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Mennea

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Pietro Mennea [1952-2013]

Atletica

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 (gfc) Campione olimpico sui 200 metri ai Giochi di Mosca, il suo record del mondo sulla distanza, il 19”72 stabilito il 12 settembre del 1979 a Città del Messico, è rimasto in vita per quasi due decenni, fino al 23 giugno 1996 quando gli venne sottratto da Michael Jonhson con un 19”66 ottenuto ai Trials americani. Pur col valore relativo che si può attribuire ai primati, specie nella velocità, quel riscontro cronometrico aveva resistito agli assalti di alcune generazioni di sprinter. Neppure Carl Lewis, il figlio del vento, era riuscito a cancellarlo. Basterebbe questa notazione a ricordare come la “freccia del Sud” – per qualità e quantità di risultati, ma soprattutto per longevità – è stato unico al mondo in un settore, quello della velocità, che usa bruciare rapidamente i suoi miti.

 La carriera di Pietro Mennea è stata lunga, eretta sui solidi pilastri della volontà e della determinazione (“bisogna sempre vincere contro qualcuno o contro qualcosa: se no, spesso, non ti scatta la molla, quell’obbligo di farcela che ti sale dallo stomaco”). In lunghi anni di macerante solitudine trascorsi a Formia, in simbiosi con un coach altrettanto caparbio, l’irrequieto ex-velocista Carlo Vittori, un uomo dal carattere fin troppo ruvido. Sul legame tra i due, non sempre esente da risvolti polemici, resta lecito un interrogativo: quali margini avrebbe potuto raggiungere Mennea se avesse potuto contare su una guida tecnica diversa? Un carattere difficile, un fatalismo innato, una marcata verve polemica, un temperamento introverso ed ombroso, hanno accompagnato le volate di Mennea sulle piste di tutto il mondo. Per tre volte ha annunciato il suo ritiro (la prima nel 1981, la seconda nel 1984, quello definitivo solo dopo Seul, quand’era ormai sulla strada dei 37 anni), per due volte è tornato a gareggiare (la prima nel 1983, la seconda nell’agosto 1987, dopo aver saltato i Mondiali di Roma). La sua distanza di parata sono stati i 200 metri, anche se ha detenuto per un periodo il primato europeo dei 100 metri.

In possesso di mezzi fisici più che normali (1.78 per 69 chili le misure antropometriche negli anni migliori), ma esplorati a fondo ed educati in duri allenamenti, Mennea è stato sempre presente ai grandi appuntamenti, scegliendo con molta oculatezza le occasioni agonistiche. Tra i suoi record più invidiabili restano le cinque presenze ai Giochi Olimpici, collezionate tra il 1972 (quando, ventenne, ottenne il primo dei suoi podÎ con una medaglia di bronzo) e i1 1988, quando dopo aver portato il tricolore nella sfilata inaugurale, si limitò a qualificarsi per i Quarti, pur senza poi correrli. Cinque presenza che gli hanno, tra l’altro, consegnato un altro record difficilmente superabile: complessivamente, infatti, è sceso in pista ai Giochi, staffette comprese, non meno di 32 volte: nessun’altro al mondo ha saputo fare meglio.

 Nato a Barletta il 28 giugno 1952 in una famiglia di modeste condizioni economiche, Pietro Paolo Mennea è riuscito a conciliare il suo ”mestiere” di velocista con tre successive lauree in educazione fisica, giurisprudenza e scienze politiche. Entrato in Nazionale nel 1969, diciassettenne, due anni più tardi è stato sesto nei 200 agli Europei di Helsinki. Al suo esordio olimpico, come detto, ha scalato il primo podio della carriera. Due anni dopo, agli Europa di Roma, è esploso conquistando il titolo continentale dei 200 e due secondi posti nei 100 (dietro Valeri Borzov, uno dei suoi rivali storici) e nella 4x100. A Montreal, nel 1976, in un momento delicato e in polemica con la Federazione e il suo presidente Primo Nebiolo, ottenne solo un quarto posto.

