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Giornale di attualita' storia e documentazione sullo Sport Olimpico in Italia

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Italian Graffiti / Ma non si ammazzano cosi' anche i triplisti?

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Domenica 17 Settembre 2023

 

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Ho guardato la prima giornata della finale della DL su RAI-Play, un misterioso canale della galassia pubblica. Una esperienza, senza dubbio. Era la prima volta che mi capitava, penso che sarà anche l’ultima, con buona pace del canone.

Gianfranco Colasante

Breve antefatto. Pur con i miei acciacchi, mi sono alzato presto. Lo faccio d’abitudine, ma oggi c’era un motivo in più. Sapere com’era andata a finire la gara di triplo della finale di Eugene, col solo italiano in grado di vincere. Quando dopo due ore, ho spento il televisore, intorno alle undici, tutto era rimasto sospeso nell’etere. Almeno a stare all’assortito “trio” che si esibiva sulla musica di RAI-Play, presumo in “tubo”, cioè da casa.

 

Dopo un buon primo salto del neo-connazionale “Andy” Diaz – che se la vedeva per la quarta volta col campione mondiale franco/burundino (si dirà così?)  Zango –, era calato il silenzio: eppure qualche interesse resisteva. Niente di nulla. Da qui l’insana curiosità. Certo, la regia internazionale ha le sue liturgie, ma …

Se non vedo, non dico, pare essere il mantra di “Gotenburgo” Bragagna che nel suddetto trio suona il tambur maggiore. Certo, l’impresa non è delle più semplici, anche se ci sarebbe pur sempre il puntuale Live Results. Per di più poco lo supportano i due volenterosi runner-up: l’uno, Guido Alessandrini, si applica con la stessa saccente simpatia di un supplente che spiega un teorema di Euclide; l’altro, Stefano Tilli – anello di congiunzione con Orgoglio del Riscatto – ha una competenza che si arresta sulla soglia dell’aerobico, con la marcata tendenza ad arrivare a verità assolute passando per parabole. Non c’è molto da scegliere, ma questi sono stati gli scelti. Gli unti dal maestro.


Ho l’età giusta per ricordare una telecronaca mattutina d’una gara di … Bob, ora è molt’anni direbbe il Vate. M’incuriosì la pacatezza e la misura del cronista che scoprii in seguito essere proprio il nostro “Gotenburgo”, credo agli esordi alto-atesini. Ora è diverso. Già, perché per il sapiente pedagogo l’atletica urlata pare essere l’ultima frontiera. Forse la popolarità scompagina (ha avuto persino una paginata del Corriere della Sera), o c’è dell’altro a suggerisce/consigliare le briglie sciolte, ma siamo di fronte ad una completa metamorfosi maturata nelle oscure pieghe del servizio pubblico.

Non è che voglia qui fare la cronaca di quanto visto e, soprattutto, sentito. Ma qualche spunto me lo vorrei concedere. Siamo sicuri che il “taglio” impresso alla telecronaca RAI del “The Prefontaine Classic” disertato dal pubblico (come capita sempre da quelle parti, fatta eccezione per la NCAA) – pur con le limitazioni imposte dal “tubo” – sia quella più corretta? O piuttosto non somigli a una dispensina letta dalla cattedra: come dire, io so cose che voi umani neppure immaginate ma non ho il tempo (o la voglia?) di spiegarvi. Tipo l’accenno alla ruggine che starebbe erodendo il connubio Jacobs/Camossi, l’uomo che nella personale palla di vetro aveva letto un 9”62, cifra all’origine di tutti i guai dello stesso “Giacobs” (come insegna il nostro). Preludio a un divorzio? Te lo chiedi, ma nulla di più vago: paga il canone e non interferire con l’operatore, non hai maturato il diritto ai dettagli. Fattene una ragione.

O quegli accenni agli insondabili misteri dei regolamenti in via di revisione dai capi di WA, ma anche qui tutto rimane sospeso, solo accennato. E via di questo passo, con quel compiacimento ad arrotare nomi e cognomi nelle pronunce originali. Ma sarà poi vero? Il nostro “Gotenburgo” è di lingua madre tedesca, ma pare avere una parentela molto vasta, che senza alcuna incertezza spazia dall’uro-finnico al giapponese. Tu ascolti e ti sfugge di chi stanno parlando, e ti senti come Charlie Brown davanti al sapientino Linus. Ma sarà proprio così?

Poi ci sono le spericolate cavalcate tra geografia e storia. Stavolta, partendo dal giavellotto, siamo risaliti alla sanguinosa diaspora tra Indiani e Pakistani. Gli uni, testuale, in qualche modo democratici; gli altri un po’ meno, “talibaniscamente parlando". Quanto questo interessi allo spettatore, mi sfugge. Ma mi pare di poter dire che – nelle sue incrollabili certezze – il nostro abbia solo il rimpianto di non poter essere in campo, a correre o saltare o lanciare. E soprattutto ad insegnare come si fa.

Chiudiamola qui. Anche perché questa prima giornata del TPC – come annota Cimbricus – è stata semplicemente formidabile. Molto ci sarebbe stato da dire, "tecnicamente parlando" intendo. Con una infinità di spunti da sfogliare e risfogliare come un mazzo di carte o di figurine. Dalla solitudine della Kipyegon all’affollato Miglio magico di Ingebrigtsen. Poi un 100 stellare (in quattro sotto i 9”90) e due corse – i 100 donne e i 400H – che vanno a libro con settimi posti da 10”96 e 47”80. Lasciando il trio di RAI-Play al suo destino, nella nostra ingenuità, abbiamo veramente vissuto una serata magica. A proposito, Diaz ha vinto la sua gara battendo per la terza volta Zango.

Postilla non richiesta. Mi affretto a rinnovare l’abbonamento a SKY (l’avevo disdetto): non mi erudiranno sulla geografia rurale del Triveneto, ma almeno i risultati – quelli sì – me li daranno.

 

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