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Giornale di attualita' storia e documentazione sullo Sport Olimpico in Italia

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Galimberti Carlo

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Carlo Galimberti [1894-1939]

Sollevamento pesi


(gfc) Il più grande sollevatore nella storia della pesistica italiana. Una affermazione che prende maggior consistenza col passare del tempo. In 16 anni, tra il 1924 e il ’36, ha preso parte a quattro edizioni dei Giochi Olimpici, riportando una medaglia d’oro e due d’argento (e stabilendo cinque primati mondiali). Una quarta medaglia – un argento al Valor Civile – gli venne concessa alla memoria dopo ch’era spirato a seguito delle orrende bruciature riportate nello scoppio di una caldaia per l’acqua calda. Vigile del fuoco, al comando di una unità di soccorso era intervenuto per impedire uno scoppio che minacciava un intero fabbricato. Un tentativo non riuscito. Due compagni morti, lui ricoverato in condizioni estreme all’Ospedale Maggiore dove si spegneva, senza aver ripreso conoscenza, alle 22,30 del 10 agosto 1939. Un eroe per la gente comune, ma anche “un atleta perfetto”, come ne scrivevano i giornali sportivi.

In anni nei quali il doping non era altro che una "michetta" e qualche fetta di salame, Galimberti possedeva un fisico asciutto e armonioso, con sottili e potenti muscoli che appena ne increspavano braccia e torace, un fitto cespuglio di capelli neri pettinati all’indietro, un peso corporeo attorno agli 80 chili che gli consentiva di oscillare tra Medi e Medio-massimi. In gara era un metodico, possedeva uno stile composto e naturale, sempre fluido e controllato, quasi elegante anche sotto lo sforzo più intenso. Tranquillo nel carattere, determinato, generoso. Un figlio del popolo che credeva nei valori più semplici, quelli trasmessi in una famiglia di emigranti, dove l’imperativo del necessario contava ben più del superfluo. Perché Carlo era nato negli anni della grande migrazione, dopo che i genitori avevano scelto l’Argentina per sfuggire alla fame di casa. Ma anche in America le cose non erano bene e così, prina dei vent’anni, quando in Europa infuriava la guerra, era tornato in Italia e a Milano aveva trovato un impiego come vigile del fuoco. E proprio in quell’ambiente di sacrificio, aveva scoperto una disciplina tra le più sacrificate e umili, il sollevamento pesi. Tanto che, per dargli spazio, all’interno della caserma avevano messo in piedi proprio per lui una apposita sezione – il “Gruppo Sportivo Pompieri” –, una maglia alla quale resterà sempre fedele.

Galimberti aveva iniziato con l’entusiamo del neofita al “Club Atletico Milanese” con la lotta e il pugilato, ma poi aveva scoperto la sfida dei pesi, il bilanciere da odiare e bagnare di sudore, riuscendo ad imporsi rapidamente all’attenzione dei tecnici. Aveva già 27 anni quando nel 1921, all’esordio, vinceva a Genova il titolo tricolore. Una costante che doveva interrompersi solo con la morte: Galimberti è stato infatti campione italiano per diciannove anni di fila, tra il 1921 e il ’39 sempre nei Medi, ad eccezione degli anni dal 1932 al ’36 quando preferì salire tra i Medio-massimi. A quel tempo non c’erano ancora i Mondiali, che si apriranno solo nel 1937, troppo tardi per lui. Ma già da tempo si gareggiava agli Europei dove ottenne due secondi posti nelle edizioni del 1930 a Monaco di Baviera e del 1931 nel Lussemburgo. Nella seconda occasione venne battuto dal tedesco Rudolf Ismayr, un leone crinito di 14 anni più giovane, la sua vera bestia nera che l’anno seguente gli soffierà il titolo a Los Angeles e lo precederà anche a Berlino. Ismayr si confermerà campione europeo pure nel 1934, nei primi Europei disputati in Italia, quando Galimberti col quarto posto resterà ai piedi del podio.