 Due anni più tardi, a Praga, seppe dare il via al biennio d’oro della sua carriera, laureandosi doppio campione europeo sui 100 e sui 200 metri (staccando qui il secondo di oltre 4 metri), contribuendo, tra l’altro, al quinto posto della 4x400 correndo la sua frazione in 44”4! Nel settembre 1979, nell’altura del Messico, dopo aver ottenuto un 19”8 “manuale” e il record europeo dei 100 (10”01), sui 200 ha inanellato una serie di tempi impressionanti: 19”96 in batteria, 20”04 in semifinale e 19”72 in finale, succedendo a Tommie ”Jet” Smith nella tabella dei primati mondiali (il vento nella corsa-record era di 1,8 m/s nella direzione favorevole).

 Infine, ai Giochi di Mosca 1980 – pur in assenza dei velocisti americani –, il nostro seppe compiere il proprio capolavoro conquistando un titolo olimpico del mezzo giro, quando ormai lo aveva già perso, imitando vent’anni dopo l’exploit di Livido Berruti. Quella corsa sulla pista dello Stadio Lenin ha costituita la summa della sua capacità, quasi filosofica, di centellinare lo sforzo per raggiungere il massimo del risultato. Partito in ottava corsia e rimasto staccato in partenza dal possente inglese Allan Wells che gli correva subito a lato, a 70 metri dall’arrivo, quando sembrava irrimediabilmente battuto, si è prodotto in un rush finale tremendo, recuperando terreno fino a sopravanzare il rivale sul filo: 20”19 a 20”21 fu il riscontro del fotofinish. Nei meeting post-olimpici di quell’anno seppe legittimare il successo, malgrado i 28 anni suonati, con una media cronometrica di 20”07 su 8 corse di alto livello! Tornato alle gare dopo il primo ritiro, ha saputo ancora giungere terzo sui 200 e secondo nella 4x100 ad Helsinki, nell’edizione inaugurale dei Mondiali. A Los Angeles, nel 1984, ha disputato la sua quarta finale olimpica: un record assoluto per un velocista.

 I limiti personali coi quali Mennea ha chiuso la carriera – durata vent’anni dopo gli inizi nel 1968 con il suo primo allenatore, il professore di educazione fisica Francesco Mascolo – sono i seguenti: 10”01 in altura sui 100 metri (‘79) e un 10”15 a livello del mare (’79); 19”72 in altura sui 200 (‘79) e 19”96 a livello del mare (’80); 32”29 sui 300 (‘79); 45”87 sui 400 (‘77). Sul piano cronometrico ha stabilito 2 primati mondiali, 7 europei, 32 italiani in cinque specialità diverse, compreso uno nella 4x400 (gara nella quale ha il riportato un bronzo olimpico). Ha vinto 17 titoli tricolori: 3 nei 100, 11 nei 200 metri, gli altri nelle staffette. Fra mezzo a tyanta abbondanza, cento episodi polemici dettati da un temperamento introverso e qualche volta ombroso, ma anche centinaia di volate esaltanti sulle piste di tutto il mondo. Un uomo difficile, ma un campione raro.

Lasciata l’atletica, dopo una abortita candidatura alla presidenza della FIDAL, è uscito del tutto dall’ambiente dal quale s’è sempre sentito, probabilmente a torto, respinto malgrado i suoi meriti. Aperto ad esperienze diverse, nel 1998 è stato per qualche mese direttore generale dalla Salernitana Calcio, tornata quell’anno in Serie A dopo mezzo secolo. L’anno seguente, a 47 anni, è stato eletto al Parlamento Europeo nelle fila dei Democratici dell’asinello (subentrando al senatore Antonio Di Pietro che aveva optato per un diverso collegio). Da professionista, ha in anni più recenti sfogato la verve dialettica in molti libri incentrati sulla sua lunga avventura nel mondo dell’atletica e sul suo modo di intendere e vivere lo sport.

Si è spento in una clinica romana - il 21 marzo 2013 - a seguito di un tumore al colon, un male che aveva tenuto nascosto al di fuori della cerchia dei familiari.
 

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