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Io non c'ero (3) / In un posto piu' lontano dell'estero

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Domenica 11 Aprile 2021

 

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“Io non c’ero ma so tutto da uno dei due, anche se entrambi non ci sono più. Loro c’erano eccome, ma uno dei due ‘non c’era’ con la testa o chissà quale altro diavolastro dell’umano tramonto.”

Gian Paolo Ormezzano

Io non c’ero a fianco di quei due in tribuna-stampa, la partita era troppo importante per affidarla ad un giovane giornalistino come me, e si svolgeva fra l’altro fuori Italia, in un posto estero di nazione neanche confinante con il Bel Paese (tenevo una nonna che quando doveva darmi il senso angosciato di un viaggio secondo lei periglioso, cioè in una località distante più di 30 chilometri da Torino, mi diceva trepida, usando il dialetto piemontese che dava solennità e intanto apprensione al suo enunciato: “Attenzione, quel posto è più lontano dell’estero”).

Io non c’ero ma so tutto da uno dei due, mai dirò quale anche se entrambi non ci sono più. Loro c’erano eccome, ma uno dei due “non c’era” con la testa o la memoria visiva o chissà quale altro diavolastro dell’umano tramonto.

Uno era stato tecnico di altissimo valore, e anche quando vinceva con i suoi calciatori aveva fatto del giornalismo forte ed onesto su un grande giornale. L’altro aveva diretto un quotidiano sportivo e aveva sulle spalle una carriera onoratissima di successi giornalistici supportati dalla sua alta competenza calcistica. I due, stessa regione di nascita e dialetto comune per i loro dialoghi di ogni genere, si stimavano assai a vicenda. Si davano abbastanza curiosamente del lei, visto che erano amici veri almeno da mezzo secolo.

Uno dei due si accorse, ad un certo punto dell’importantissima partita, che l’altro aveva confuso le due squadre, pensava che i bianchi fossero quelli lì e invece erano quelli là. Era bastata una frase scappatagli dopo un errore marchiano di un giocatore: “Ma cosa stanno combinando oggi questi benedetti …?”. Al posto dei puntini mettete voi lettori la parola a designare una nazionalità che invece era degli altri.

La partita (televisione ancora da venire, devo precisare) era già in corso da un bel po’. Buttando l’occhio sul taccuino dell’altro, il giornalista che si era accorto dell’errore constatò che tutto quanto sin lì appuntato era legato alla confusione fra le due squadre. I bianchi erano quelli là non quelli lì … Diciamo che il confusionario era, in una scala di importanza, prestigio e fama, più in alto dell’altro, che era pur sempre un uomo di successo. Non si poteva umiliare quel giornalista, quell’uomo, quel mito, non c’erano le parole giuste per segnalargli l’errore senza precipitarlo nella umiliante constatazione della propria vecchiaia, della vista in calo, di altre cosacce tanto fisiologiche quanto irritanti, inquietanti, ingombranti.

Lo scopritore dell’equivoco non era credente, anzi, ma si inventò un dio del momento speciale, e intensamente lo pregò di propiziare due cose: 1) che l’altro, il Grande Vecchio, non si accorgesse di niente e però riuscisse a fare il suo lavoro; 2) che a questo fine la partita fosse tale che, anche se interpretata e scritta a rovescio, nell’articolo che sarebbe apparso nessuno se ne accorgesse. Per la riuscita del secondo punto ci voleva una partita assolutamente da zero a zero, senza grossi episodi da descrivere, senza accidenti e incidente assortiti fra i giocatori e fra loro e l’arbitro e altri, insomma un tran-tran noioso con pochissime azioni da descrivere alla buona, niente particolari, azioni in fondo tutte eguali le une alle altre, da non ricordare.

Una partita che il lettore magari avrebbe scorso appena, senza attenzioni particolari.

Il dio provvisorio funzionò, la partita fu quella che lo scopritore desiderava, il Grande Vecchio scrisse di poche azioni, elogiò ben pochi giocatori, usò quasi tutto lo spazio per acri considerazioni su questo calcio che neanche col richiamo di una sfida classica, con il lievito dell’importanza storica del confronto, riusciva a offrire un prodotto buono. Il pezzo andava bene comunque (non c’era la televisione che crea milioni di testimoni).

Lo scopritore si confidò con me, mi fece una sorta di regalo, basato sulla mia onestà e sulla sua amicizia per me, qualcosa di davvero paterno. Mi fece capire che in qualche modo dopo, molto dopo, aveva detto della cosa all’altro, riuscendo a non farlo arrabbiare. Io adesso ne scrivo non solo preservando comunque l’anonimo, ma pensando di fare un omaggio a chi era riuscito a inventare quel dio ma anche a chi, confondendo le squadre, aveva pur sempre scritto un articolo leggibile, scorrevole, ancorché favorito dalla nullità effettiva della sfida.

 

 

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