva visto nulla, anzi sul momento quasi nessuno nello stadio capì qualcosa, compreso Beamon che avvertiva di aver fatto qualcosa di più che speciale ma non realizzava il come e il quanto, compresi i giudici ai quali l‘occhio elettronico non aveva fornito nessun dato perché “superato” dalla entità stessa del record (poi misurato ed omologato con il “vecchio” nastro di acciaio).

Beamon, ventiduenne newyorkese che si era presentato ai Giochi con un 8.33 come record personale (più un 8.39 però ventoso), allenato da Ralph Boston altro grande del salto in lungo, non stava in vetta al pronostico e dunque non era seguitissimo da tanti occhi. Quando saltò, poi lo stadio ospitava anche tanti altri atleti per altre gare, e la pedana del salto in lungo rispetto alla tribuna stampa era schermata da molti corpi. La televisione, non era ancora presente in grande spolvero tecnologico come negli anni a venire, aveva ripreso poco di quel salto, un salto laggiù nella calca di tanti che affollavano il grande prato, primattori e comparse.

Io c’ero, c’eravamo tutti, avevamo per le mani quasi nulla, ma vennero comunque offerte ai lettori descrizioni minimaliste addirittura dell’impresa, che gli esperti in raffronti dissero pari ai 100 metri corsi in 9”23! Col tempo poi saltarono fuori alcuni documenti fotografici e persino filmati di quel volo, su tutti quelli dalla cinepresa di un italiano, il professore di educazione fisica Luciano Fracchia di Asti, lì nello stadio per conto del centro di documentazione dell’atletica italiana promosso da Primo Nebiolo. Fracchia disse e non disse, mostrò a qualcuno il suo materiale, fu sempre geloso del documento ritenuto unico. E se ne è andato una decina di anni fa.

Col tempo sono saltate fuori altre riprese più o meno credibili, intanto che è sparito Beamon, il quale non andò poi al di là degli 8.22. Dopo 23 anni il suo primato venne battuto da un altro afroamericano, Mike Powell, con 8.95, in occasione dei campionati mondiali tenuti a Tokyo nel 1991. Nessuno di noi ha fatto ammenda per il bluff di quel giorno. Quando in realtà l’unico ad avere visto e capito tutto fu Lynn Davies, campione olimpico uscente, che urlò lì sul prato, a un Bob Beamon sbacalito da se stesso: “Hai fatto una cosa straordinaria, ci hai cancellati tutti”. A Bob Beamon che lì per lì non capì.

 

 

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