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I sentieri di Cimbricus / "Atene 1896, come seguimmo l'evento"

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Martedì 13 Aprile 2021

 

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La prima Olimpiade moderna raccontata sulle pagine del britannico The Guardian dal proprio corrispondente dall’Acropoli: uno spaccato su un’epoca lontana lontana …

Giorgio Cimbrico

Centoventicinque anni or sono, un secolo e un quarto giusto in questi giorni, ad Atene è in corso la prima Olimpiade dell’età moderna (si chiuderà il 15 aprile 1896). Il Guardian – che ha un archivio sterminato e una redazione sportiva degna della sua tradizione o, piuttosto, dà lavoro a chi ha una certa dimestichezza con lo sport, con la sua storia, con le sue storie – ha regalato ai suoi affezionati lettori e “suiveur” un amarcord all’insegna del “come seguimmo l’evento”.

Innanzitutto, sin da febbraio, consigli per il viaggio. Raccomandato quello in treno da Parigi a Marsiglia, da dove, “con eccellenti navi” (il corsivo è del corrispondente del giornale), in quattro giorni si approda a Atene. L’altra via è da Ostenda a Basilea e a Milano. Da lì, “con un servizio ferroviario scadente, lento e punteggiato di cambi”, in 24 ore può esser raggiunta Brindisi: trentasei ore in nave sino a Patrasso e sette ore di treno prima di poter scendere sul marciapiede della stazione di Atene.

Il corrispondente annota che il 6 aprile in città c’è grande animazione per l’apertura dei Giochi, preceduta da un solenne Te Deum in cattedrale: dalla Russia è arrivato il Granduca Giorgio che siede con la famiglia reale, di radice tedesco-danese. Un pubblico valutato oltre le 18.000 unità si assiepa nello stadio, costruito “grazie alla generosità di un grande greco”. (Non citato, è George Averoff, uomo d’affari greco-alessandrino che aveva ottimi rapporti con de Coubertin).

Le prime giornate di gare – scrive il “loro uomo ad Atene” – evidenziano che il Nuovo Mondo sta avendo la meglio sul Vecchio: sette titoli vanno agli americani, due all’Australia, uno alla Francia e uno alla Gran Bretagna.

L’11 aprile –in realtà il 10 –, la gara più importante è “la corsa a piedi da Maratona ad Atene su una distanza di 26 miglia e un quarto” (ma tutti ormai sanno che i chilometri non furono più di 40), con partenza dal Tumulo della Battaglia. Per i 20 atleti, 17 secondo i rapporti ufficiali, c’è la prospettiva di conquistare la coppa messa in palio da monsieur Michel Breal dell’Istituto di Francia. “Il vincitore è Louis, originario del borgo di Maroussi, in 2h58’, davanti a Vasilakos, lacone residente al Pireo. Terzo, un altro greco, Belokas”. Che prende inopinatamente il posto del “vero” terzo, l’ungherese Gyula Kellner. Da dove sia uscito questo Belokas è un mistero.

Cinque giorni dopo, cerimonia di chiusura alla stazione, con ode pindarica affidata alla voce di mister Robertson, e consegna dei premi da parte del sovrano Giorgio I, al 36° dei suoi cinquant’anni di regno: consistono n una coroncina di ulivo di Olimpia, in una medaglia, in un diploma.

Il Guardian torna sui Giochi qualche giorno dopo con un commento: il raccolto britannico è stato modesto perché “siamo molto insulari. Eloquente il fatto che il giorno della maratona fosse in programma il campionato del Regno Unito sulle dieci miglia”.

“Da parte dei nostri atleti – scrive ancora il notista sportivo – c’è un costante terrore di battere o di esser battuti da qualcuno che non sia un amateur e il forte sospetto è che pochi degli stranieri siano amateur. Gli americani temono meno questa contaminazione e così hanno corso e pedalato tra il monte Imetto e l’Acropoli, con la baia di Salamina lontano sullo sfondo (è evidente che colui che scrive aveva una certa formazione classica) e così ci auguriamo che a Parigi, nel 1900, i nostri migliori atleti siano presenti, anche se dovranno correre il pericolo di battersi con un paesano dell’Attica che ha gareggiato per un premio in denaro. Chi governa l’atletica nel nostro paese potrà sicuramente prevedere un atto di perdono per ogni atleta che si renda colpevole di un fatto così enorme per una buona causa”.

Nell’Inghilterra tardo vittoriana sia il calcio che il rugby, nella versione League (con tredici giocatori), avevano già campionati professionistici, così come da lungo tempo esistevano “sacche” di velocisti che percepivano introiti dal monte scommesse accumulato in occasione delle loro sfide, ma chi decideva di saltare il fossato non poteva più tornare indietro. Colpevole di un fatto così enorme …


 

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