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I sentieri di Cimbricus / I 75 giorni che sconvolsero l'atletica

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Sabato 17 Aprile 2021


mei-pres


A spulciare i temi toccati in questo lasso di tempo, compreso un abbozzo di sedizione da parte del neonato C.F., viene il sospetto che i risultati stiano andando ben oltre le intenzioni.

Giorgio Cimbrico

Se John Reed finì per diventare appassionato testimone dei dieci giorni che sconvolsero il mondo, Stefano Mei è stato protagonista e prim’attore dei 75 giorni che hanno sconvolto l’atletica italiana. La domanda, che immediatamente si biforca o si triforca, è: Mei è un trotkysta, sostenitore della rivoluzione permanente? È un reazionario come i generali “bianchi” Kolchak e Denikin che provarono a soffocare la rivoluzione in culla? E un prodotto della politik di moda, sospesa tra grillismo giustizialista e populismo leghista?

Non resta che annotare e spulciare i temi del repertorio toccati in questo breve lasso di periodo di potere: benevola strizzata d’occhi, cosparsa di parole, all’ordinanza del magistrato di Bolzano su quell’affaire che fa impallidire il caso Dreyfus; proposte di radicali riforme nel settore tecnico, un centinaio di giorni prima dai Giochi di Tokyo, enunciate in forma di minaccioso ukaze (Antonio La Torre ci è rimasto malissimo) e ridimensionate, sino alla smentita, “a fronte di notizie giornalistiche” (il corsivo tota FIDAL res est); assunzioni fatte e promesse (il segretario generale, il team manager, il responsabile del marketing); separazioni stridenti (il veterano direttore del Golden Gala, Luigi D’Onofrio, a un paio di mesi dal meeting che deve esser costruito nell’organizzazione e nel cast); cancellazioni (gli Europei giovanili di Rieti); spostamenti di luogo e di data, sino a un abbozzo di sedizione da parte di quella parte del consiglio federale che – contando sulla punta delle dita – è maggioranza e si è sentita trascurata se non esautorata, o privata della sua funzione istituzionale.

Piaccia o non piaccia al telaio dell’atletica italiana, il meeting intitolato a Pietro Mennea è quel che si dice un classico, un fiore all’occhiello, sia per l’età di fondazione sia per la profondità dei risultati raccolti senza soffermarsi solo sull’elenco dei record mondiali, un paio dei quali (El Guerrouj) tiene duro da un ventennio abbondante.

È bene provare a fare luce finale: disco rosso il 4 giugno all’Olimpico perché l’UEFA vuole avere a disposizione lo stadio per l’allestimento in vista dell’11 giugno, per la cerimonia e per la partita, entrambe inaugurali, dell’Europeo itinerante, magnifica idea in tempi di pandemia. In realtà sarebbe stato sufficiente un deciso intervento a Nyon per ottenere l‘impianto dal mattino alla sera di quella data, ma nessuno se n’è curato.

Delocalizzare, dunque. Dove? Napoli offriva, oltre che un sostanzioso contributo finanziario (una cifra tra i 300 e 400.000 euro), una pista calpestata solo alle Universiadi di meno di due anni fa quando il San Paolo, non ancora Diego Armando Maradona, venne sottoposto a un radicale rinnovamento. La scelta è caduta ovviamente, sullo stadio Ridolfi o Firenze Marathon, dal manto assai più datato e dotato di una struttura che ricorda il “non finito” michelangiolesco. Perché? Gli intrecci italiani rendono la jungla un pubblico e modesto giardinetto.

Cambiato lo stadio è cambiata anche la data: dal 4 al 10 giugno. Per la celebrazione esatta e spaccata del quarantesimo anniversario del record mondiale e fiorentino di Sebastian Coe su una pista che non c’è più? No, in ballo c’è altro, quella che il nuovo linguaggio chiama “esposizione mediatica”, dovuta al fatto che qualcuno, all’interno del broadcaster RAI (le parole difficili piacciono al popolo, diceva Petrolini) si è accorto, meglio tardi che mai, che il 4 giugno, a Bologna, i giovani moschettieri di Roberto Mancini giocano l‘ultima partita (warm up game) prima dell’inizio dell’Europeo. E così, come nocchier in gran procella, il Golden Gala è stato posticipato di sei giorni, finendo nella casella che sarebbe toccata a Oslo se il meeting del Bislett non fosse scivolato al 1° luglio.  

 

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