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Giochi del Mediterraneo / A che servono se si esclude Israele?

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Giovedì 20 Giugno 2013

mersinNel disinteresse generale (almeno per la sponda italiana) si apre oggi a Mersin – grossa città agricola dell’Anatolia – la diciassettesima edizione dei Giochi del Mediterraneo. Nella travagliata Turchia di questi giorni, col governo Erdogan che sta mostrando un volto ben diverso da quello che la distratta opinione pubblica internazionale gli riconosceva, la rassegna (che si chiuderà il 30 giugno) doveva servire da prova generale per la candidatura ai Giochi Olimpici 2020. Col timore diffuso che si possa, invece, tradurre in un passo indietro per Istanbul, fino a qualche settimane addietro ritenuta favorita nei confronti di Tokyo e di Madrid, due capitali un po’ malmesse sul piano finanziario. A differenza proprio di Istanbul. Almeno questa era la sensazione diffusasi dopo le audizioni tenute dal CIO nelle riunioni di San Pietroburgo. In attesa delle decisioni finali che saranno prese a Buenos Aires il prossimo 7 settembre. Tutto ciò premesso, torniamo alla vicenda dei Mediterranei e alla domanda che ci siamo fatta nel titolo. Un problema – l’esclusione di Israele – che inficia da sempre ogni credibilità della manifestazione. Senza voler tener conto anche dell’irrisolta questione Palestina. In tali condizioni, che senso hanno queste gare?

La storia ci dice che l’iniziativa era stata di Mohammed Taher Pacha [1879-1970], già presidente del Comitato Olimpico Egiziano, che la sottopose proprio nel 1948 (anno della nascita di Israele) nelle sessione del CIO riunita a St. Moritz, riprendendo un’idea avanzata all’inizio degli anni Quaranta da Bruno Zauli. A quel tempo molti dei paesi interessati non avevano ancora raggiunto l’indipendenza o erano sotto feroci dittature. Aperti ai paesi bagnati dalle acque del “mare nostrum” (si fa per dire, visto che sono stati allargati ad entità che il mare lo vedono dall’alto delle loro montagne, come San Marino o Andorra), i Giochi avrebbero dovuto ispirarsi al carattere olimpico, nel rispetto di quanto stabilito dalla 47ª Sessione dello stesso Comitato Olimpico Internazionale tenuta nel 1952. Un criterio violato e mortificato dall’esclusione di Israele.

Dopo che una manifestazione non ufficiale s’era tenuta nel 1949, la prima edizione ebbe luogo ad Alessandria d'Egitto dal 5 al 22 ottobre 1951, a meno di dieci mesi dalla conclusione dei Giochi Olimpici di Helsinki. Essa si tenne sotto il patronato di Re Faruk con la partecipazione di 734 atleti (nessuna donna: le prime atlete si videro solo nel 1967) appartenenti a 10 paesi: Egitto, Francia, Grecia, Italia, Jugoslavia, Libano, Malta, Siria, Spagna, Turchia. Oggi il loro numero è più che raddoppiato, salito a 24. Ma gli scenari politici sono profondamente mutati e gli avvenimenti in una delle zone più turbolenti del globo stanno a dimostrare che questa rassegna è oggi del tutto inutile, oltre che costosa oltre misura.

Dispiace che l’Italia sportiva continui a far finta di nulla (come accadde per Pescara 2009, quando vennero presi impegni a futura memoria) circa la vicenda Israele, al di dà delle frasi di circostanza che non impegnano nessuno. Questa edizione 2013 sarà anche l’occasione per l’esordio internazionale di Giovanni Malagò come presidente del CONI, accolto al suo arrivo in Turchia dalla nuova deflagrazione del caso Schwazer. Una vicenda che potrebbe avere implicazioni insospettabili in un futuro non lontano. A Mersin gli sport saranno 29 più due discipline paralimpiche. La delegazione italiana – il solo staff CONI ha 45 elementi senza contare le decine di officials e accompagnatori delle varie federazioni, guidati tutti dall’esperienza del segretario Roberto Fabbricini –, con i suoi 413 atleti pare la più numerosa di sempre. Sarebbe stato più opportuno, visto i chiari di luna, non esagerare. Considerato anche il valore tecnico relativo, se non proprio insignificante, della gran parte delle gare di Mersin.

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