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Bartali

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Gino Bartali [1914-2000]

Ciclismo
 
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(gfc) Non sono in pochi a ritenere che siano state le sue tre vittorie consecutive sulle tappe piraneiche del Tour del 1948 a salvare l’Italia da una nuova guerra civile, dopo quella appena conclusa, all’indomani dell’attentato a Palmiro Togliatti, il capo dei comunisti. Anche se non andò proprio così, è bello crederlo. Certo è che, nella serata di quel 14 luglio, lo aveva raggiunto un telegramma di incitamento del capo del governo, Alcide De Gasperi, che sperava in una sua nuova vittoria per allentare la tensione che stava sconvolgendo le piazze di tutta Italia.

La risposta di Ginettaccio sta scritta nella leggenda dello sport. Nel freddo di una massacrante Cannes-Briançon, 274 chilometri col Vard e il terribile Izoard, staccò tutti e arrivò primo al traguardo con 19’ di vantaggio su Bobet e 25’ su Robic. Il giorno dopo, sotto la pioggia e nel fango dei 263 della Briançon-Aix les Bains, transitò ancora solo sul Lautaret, sul Galibier, sul Col du Cucheron e sul Col du Granier, staccando all’arrivo il secondo, Ockers, di 6’ e strappando a Bobe, orgoglio di Francia, la maglia gialla. Festeggiò il trentaquattresimo compleanni con la tera vittoria nella Aix les Bains-Losanna. L’eco di quelle vittorie – con Togliatti fuori pericolo di vita e che dal letto di ospedale al ritorno alla normalità – accolte in Italia con un’esplosione di entusiasmo popolare con pochi precedenti, nessuno nello sport, facilitò il progressivo ritorno alla calma. Una settimana più tardi Bartali entrò primo al Parco dei Principi, esattamente come aveva fatto dieci prima, alla vigilia della guerra.
 

All’indomani del suo ritiro dalle corse, nel 1954, Orio Vergani – inesausto cantore delle due ruote, così volle celebrarne le imprese di corridore e le qualità umane: “Credo che la natura abbia favorito parecchi altri atleti più di quanto abbia favorito Bartali. Non è il complesso delle sue doti muscolari che l’ha portato a vivere la più solida, la più umana, la più salda carriera di corridore dei nostri tempi. Sono le sue doti morali, la sua tenacia, la sua capacità di resistenza al sacrificio, la reazione davanti alle crisi di scoraggiamento che hanno fatto di lui un campione incomparabile. Non è per sciocca vanagloria che Bartali non ha mai dubitato di se: che non si è mai lasciato rodere dal tarlo del dubbio. Prima legge dell’uomo, oltre che dell’atleta, è di credere in sé: di credere in sé “intelligentemente” e cioè con una ben misurata disciplina del cuore. Bartali non è stato mai un incauto, come ha potuto esserlo Guerra: non mai un “ragioniere” troppo meticoloso, come in certi momenti è stato il prodigioso Binda: non mai un uomo dai nervi a fior di pelle, come è stato il fenomenale Coppi, agitato da cento “complessi”: non mai un millantatore come un Robic: né semplicemente un “grande regolare” come Antonin Magne. Non si è “bruciato” in un paio di stagioni, come Koblet, che ha fatto ardere la candela dalle due parti: non ha giocato la sua vita all’impazzata – non si sa quante volte sugli altari e quante volte nella polvere – come Kübler.

Non ha avuto bisogni di grandi agi, di stimolanti, o di un seguito misterioso di medici, di massaggiatori, di “maghi”. Per quasi vent’anni, egli, benché fosse caposquadra, ha corso “senza squadra”. Con ogni probabilità avrebbe vinto lo stesso numero di corse a tappe anche se, come si faceva nei tempi antichi, avesse corso da isolato. Effettivamente, le sue vittorie più belle sono state le vittorie di un isolato, di una specie di Robinson Crusoè della bicicletta. Ad un certo punto, ogni gara era per lui come un’isola deserta. Gino ha avuto dei buoni amici, nelle sue squadre: ma, ad un certo punto, per forza di cose, i “domestici” sparivano. Ha corso senza servi. Il suo è il caso tipico del corridore solitario, che rivela appunto la sua grandezza di spirito nella solitudine”.

Il suo è stato sempre un temperamento di eremita. Nella solitudine era invincibile, perché era un uomo spiritualmente forte. Quand’era giovane, parlava pochissimo: era chiuso in sé, quasi muto. Se l’età lo ha fatto un po’ ciarliero, la sua vera forza è stata nei suoi solitari monologhi con la fatica. Guardate come quei duri monologhi gli hanno stampato le rughe sul viso! Venuto da povera gente, per sé non ha mai vissuto come un ricco: non ha mai avuto la velleità dell’arricchito. Sono convinto che avrebbe potuto campare solamente di pane e noce. La sua vita di sportivo è stata una lunga lezione di energia, e cioè di sanità morale. Questa sanità morale era il suo “ferro”.

