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I sentieri di Cimbricus / “Nel predire il passato, nessuno come me”

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Martedì 13 Aprile 2021


bollesan 


Marco Bollesan ha chiuso gli occhi per sempre: con il suo volto sgherro e cordiale, con l’aggressività e il coraggio, è stato l’anima di un rugby italiano povero, coraggioso, scanzonato.
[Articolo pubblicato oggi su Il Secolo XIX].
 

Giorgio Cimbrico

Se Maradona era il calcio, Marco Bollesan era il rugby italiano, quello di una volta, povero, coraggioso, scanzonato, polveroso, capace di gloriose sconfitte e di brutte figure, una strana confraternita in cui le provenienze, le classi sociali non avevano importanza. Il simbolo era lui, con il suo volto sgherro e cordiale, con l’aggressività e il coraggio che deve avere chi combatte sul fronte più caldo, nell’ardore dello scontro: le terze linee placcano, rovistano nell’erba, tra il fango, tra i corpi, strappano il pallone, alimentano una nuova ondata d’assalto.

Rispolverando un vecchio adagio ovale, è il maledetto posto dove c’è chi, come lui, mette la faccia dove tanti non metterebbero i piedi. I francesi chiamarono Jean Prat monsieur rugby. Marco era qualcosa di più: c’era chi non sapeva niente di rugby, non aveva mai visto una partita, ma sapeva chi era lui. Il Rugby e basta.  

Da tempo Marco – classe 1941, gli 80 non erano lontani – abitava nel paese delle ombre: poche parole, lunghi silenzi, uno sguardo al mare, prima dalla terrazza di Capo di S. Chiara, poi dalla casa di riposo sopra Bogliasco: un’operazione impegnativa tre anni fa, il Covid. Superati l’una e l’altro. La fibra era buona.

Ora quegli occhi minacciosi, giocosi, ironici sono chiusi; il declino e uno scontro con il virus lo avevano privato della corazza di muscoli che aveva costruito con modi da artigiano dell’allenamento e i vecchi rimasti, i suoi pirati, i suoi bucanieri, i suoi cavalieri piangono piano e, come in “Amici Miei”, finiranno per trasformare il funerale in un coro di risate, il miglior elogio funebre per Marco, il chioggiotto di Genova, il campione che fece scoprire il rugby alla città, al paese, il magnifico affabulatore con un repertorio sterminato.

Il medico dell’ospedale di Llanelli, Galles, era basso e grosso, ex-pilone, nessun dubbio: “Io arrivo con la testa aperta come un salvadanaio; un gallese, con la spalla fuori sede. Sporchi, insanguinati, in calzoncini. Venite da Stradey Park? Domanda il medico. Be’, era evidente. Potete aspettare un attimo? Faccio partorire una ragazza e sono da voi. E così sentiamo i primi vagiti e lui arriva: sistema la spalla del gallese, ricuce la mia testa e facciamo ancora in tempo a tornare al campo per vedere come andava a finire tra Galles e Italia”.

Una volta Marco ha detto: “Non sono un uomo, sono un tailleur: ho più punti addosso che un abito di sartoria”. Erano i segni di tante battaglie, della più bella guerra che ci sia, perché lui, dicevano, era il Professionista, quando il rugby in Italia era una faccenda da due allenamenti alla settimana, i piloni avevano la trippa e i mediani di mischia dopo un tempo avevano il fiato grosso e i riflessi appannati. Era nato in anticipo, ma non gliene fregava niente perché, come diceva un antico poeta irlandese, “ho avuto i miei giorni”.

E quelli erano i giorni in cui i cancelli del cielo ovale erano chiusi per i piccoli italiani: non era concepibile affrontare una delle vecchie regine in un vero test, ma in Francia, in Inghilterra, sapevano chi era Marco Bollesan: una massa di capelli mossi da un vento di dentro e la grinta feroce del terza linea: quella maglia numero 7 oggi sarà stesa sulla sua bara. E quando un grande club francese lo richiese, accludendo l’offerta, il vecchio presidente del CUS Genova, troppo innamorato, nascose la raccomandata in un cassetto. “E quando nel ’75 mi chiamarono i Barbarians, ebbi la sfiga di rompermi una spalla”. Mai calcato l’erba di Twickenham: “Giocammo un piccolo tour in Inghilterra e il sabato ci invitarono per Inghilterra-Galles: fagiano in gelatina e champagne, che roba”. Lui, scugnizzo di piazza Leopardi, senza una lira in tasca, non pensava di arrivare così lontano.

Giocò a 22 anni la Mala Pasqua del ’63 a Grenoble (la Francia vinse all’ultimo respiro e il suo souvenir era una cicatrice lunga e bianca sopra a un’arcata, ricordo del terribile Crauste che chiamavano le Mongol per via dei baffi spioventi) e dieci anni dopo decise che era necessario uscire dall’ombra e portò l’Italia in Sudafrica per un mese di scontri duri contro boeri e bantu. ”I miei pirati” li ha sempre chiamati. Nella ciurma c’erano anche Arturo, il papà dei Bergamasco, e “Nembo” Bonetti, bresciano duro come il ferro, uno dei primi ieri a trasmettere il suo dolore. ”Quando dopo tre sconfitte, li vidi mosci, a forza di correre feci vomitare tutta la carne che avevano ingurgitato dal barbecue. Da quel momento funzionarono meglio”. Quel mese in una terra incognita servì ad alimentare il suo repertorio: il vecchio Springbok coperto di cicatrici perché, come Ercole, aveva strozzato un leone era una delle perle. Marco era l’Omero di un rugby picaresco e leggendario e chi l’ha ascoltato ha un debito di gratitudine.

Le ha provate tutte e le ha centrate tutte: giocatore a Napoli (scudetto con la Partenope), a Genova (CUS tre volte secondo, una volta al soffio di un punto dal Petrarca Padova), a Brescia (ancora scudetto), azzurro (47 caps, quando si giocava cinque volte meno di adesso), capitano della Nazionale in 34 partite, allenatore di club (Brescia, Genova, Livorno, Alghero, Milan), commissario tecnico della Nazionale (nessuno è mai andato vicino ai quarti di finale del Mondiale come capitò a lui nell’87 in Nuova Zelanda, capitano Marzio Innocenti, da un mese presidente della FIR), CT del’Italia a 7 e della Nazionale universitaria, team manager degli azzurri appena entrati nel 6 Nazioni, fondatore delle Zebre, i Barbarians d’Italia. Amico di tutti barman di Genova, da Sottoripa a piazza Alimonda, sino all’amata Boccadasse: “Marco è appena andato via; Marco verrà tra poco; strano, Marco oggi non è passato”. Non era un bevitore di birra: Malvasia dei Colli Piacentini e gin tonic erano la sua dimensione alcolica. Il ginepro e l’acqua tonica lo condussero a varcare, novello Mosè, un ruscello scozzese.

“Vieni a casa e vedrai sventolare la bandiera”. Casa era a Capo di Santa Chiara, che, per chi non è di Genova, ha il sapore di un’antica colonia, di un avamposto, di un Fort Saganne della coscienza. Non era di quelli che dicono: “Fossi nato in Francia, in Galles; fossi nato quarant’anni dopo …”, non aveva un rimpianto, ha vissuto a modo suo e basta. “Nel predire il passato, nessuno come me”. Guerriero e amico, addio.

 

 

 

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