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Impianti / Verso la chiusura la pista di Cesana?

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Venerdì 27 Ottobre 2012

Riprende la stagione invernale e torna di attualità l’impianto di Cesana, la pista per Bob, Slittino e Skeleton costruita in Val di Susa per Torino 2006. Dopo le polemiche sull’amianto, presente nella zona dello scavo, e le gare olimpiche – spenti i fuochi – tutto è rientrato nella normalità italiana. Cioè in quell’incertezza su costi e ricavi che, abitualmente, si risolve ricorrendo alla cornucopia pubblica. Come spera il neo-presidente della FISI Flavio Roda che si è rivolto a Giorgio Napolitano invocando una soluzione alla ventilata chiusura dell’impianto. Dal futuro ora incerto, dopo che è iniziato lo “svuotamento” dell’ammoniaca che serve per la refrigerazione del budello. Quella di Cesana è una storia esemplare, una metafora che andrebbe letta e meditata da parte di chi ancora insegue “sogni”, si fa per dire, di mega-impianti costruiti per mega-avvenimenti, che passata la festa si scopre non producono e, di conseguenza, sono destinati ad accumulare debiti.

Torino 2006 da questo punto di vista è un evento emblematico. Per come è nata e per come si è sviluppata nel tempo, e per quanto ha lasciato. O meglio, non ha lasciato, dal momento che dopo Torino 2006 gli sport della neve e del ghiaccio in Italia hanno subito una profonda deriva, come stanno a dimostrare il fallimento di Vancouver 2010 e la profonda crisi della FISI, risolta tra tribunali e commissari. Con costi ancora tutti da determinare, proprio in funzione dell’utilizzo di quegli impianti, e non sono pochi, che i quindici giorni di gara hanno lasciato in eredità alla comunità. Da questo punto di vista, ripetiamo, la pista di Cesana resta un esempio probante. Che dire, ad esempio, dei trampolini di Prà Gelato?

Per questi motivi era stato creato Parcolimpico Srl, la società a capitale misto, che nel suo logo inalbera il curioso slogan “Energia, Divertimento, Adrenalina”. Sin dal 2009 gli impianti olimpici erano stati affidati in gestione a questa società nella quale il 70% delle quote è detenuto da investitori privati (la californiana Live Nation). Gli stessi investitori che ora, al di là delle dichiarazioni di intenti, hanno deciso si staccare la spina avviando lo svuotamento di questo enorme frigorifero a cielo aperto. Che nessuno ha ancora chiarito quanto sia costato.

Nell’inverno 2011 la pista aveva avuto un soprassalto di vita ospitando i mondiali di Slittino vinti, ancora una volta, da Armin Zöggler. Poi l’impianto era stato di nuovo chiuso in attesa di tempi migliori che non sono arrivati. Almeno a giudicare dalle (poche) notizie di stampa che vedono una generale latitanza dal problema dei cosiddetti poteri pubblici. C’è chi ha chiamato in causa il CONI, ma senza risultati apprezzabili. Una matassa di responsabilità della quale è difficile, se non impossibile, trovare il bandolo. Per di più in un momento politico-economico dei peggiori, tanto più considerati i bilanci del Comune di Torino e della Regione Piemonte. Risultati?

Se come sembra molto probabile, chiude ora la sola pista di Slittino presente nel nostro Paese, uno sport già di difficile gestione, e ancora più problematico ricambio, va a morire. A meno che i pochi praticanti italiani si trasferiscano all’estero per i loro allenamenti. O si rifugino, come si fa in Alto Adige, sulle “piste naturali”, una specialità che ha il torto di non essere olimpica. La morale di tutto questo? Sta tutta nella mancata soluzione dell’equazione costi/ricavi (non solo sportivi) che andrebbe sempre valutata – e resa pubblica – quando a qualcuno venisse ancora in mente di avventurarsi nelle “grandi organizzazioni”. Tanto, poi, qualcuno che paga si trova sempre.
 

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