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Abbagnale

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I fratelli Abbagnale [1959, 1962, 1966]

Canottaggio

(gfc) Su di loro e la loro epopea hanno addirittura girato un film per la TV che ha registrato ascolti da record: “Una storia italiana”, con Giuliano Gemma nei panni del loro allenatore Giuseppe La Mura, nella realtà il fratello della loro madre, tanto per chiudere il cerchio della famiglia, meglio ancora della dinastia. Visto che i due fratelli in effetti sono tre, contando il più giovane Agostino. Un segno più che significativo della popolarità raggiunta dai fratelli di Castellammare di Stabia in una disciplina lontana dalla grande folla e, soprattutto, del loro modo di intendere lo sport. Fatto certo di vittorie, tante, ma innervato soprattutto di sacrifici, di rinunce, di lunghi e faticosi allenamenti in solitudine. Di levate quotidiane alle quattro e mezzo del mattino per gli allenamenti in barca, di serate massacranti spese a sudare e costruire muscoli in palestra o in vasca.

Una scelta di vita al limite del coraggio estremo che loro tre hanno interpretato come linea conduttrice dell’esistenza. Una scelta di vita, si è detto, che li ha portato a programmare, e a dosare, le occasioni nelle quali era necessario trovarsi al massimo della forma. Quasi mai sbagliando tempi e modi per raggiungere gli obiettivi. A volte rischiando, per questo, anche sconfitte in occasioni meno importanti, ma senza traumi o rimpianti. Il loro esempio resta la più genuina espressione di come la passione e la convinzione possano tradursi in successo, anche in zone geografiche disagiate.

Carmine e Giuseppe, e più tardi Agostino – probabilmente il più dotato, ma anche il meno fortunato –, sono stati i dominatori del canottaggio internazionale degli anni Ottanta. Nella ricca bacheca dei primi due brillano i due trionfi olimpici (e un terzo, nel 1992, smarrito per una manciata di decimi di secondo, quando già ne assaporavano il sapore) e i sette titoli iridati su una barca, il Due con, che li ha saputi unire in un unico sforzo e un’intesa totale (barca che oggi, come tutte quelle con timoniere, fatta eccezione per l’Otto, non fa più parte dei programmi olimpici, ma che per oltre un secolo ha rappresentato il terreno di caccia più generoso per il canottaggio azzurro). La carriera degli Abbagnale resta densa di pagine esaltanti. Ma ciò che più risalta in quindici anni di gare ininterrotte non è tanto la quantità, o la qualità dei successi, quanto la loro continuità. Il ché, in una disciplina logorante come il canottaggio, di per sè costituisce un evento rarissimo, se non proprio unico.

La storia degli Abbagnale ha inizio nel 1981 col primo titolo iridato conquistato a Monaco di Baviera che, arrivato del tutto inatteso, parve all’epoca quasi il frutto del caso. Si sarebbe dimostrato, invece, l'inizio di una lunga e implacabile dittatura con rari cedimenti. A quella prima medaglia d'oro, nell’arco di un decennio, ne sono seguite infatti altre sei e da quell'anno i due non sono più scesi dal podio iridato. I loro peggiori piazzamenti ai campionati del mondo sono stati infatti il terzo posto colto nel 1983 ed il secondo del 1986. Per il resto hanno sempre vinto, sbaragliando ogni opposizione che pur negli anni si erano visti parare contro.

I due maggiori d’età – Giuseppe e Carmine – i “fratelloni d’Italia” come li aveva ribattezzato la fantasia dei cronisti (e l’enfasi arrochita di Giampiero Galeazzi che ne ha per anni accompagnato in TV i trionfi), sono nati entrambi a Pompei, località lasciata senza rimpianti per Castellammare di Stabia che li ha adottati e che è diventata il loro eremo: il 24 luglio 1959 Giuseppe, il 5 gennaio 1962 Carmine, quest’ultimo il vero motore della barca. Ai loro giorni migliori Giuseppe risultava alto 1.86 per 95 chili, Carmine 1.82 per 90 chili. Al canottaggio li aveva avviati lo zio, un allenatore la cui verve dialettica meridionale si è spesso scontrata con le posizioni federali e che con i nipoti s’è preso molte rivincite contro chi non ne condivideva le scelte tecniche. Come per tanti giovani del napoletano, è stato per loro molto difficile conciliare le esigenze del quotidiano con la passione sportiva, anche se poi la seconda è stata determinante per risolvere le prime. Così Carmine ha potuto trovare un posto di lavoro in Regione e Giuseppe è finito in banca, scalandone le gerarchie.

Due caratteri tranquilli, sempre in sintonia, in barca e fuori. L’impegno è sempre stato comune: per entrambi la ricerca del punto estremo, sia in allenamento che in gara, è stata una costante. A sciogliere i rari momenti di tensione la tranquillizzante presenza del minuto timoniere Peppino Di Capua (un salernitano nato il 15 marzo del 1958) che li ha accompagnati “alla voce” in tutte le tappe dei loro successi, obbligato ogni volta al tradizionale bagno liberatorio. Una famiglia felice che poteva esserlo ancora di più se problemi fisici avessero consentito al loro fratello più giovane, Agostino, di proseguire al meglio una carriera che aveva aperto come capovoga con una medaglia d'oro ai Giochi Olimpici del 1988 nel Quattro di coppia.

Non erano pochi i tecnici che ritenevano Agostino (nato il 25 agosto 1966, 1.88 per 96 chili) il più dotato degli Abbagnale. Ma purtroppo una maligna forma di tromboflebile ad una gamba lo obbligava a lasciare l’attività. Una sosta iniziata nel 1989 e durata ben sette anni fino al trionfale rientro ad Atlanta, nel 1996, quando vinse la medaglia d’oro nel Doppio, dominando la gara sin all’avvio, in coppia con Davide Tizzano (suo compagno di regata anche a Seoul, anch’egli tornato in barca dopo una lunga sosta transitata attraverso una esaltante esperienza come grinder di prua sul “Moro di Venezia”). Agostino – il solo dei tre ad aver riportato tre titoli olimpici – seppe ripetersi anche quattro anni più tardi, a Sydney, tornando a guidare alla vittoria il Quadruplo azzurro.

L’ultimo capitolo della saga degli Abbagnale si è aperta il 18 novembre 2012, all’indomani delle difficili Olimpiadi londinesi, quando Giuseppe è stato eletto alla presidenza della federazione più vetusta dello sport italiano, scalzando per pochi voti il presidente uscente, il comasco Enrico Gandola (altro ex-azzurro, un “peso leggero” con due titoli mondiali in Doppio). Il compito è ora di rilanciare un movimento che, se ha molto ampliato la base dei praticanti, è uscito tecnicamente a pezzi dai Giochi di Londra. Vera icona del canottaggio azzurro, Giuseppe aveva in passato già scalato diversi gradini della dirigenza, da responsabile societario a presidente di comitato regionale, fino a una breve esperienza come vice-presidenza federale. La sua elezione spiana la strada al ritorno in cattedra di La Mura o, quanto meno, dei suoi metodi di allenamento. Il vecchio tecnico era stato giubilato all’indomani dei Giochi di Atene 2004, ma le sue teorie avevano fatto scuola anche all’estero. Non un ritorno al passato, quindi, dice il programma del neo-presidente, ma una ripartenza tecnica in linea con i progressi scientifici e fisiologici degli ultimi anni. Una pagina ancora tutta da scrivere.

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