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Biografie / L'operaio antifascista che perse le Olimpiadi

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Mercoledì 26 dicembre 2012

Ai Giochi di Berlino, nell’estate 1936, furono in pochi a notare il suo trentaseiesimo posto nel concorso di ginnastica: eppure quel giorno d’agosto, tra i bagliori delle fiaccole e i riflessi delle croci uncinate, Egidio Armelloni la sua Olimpiade l’aveva vinta. Anzi, l'avervi partecipato era più di una vittoria. Su un libro che celebra i cento anni di vita della Pro Patria, la società che lo aveva avuto tra i suoi soci, si trova scritto: “La vicenda umana di Armelloni è una storia che nessuna ha mai scritto: troppe penne amano i racconti epici, e disdegnano le vite che odorano di dolore, fatica, sacrificio, onestà. Onestà fino in fondo, sino alla fine: senza una sosta, un ripensamento, un compromesso. Egidio Armelloni ha rappresentato, nello sport irreggimentato e qua e là servo, il riscatto: ha pagato lui, per tutti. Non a tutti è dato d’essere eroi: non a tutti era concesso il privilegio intellettuale dell’antifascismo: questo privilegio toccò ad un operaio, figlio di operai, nato a Soresina, a un tiro di schioppo da Cremona, terra grassa per il fascio e i suoi gerarchi”.

La storia di Armelloni ricalca quella di un uomo dalla vita difficile che aveva difeso le sue idee fino a pagare un prezzo troppo altro. Suo padre Giuseppe era un operaio socialista massimalista che sin dalla scissione di Livorno aveva abbracciato il comunismo e lavorava come magazziniere. Traiamo dal libro scritto a quattro mani da Oscar Eleni e Giorgio Reineri una lunga intervista ad Armelloni raccolta nella sua modesta casa a ringhiera di via Cenisio, a Milano. “Sono nato a Soresina il 22 luglio del 1909: a tredici anni, ricordo, ero già innamorato della ginnastica, che facevo la verticale sulle breccia e mi buttavo giù dai rami degli alberi tentando il salto mortale. Correvo a spiare gli acrobati del circo, e pensavo che quella vita doveva essere la mia”. La vita zingara e le avventure le ho conosciute, ma non erano quelle che avevo immaginato da ragazzo.”

Poi la svolta e la scelta definitiva, quando al suo paese era capitato Giorgio Zampori con gli altri azzurri che qualche anno prima avevano trionfato ad Anversa. Da quel momento, per il giovinetto l’amore per la ginnastica si intrecciò alla convinta e radicata passione politica. Prima l’iscrizione alla polisportiva di Soresina, poi l’intervento del padre che lo spedisce a Biella, a casa di un amico droghiere, ma soprattutto alla “Pietro Micca”, una delle società storiche della ginnastica. Nella drogheria fa il fattorino, consegna i pacchi, pulisce il negozio. La sera avrebbe dovuto andare in palestra, ma non ci riesce: la moglie del droghiere, in cambio dell’alloggio e del cibo, vuole che aiuti in casa, si occupi dei bambini, lavi i piatti. Quindi, nuovo trasloco, direzione Milano dove un altro conoscente gli trova un lavoro e lo indirizza ad una pensione. “Meccanico delle macchine per il caffè espresso”. Poi l’incontro della svolta. Siamo alla fine del 1925. “La domenica me ne andavo a spasso per Milano: non avevo mai un soldo. Prendevo 60-70 centesimi la settimana. Il giovedì li avevo già finiti: allora, qualcuno mi imprestava i centesimi per mangiare. Dunque più che passeggiare non potevo fare. Passo per i Bastioni di Porta Nuova e vedo dei ragazzi che entrano in una palestra. La ginnastica continuava ad essere il mio sogno, e così entro anch’io. Ricordo la palestra della Pro Patria, la mia prima vera palestra, come fosse adesso: una palestra bellissima, c’era tanta gente, e poi c’erano anche tutti gli attrezzi”.

Così, vestito com’era, il giovane Armelloni si butta sulle spalliere e poi alle parallele, ripetendo quello che vede fare agli altri. Fino a che lo nota Mario Corrias, il corpulento allenatore della Pro Patria e della nazionale. Tra i due fu amore a prima vista. “Eh sì, lo si può chiamare amore, lo si può chiamare rispetto, affetto: ma col Corrias ci siamo voluti bene, sempre. Un’amicizia, una stima: io, guardi, ho sempre avuto per lui grande riconoscenza. Lui mi ha sempre aiutato, anche nei momenti più difficili: era un titpo, il Corrias. Un uomo onesto, pulito: non stava mica con la bocca chiusa, ah no. Ci rispondeva agli ignoranti, ai caproni: e loro lo toglievano dalla nazionale. Anche lui antifascista, nell’animo, e per la ginnastica, un genio”.

Da quei giorni la Pro Patria diventa la sua casa. Il giovanotto ha talento ed è un allievo diligente: una serie di successi lo fanno accogliere nel gruppo dei ginnasti di punta, i possibili olimpici che preparano Los Angeles. Fino a che … “Verso la fine del ’29 vado militare: Milano, 27° artiglieria da campagna. E il capodanno del 1930 me lo ricorderò per sempre”. La polizia politica, l’OVRA, lo arresta in caserma e da lì direttamente a Forte Boccea. L’accusa è di aver partecipato a riunioni del partito comunista clandestino. Al processo, che si tiene davanti al Tribunale Speciale nel novembre 1931, in gabbia assieme al altri dodici “comunisti lombardi”, gli vengono inflitti in via definitiva due anni di reclusione militare da scontare a Gaeta e altri due di libertà vigilata. Il PM aveva chiesto tre anni e sei mesi. La sentenza, la n. 56, recita per lui: “intensissima attività di propaganda negli stabilimenti industriali, proselitismo tra i militari, diffusione del foglio clandestino Il Risveglio”.

Armelloni restò rinchiuso a Gaeta sino al 28 ottobre 1932, quando l’amnistia per il decennale della Marcia su Roma gli spalancò le porte del carcere con qualche settimana d’anticipo. Gli avevano sottoposto una lettera di grazia, se l’avesse firmata sarebbe uscito subito e, forse, ancora in tempo per le Olimpiadi. Non la firmò, siglandola con queste parole: “io mi sento italiano, sono italiano e per questo non sono fascista”. Tornato in libertà, alternandoli alle fatiche quotidiane, alle risse e alle botte coi fascisti, al lavoro da operaio alla Siemens, riprese gli allenamenti fino a rientrare in nazionale ed essere inviato sia ai Giochi del 1936 che a quelli del 1948 (in entrambe le occasioni ottenne il quinto posto nel concorso a squadre). Poi la guerra e la lotta nelle formazioni partigiane. A Londra aveva ormai quasi quarant’anni e non se la prendeva troppo se i compagni di squadra lo chiamavano bonariamente “Compagno Popov”. Altri erano i rimpianti: per quei sogni che s’erano persi dietro la scia del “Biancamano”, il piroscafo che portava la squadra azzurra verso l’America.

Ancora dalla bella intervista datata 1982: “Ascoltare Armelloni è tuffarsi all’indietro, riscoprire un mondo che la gioventù forse non immagina: in quel passato sono anche le nostre radici”. L’operaio antifascista Egidio Armelloni – che per amore della ginnastica fino ai 65 anni ha continuato ad allenare presso la Mediolanum – si è spento il 5 maggio del 1997.
 

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