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Ciclismo / Lo spazzacamino italiano che vinse il primo Tour

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Martedì 8 Luglio 2014

garin

(gfc)
Prime battute del Tour che dal 5 luglio ha mosso i suoi primi passi nello Yorkshire (in cambio di una decina di milioni di sterline giunti dalle municipalità e dal governo inglese) e che - sin dalla seconda tappa, vittoria per distacco a Sheffield - vede il fresco campione italiano Vincenzo Nibali in maglia gialla. Il Tour, come è noto, si concluderà il 27 luglio agli Champs-Elysées. Una storia, quindi, tutta da scrivere quella dell'edizione n. 101, sperando che Nibali riesca a contrastare fino a Parigi i favoriti Chis Froome e Alberto Contador. Ma quello che più ci interessa ora è ricordare la prima edizione della Grande-Boucle, partita alle ore 15 e 16' del 1° luglio 1903 da Montgeron, su un'idea di Geo Lefèvre e con i soldi di Henri Desgrange, rispettivamente giornalista e direttore de L'Auto-Vélo, ardito giornale in carta gialla, da cui il colore della maglia leader, uscito per la prima volta nell'ottobre del 1900, all'alba del nuovo secolo, quello delle guerre e delle dittature.

Di quella prima edizione, quando il mondo era "ancora in ordine", restano diversi fatti notevoli. Il primo, la scelta definitiva del ciclismo - che fino ad allora aveva vissuto la sua scapigliata giovinezza nei velodromi - a favore della strada. Una organizzazione complessa e avventurosa, dal momento che le tappe erano costrette, per sicurezza, ad affiancare le tratte ferroviarie. Le strade, poi, tutte bianche e col pavé, con massicciate in pietrisco che in montagna prendevano pendenze e fondi da mulattiere. Quel primo Tour si articolò in sei tappe per complessivi 2397 chilometri, il chè fa una media di 400 chilometri a tappa, ... e con le pesanti biciclette del tempo, per di più a pignone fisso. A ogni tappa, pensando ai ritardatari e a chi s'era smarrito, seguivano tre giorni di riposo. Si cominciò con la Parigi-Lione; quindi Lione-Marsiglia, Marsiglia-Tolosa, Tolosa Bordeaux, Bordeaux-Nantes e, infine, la Nantes-Parigi (Ville d'Avray) del 19 luglio. Alla fine il primo dei 21 corridori sopravvissuti alle fatiche (erano partiti in 60) avrà impiegato 94 ore, 33 minuti e 14 secondi, con quasi 3 ore di vantaggio sul secondo. Almeno a stare al cronometraggio di Lefèvre ch'era costretto, per gli orari, a precedere i corridori in treno e ad aspettarli per la firma all'arrivo, spesso al sopraggiungere della sera e alla luce d'una lanterna.

Il primo vincitore di quella Grande-Boucle, come si chiamerà in seguito il Tour-de-France (da cui, sei anni più tardi, originerà il Giro d'Italia) si chiamava Maurice François Garin e aveva 32 anni. All'arrivo, ancora col fiatone spezzato dalla fatica, si rivolgerà così al vulcanico e compiaciuto Desgrange, che di anni ne aveva appena tre di più: "Senza voler esagerare - e dico di tutti noi, non solo di me -, siamo delle vere pellacce, parecchio in gamba, e stia pur sicuro che non se ne trovano tanti in giro come noi, perchè la vostra corsa è la più dura, la più maledettamente dura che si possa immaginare, ...".

La storia di Maurice è di quelle che si narravano in quegli anni di fatiche immani. Era nato in Italia, ad Arvier, nella Valle d'Aosta, un piccolo villaggio d'un centinaio di persone che si esprimevano solo in francese, il 3 marzo 1871. Primogenito di altri nove fratelli e sorelle, in una famiglia dalla povertà estrema e che poteva mangiare polenta solo nei giorni di festa. Tanto che i genitori - secondo un uso secolore diffuso nelle nostre campagne di disperazione, lo "vendettero" a un tale di passaggio in cambio, si disse, di alcune forme di formaggio, per farne uno spazzacammino. Visto ch'era minuto come pochi, col suo 1.62 d'altezza e quella cinquantina di chili o poco più attorno alle ossa. Una vita da randagio che ebbe termine quando, sul finire dell'Ottocento, la famiglia potè riunirsi - si ignora come e perchè, forse su sua iniziativa - nella cittadina di Lens, al nord della Francia. Maurice, che attorno ai vent'anni aveva iniziato a correre assieme a un paio di fratelli, riuscì finalmente a trovare un lavoro stabile presso una rivendita di biciclette della vicina Roubaix. Un traguardo celebrato con la cittadinanza francese ottenuta quando aveva già superato i trent'anni. Esattamente, secondo una ricerca di Claudio Gregori, il 21 dicembre 1901. 

La vittoria del 1903 (tre tappe vinte, quella iniziale e le ultime due) coronò una bella serie di affermazioni del minuto "spazzacamino" italiano diventato francese. Già nel 1894 aveva vinto la 24 Ore di Liegi. Due anni dopo un'altra 24 Ore, la Bol d'Or di Vicennes. Nel bienno 1897-98 si impose nella Parigi-Roubaix, nel 1902 nella Bordeaux-Parigi. Dopo che i concittadini di Lens gli avevano tributato un vero trionfo al suo ritorno, nel Tour dell'anno seguente non ebbe altrettanta fortuna. Meglio, venne buttato fuori dagli organizzatori per essersi attaccato alle macchine del seguito e - ma non è provato - per aver fatto parte d'una tappa ... in treno. Quella squalifica mise in pratica fine alla sua carriera di corridore. Lo si rivide ancora nel 1911 per una estemporanea apparizione in una Parigi-Brest-Parigi. Poi più nulla. Garin è morto a Lens il 19 febbraio 1957.

Si possono concludere queste note ricordando che in quel primo Tour, al quarto posto, si classificò un altro italiano: Rodolfo Muller, un livornese nato nel 1876 che s'era trasferito in Francia giovanissimo, seguendo la passione per la biciletta ma anche le sue inclinazioni artistiche. Prima del Tour del 1903, che concluse a 4 ore 39'45" da Garin, aveva preso parte - da professionista - alle gare dei Giochi Olimpici del 1900. Si era classificato al settimo posto nella Bol d'Or, coprendo nelle 24 ore canoniche 739 chilometri e 275 metri. Poi anche di lui si perdono le tracce. Personaggio dai contorni insondati, secondo il giudizio che ne lasciò Lefèvre, era soprattutto "un poeta, un artista, uno che non si lamentava mai". Muller si spense a Parigi nel 1947, dieci anni prima di Garin.  

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