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Giornale di attualita' storia e documentazione sullo Sport Olimpico in Italia

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Bibbia Nino

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Nino Bibbia [1922-2013]
Skeleton

(gfc) E’ nella storia dei Giochi per essere stato il vincitore della prima medaglia d’oro italiana agli Invernali. La conquistò nel 1948, a St-Moritz, dominando la prova di Skeleton, specialità da noi praticamente sconosciuta e della quale poteva dirsi, a buon diritto, il solo adepto. I dirigenti italiani lo andarono a pescare in Svizzera, dove viveva da sempre. Lontano da ogni coinvolgimento con i nostri circoli sportivi. Ci si ricordava di lui ogni quattro anni, in occasione dei Giochi, quando qualcuno si spingeva a chiedergli ricordi e memorie dei suoi lontani tempi. Poi più nulla: né celebrazioni né premiazioni ufficiali. Anche la notizia della morte (avvenuta martedì 28 maggio a St-Moritz, sua città d’adozione) è rimbalzata nelle redazioni dei giornali con qualche giorno di ritardo.

In effetti, può ben dirsi che Nino Bibbia sia stato l’ultimo rappresentante di uno sport della neve inteso come divertimento più che come agonismo. Certamente è stato l’ultimo dei dilettanti. Bibbia sulla neve c’era cresciuto: aveva iniziato, da autodidatta, con il salto dal trampolino, cimentandosi poi in tutte le discipline invernali: i suoi successi dovrebbero annoverare anche due scudetti di hockey ghiaccio con i Diavoli Rossoneri, ma gli annuari, curiosamente, non ne fanno menzione. Nato a Bianzone, nella provincia di Sondrio, proprio a due passi dal confine svizzero, il 15 marzo 1922, era diventato commerciante all’ingrosso di frutta e verdura, con una clientela da raggiungere nella Confederazione, attraversando il confine come fosse il cortile di casa, all’inizio con mezzi di fortuna, in seguito con un carretto trainato da un cavallo. Quasi una seconda casa, per lui, la mondana St-Moritz ricercata dai turisti. Non per nulla si trovava in Svizzera quando venne chiamato a far parte della nostra prima squadra olimpica del dopoguerra.

Per quell’edizione gli svizzeri avevano riesumato una gara che avevano già organizzato nel 1928, sulla mitica Cresta Run, attrazione della celebre stazione turistica, un budello di ghiaccio lungo 1231 metri, con 15 curve e un dislivello di 157 metri, che attirava turisti di lingua inglese dalla due sponde dell’Atlantico. Bibbia, a quelle discese mozzafiato, s’era appassionato, tanto da collezionare, a fine carriera, otto vittorie nel Grand National (una gara assimilabile a un vero campionato mondiale), l’ultima a 53 anni. La gara olimpica si tenne il 3 e 4 febbraio, articolata in sei discese, tre per giornata. Al termine della prima, il 26.enne Bibbia (che, nell’occasione, vestiva per la prima volta la maglia azzurra) si trovava in seconda posizione. Nella seconda si migliorò, conquistando il primo posto (5’23”2 il tempo totale), con un vantaggio di 1”4 sull’americano John Heaton, un veterano già secondo vent’anni prima (nella gara vinta da suo fratello Jennison), e l’inglese John Crammond.

In quell’occasione Bibbia si sottopose in una settimana a un vero tour-de-force, inserito com’era (da pilota) nel gruppetto del Bob, sia nel doppio che nel quadruplo, classificandosi rispettivamente ottavo e sesto. Considerato che all’epoca le discese del Bob erano quattro per tipo, il nostro portò a termine complessivamente 14 “manches”. Lo Skeleton – inizialmente un precario scheletro in tubi d’acciaio (da qui il termine Skeleton), dal peso di 25 chili, sul quale si scende sdraiati sul dorso, con i piedi in avanti infilati in scarpe munite di punte metalliche per aiutare il controllo della discesa, era considerato una variante del Bob più che dello Slittino, che invece rifiutava commistioni. Dopo essere stata ai Giochi solo nel 1928 e nel 1948, la prova è rientrata stabilmente – come specialità a sé – nel programma olimpico a partire dal 1998, mezzo secolo più tardi. Sposatosi con Rosa Schmidt, Bibbia ha avuto un figlio, Gianni, che ha gareggiato con la nazionale rosso-crociata. Ovviamente nello Skeleton.

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