Ma il vero banco di prova, il cimento che lo ha consegnato alla storia dello sport, è stato quello olimpico. Il suo “giorno dei giorni” capitò il 23 luglio 1924 quando concluse vittorioso una gara sviluppata in 48 ore su un “format” mostruoso: cinque alzate diverse per arrivare alla classifica finale. La spedizione dei pesisti a Parigi fu la più numerosa di sempre per gli azzurri, ma anche la più redditizia. Furono infatti 15 gli atleti che l’allenatore milanese Enrico Talliani – il creatore della pesistica azzurra, sulla breccia fino ai primi anni del secondo dopoguerra –, portò a vincere tre titoli olimpici: oltre a Galimberti, quell’anno si laurearono campioni anche Pierino Gabetti nei Piuma e Giuseppe Tonani nei Massimi (come detto, all’epoca le categorie erano solo cinque).

Se è vero che ogni prestazione sportiva è figlia del suo tempo, quella sfida sotto le volte del nuovissimo Vélodrome d’Hiver fu addirittura epica. Alla bilancia Galimberti rende 73,5 kg. In pedana gli fa compagnia il genovese Dante Figoli che si classifica al decimo posto tra 25 concorrenti. Gli spettatori sono oltre 600. Si comincia con i 77,5 kg nello Strappo ad un braccio; si prosegue con i 95 kg (record olimpico) nello Slancio col braccio opposto; quindi gli esercizi a due braccia: 97,5 kg nella Distensione (record mondiale), 95 kg nello Strappo, infine 127,5 kg (altro record mondiale) nello Slancio. Per un totale di 492,5 kg: i rivali più prossimi, una coppia di biondi estoni, restano a 40 e più chili di distanza. Sul R.U. francese si legge: “Le magnifique athlète italien Galimberti, qui vainquit de loin tous ses adversaires, produisant à tous une impression profonde, tant par son masque énergique et sa musculature superbe que par la terrible volonté dont il fit preuve d’un bout à l’autre des épreuves.“

Più o meno la considerazione che aveva suscitato in Italia, tanto che quattro anni dopo, ai Giochi di Amsterdam, per l’apertura gli venne affidato il tricolore. Il sollevamento pesi si andava riorganizzando: dopo l’orgia di Parigi: la Federazione Internazionale aveva ridotto gli esercizi a tre, eliminando le prove a un solo braccio, una scelta che finiva per penalizzare Galimberti. Per di più in Olanda fu meno fortunato. In una gara straordinaria nella quale in quattro andarono oltre il record mondiale da lui stesso detenuto con 320 chili, riuscì a migliorarsi fino a sollevare 332,5 kg, ma si vide sopravanzato di 2 chili e mezzo dal francese Roger François che a Parigi era stato sesto. Ottenendo peraltro un altro record mondiale nella distensione (105 kg).

A Los Angeles ‘32, come detto, si trovò sulla strada il potente Ismayr e dovette ancora contentarsi della medaglia d’argento, per la terza volta consecutiva sul podio: nessuno aveva avuto la sua continuità e la sua longevità. Benchè gli riuscisse di salire fino a 340 chili, venne superato dal tedesco che portò il record mondiale a 345 chili. Quei 340 chilogrammi sollevati in California (102,5 nella distensione, 105 nello strappo e 132,5 nello slancio) costituiranno l’ultimo suo record italiano, un record che verrà omologato anch’esso alla memoria, solo dieci anni dopo la morte.

Il canto del cigno di Galimberti si levò sul palcoscenico di Berlino, quando non gli riuscì di andare oltre il settimo posto. Ma tutto era nella norma: tre giorni prima aveva compiuto 42 anni e il bilanciere gli pesava sempre di più. Anni più tardi, nel gennaio 1954, in occasione del sessantesimo anniversario della nascita, il comune di Bollate se ne ricordò intitolando una strada a suo nome.

(revisione: 8 maggio 2012)

 

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