E' impossibile ricordare Gino Bartali e il suo tempo senza parlare di Fausto Coppi, dello loro epiche sfide nell’Italia di Peppone e Don Camillo, prima, e in quella della rinascita e del miracolo economico dopo, delle loro imprese che restituirono agli italiani l’orgoglio dell’appartenenza: entrambi eroi di una rivalità che divise la geste in schiere ferocemente contrapposte, bartaliani e coppiani, giovani-vecchi disposti ancora a litigare per la storia della borraccia passata, o transitata di mano, sul Galibier. E nessuno, come Coppi, seppe inquadrare meglio il ciclista Bartali: “Era un grandissimo grimpeur e un fondista eccezionale. Le sue doti di recupero gli venivano invidiate da tutti, riusciva ad arrivare meno stanco e poteva battere anche i velocisti. Quando correva per battermi ad ogni costo, come se fosse stato una questione di vita o di morte, diventava un leone”.

 Gino Bartali – l’”uomo di ferro”, per la sua incredibile resistenza agli sforzi – si ritirò nel 1954, con un circuito appasitamente organizzato a Città di Castello, località dove s’era nascosto durante la guerra civile per sfuggire alla cattura da parte della polizia nazi-fascista. Da professionista aveva iniziato a correre nel 1935 portando a termine 836 corse (contro le 666 di Coppi) vincendone 184 e coprendo in bicicletta oltre 150.mila chilometri. Nei duelli con Coppi, dal risultato mai scontato, riuscì a prevalere 159 volte, uscendone battuto altre 171. Nel suo carnet di vittorie figurano tre Giri d’Italia nel decennio più difficile (1936, ’37 e ’46), due Tour de France a distanza di dieci anni l’uno dall’altro (1938 e ‘48), e poi una miriade di “classiche”, tre Giri di Lombardia e due Giri della Svizzera, quattro titoli italiani su strada (dal 1935, l’anno della sua consacrazione, al 1952). L’”uomo di ferro”, come venne etichettato per l’incredibile resistenza è stato – lui, nato in pianura – uno dei maggiori scalatori nella storia del ciclismo, un implacabile re delle montagne. Ha avuto un solo rimpianto: non essere mai risucito a vincere un “mondiale” (nei sette disputati tra il 1936 e il ’52, non è andato mai oltre il settimo posto dell’esordio, nel 1936 a Berna).

Gino Bartali era nato a Ponte a Ema, una frazione del comune di Bagni a Ripoli, il 18 luglio del 1914. In famiglia, col padre Torello e la madre Giulia, c’erano suo fratello Giulio e le sorelle Anita e Natalina, La prima corsa la vinse a Ravazzano, nel 1931. Quattro anni più tardi, esordiva tra i professionisti nella Milano-Sanremo vincendo la sua prima tappa del Giro – una Civitanova-L’Aquila – nel 1935. L’anno seguente, in un incidente di corsa, perdeva la vita suo fratello: distrutto da dolore, profondamente credente, Gino si fece terziario carmelitano. Tornato alle gare nel 1937, l’anno delle sue prime grandi affermazioni, vinse il Giro e dovette ritirarsi al Tour, quando era in maglia gialla, per una rovinosa caduta in un torrente. Ma si rifece ampiamente l’anno successivo, giungendo al Parco dei Principi con 18’ di vantaggio sul secondo. A partire dal Giro d’Italia del 1940 iniziò la fuera rivalità con Coppi, già suo gregario alla Legnano. Nello stesso anno si sposò con Adriana: ebbero tre figli, Andrea, Luigino e Mimma. Dopo la guerra riprese a correre, il suo capolavoro lo realizzò al Tour del 1948, classificandosi ancora secondo l’anno seguente. Nel 1954 un incidente pose fine alla sua ventennale carriera. In sintesi, tra il 1935 e il ’53, ha disputato 14 Giri d’Italia e 8 Tour de France.

 â€œGinettaccio” si è spento nella sua casa di Firenze il 5 maggio 2000 per un attacco di cuore più forte degli altri. La sua leggenda gli è sovrassissuta, come quella celebre frase “l’è tutto sbagliato, tutto da rifare” colla quale esprimeva il sapido sapore polemico di toscano verace. Solo gli ultimi anni di vita hanno portato alla luce un aspetto non secondario della sua esistenza, l’aiuto che durante gli anni di guerra aveva fornito agli ebrei e ai perseguitati dalla ferocia nazi-fascista. Tanto da essere onorato dal governo di Israele come "Giusto tra le Nazioni". E in Italia fargli assegnare alla memoria – il 31 maggio del 2005 – la medaglia d’oro al valor civile consegnata nelle mani della vedova signora Adriana, dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Nella motivazione si legge: “Nel corso dell’ultimo conflitto mondiale, con encomiabile spirito cristiano e preclara virtù civica, collaborò con una struttura clandestina che diede ospitalità e assistenza ai perseguitati politici e a quanti sfuggirono ai rastrellamenti nazi-fascisti dell’alta Toscana, riuscendo a salvare circa 800 cittadini ebrei”. Alla sua vita, e a quella vicenda, nel 2006 la RAI ha dedicato uno speciale in due puntate, interpretato da Pierfrancesco Favino (“Gino Bartali, l’intramontabile”).
 
Revisione: 7 Luglio 2011.
 

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